Aleksandar Hemon.
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Nowhere Man.
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Titolo originale: Nowhere Man. 2002.
Traduzione di: Angela Tranfo.
2004. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Cosa rimane della propria vita quando si cambia paese, continente, lingua, amici, donne?
Che cosa resta a Jozef Pronek della sua giovinezza bosniaca ora che vive a Chicago, a un oceano di distanza dai suoi amici e dai suoi familiari che hanno vissuto una delle pi feroci guerre degli ultimi anni?
La vita di questo personaggio, raccontata magistralmente con molti tratti autobiografici da Aleksandar Hemon,  la storia di un'omologazione impossibile e, nello stesso tempo, diventa il simbolo universale dello sradicamento contemporaneo.
Jozef Pronek  nato a Sarajevo, Bosnia. Partito per un breve viaggio di studio negli Stati Uniti, ora vive a Chicago, Illinois.
La sua storia  uguale a quella di molti ragazzi della sua et cresciuti da una parte o dall'altra della cortina di ferro negli anni Settanta e Ottanta. A Jozef piacevano i Beatles. Aveva una sua band. Suonava alle feste per far colpo sulle ragazze. Il materiale biografico non manca.
Ma  possibile trasformarlo in una vita? Quando Jozef scrive a qualche amico rimasto a Sarajevo chiedendo notizie di una vecchia conoscenza, riceve risposte del tipo: sta bene, gli  stata amputata una gamba ma sta bene. E anche lui, a Chicago,
apparentemente tutto intero,  come se fosse stato smembrato. Il suo passato  stato fatto a pezzi.
Come un archeologo che ricerchi le tracce di una civilt distrutta, Aleksandar Hemon raccoglie documenti, testimonianze,
racconti sull'uomo che non c'.
Con il suo stile ricco di immagini folgoranti, che lo ha fatto paragonare a Nabokov, Hemon disegna una mappa dello sradicamento contemporaneo.
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L'AUTORE.
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Aleksandar Hemon  nato a Sarajevo nel 1964. Dal 1992 vive a Chicago. Ha pubblicato racconti sulle pi importanti riviste letterarie, come The New Yorker, Esquire e Granfa.  Di lui Einaudi ha pubblicato anche il libro d'esordio, la raccolta di racconti intitolata Spie di Dio. Da quando si  trasferito negli Stati Uniti, Hemon scrive i suoi testi narrativi direttamente in inglese.
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Nowhere Man.
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Indice.
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1. Pasqua ebraica.
2. Yesterday.
3. Fatherland.
4. Tradotto da Jozef Pronek.
5. Il sonno profondo.
6. I soldati che arrivano.
7. Nowhere Man.
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Fine Indice.
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1. Pasqua ebraica.
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Chicago, 18 aprile 1994.
Se fosse stato un sogno, avrei sognato di essere qualcun altro, una minuscola creatura rintanata nel mio corpo, a rasparmi contro le pareti del petto: era un mio incubo ricorrente. Invece ero sveglio ad ascoltare la pioggerella dentro il cuscino, il mobilio che si assestava furtivamente, la casa che scricchiolava sotto gli assalti del vento. Distendendo le gambe la coperta si abbass, e il mio piede destro emerse nel buio limaccioso come un faro tozzo ormai spento. Gli scuri per un momento barbugliarono qualcosa commentando, ma poi si assestarono in silenzio.
Quando chiusi la porta del bagno gli asciugamani appesi oscillarono. Si sentiva l'odore pungente della tenda in plastica della doccia, e del sapone che si stava disintegrando.
La tazza del gabinetto era a bocca aperta e, dentro, un pezzo di carta igienica in dissolvimento tremolava come una medusa. Il rubinetto contava con severit le goccioline di passaggio. Mi tolsi la biancheria e la lasciai cadere in cima a una pila, poi scivolai dietro la tenda e feci scorrere l'acqua. Arcobaleni minuscoli racchiusi dentro le bolle correvano verso l'ineluttabile mulinello vorticoso, mentre io fantasticavo di sciogliermi sotto la doccia e scomparire nello scarico.
Scesi le scale con una montagna di biancheria da lavare, facendo attenzione a non inciampare nel gatto ficcanaso.
Appoggiai la biancheria sopra la lavatrice che rabbrivid di piacere, e tirai la cordicella appesa nell'oscurit: tutt'intorno alla lampadina spuntarono delle ragnatele.
Prima di poter mettere dentro la mia roba dovevo aspettare che la centrifuga finisse di strangolare la biancheria nel cestello, cos seguii il gatto fin nell'altra stanza. C'erano scatoloni pieni di cose probabilmente abbandonate dagli inquilini, chiss chi saranno stati? che un tempo avevano abitato gli appartamenti: rotoli di carta da parati, un ombrello con le stecche rotte, un pallone depresso, un groviglio di scarpe con i tacchi a forma di mezzaluna, una cornice priva di fotografia, anonime matasse di polvere.
Tornato in lavanderia, trasferii nell'asciugatrice i vestiti umidi degli inquilini del piano di sopra e caricai la lavatrice. Nell'altra stanza il gatto galoppava in lungo e in largo e, inseguendo un qualcosa che non potevo vedere, produceva strepiti da battaglia.
Quello era il giorno del colloquio. In preda a una vera disperazione, avevo telefonato, ormai sembrava anni prima, per prendere appuntamento. Era per un posto da insegnante di inglese per stranieri. La libreria dell'Art Institute, infatti, una volta conclusa la gaia stagione natalizia e il suo folle strascico di saldi, mi aveva licenziato.
Il mio compito consisteva nel tirar fuori i volumi dai pacchi, disporli sugli scaffali, dopodich schiacciare le scatole e gettarle via. La cosa che preferivo era sfasciare gli scatoloni, un'attivit di benevola e controllata devastazione.
Due uova bianche intorbidavano l'acqua bollente come occhi senza iridi. Il pavimento era cos appiccicoso che a ogni passo mi spelavo la pianta dei piedi sulle piastrelle: mi vennero in mente quei film in cui camminano sul soffitto a testa in gi. Uno scarafaggio fece una corsa sul bancone di cucina nel tentativo di raggiungere la salvezza dietro il fornello. Immaginai il calore untuoso, le valli di luridume, i fili elettrici serpeggianti come strade. Immaginai di arrivarci tenendo ancora stretto un frammento di pelle, dopo aver rischiato di finire tagliato in due da qualcosa di enorme che mi stava per piombare addosso.
Avevo provato a chiedere in altre librerie, ma nessuna mi aveva voluto. Avevo provato a cercar lavoro come cameriere, con elaborate menzogne sulle mie precedenti esperienze nei migliori ristoranti di Sarajevo: tutti d'alta classe europea e, soprattutto, inesistenti. Dopo aver dato fondo ai miei miserabili risparmi, ero ormai arrivato alla fase della vendita dei mobili. Ricavando un totale di settantaquattro dollari, avevo venduto un futon semidistrutto con una gradevole fantasia vomito di gatto e un tavolino zoppicante con quattro sedie inspiegabilmente graffiate, quasi fossero strisciate lungo un campo di filo spinato. Ero in ritardo col pagamento dell'affitto e avevo gi guardato sul dizionario la parola disdetta, nella speranza che il significato pi obsoleto (Diniego, rifiuto; opposizione alla volont o al desiderio di altri) avrebbe avuto la meglio su quello primo e pi comune cui faceva riferimento il mio padrone di casa, riuscendo cos a salvarmi il culo.
La cosa di spaventevole semplicit era che se io mi trovavo in casa, in veranda non c'era nessuno: le sedie di plastica verde si adunavano intorno al nulla; l'altalena oscillava sotto un peso invisibile; i vasi da fiori vuoti se ne stavano li sfrontati come le teste dell'isola di Pasqua. Una mosca ronz contro il vetro della finestra quasi per tagliarlo con una minuscola sega. Dall'altra parte della strada, un uomo a petto nudo, magro come un prigioniero di un campo di internamento, le ossa delle spalle sporgenti, il tronco rigato dall'ombra delle costole, entrava e usciva di casa febbrilmente, e alla fine scomparve al suo interno. Quando stavo per chiudere la porta vidi il gatto che rosicchiava una testa di topo, mettendone pazientemente a nudo l'interno cremisi.
E non era solo una questione di soldi. Quando non avevo scatole da sfondare, leggevo ossessivamente i giornali e guardavo la TV (finch non dovetti venderla) per vedere che cosa succedeva a casa. Quel che succedeva era la morte. Sul dizionario avevo guardato anche quella parola: L'atto del morire; la fine della vita; la cessazione finale e irreversibile delle funzioni vitali di pianta o animale.
L'aria era tiepida e oleosa, e mi fermai in strada a respirarla.
C'era stato un tempo in cui quel profumo segnava l'inizio della stagione delle biglie: presto il terreno sarebbe tornato a essere soffice e non ci sarebbe pi stato bisogno di mettere i guanti; potevi startene con le mani in tasca, rigirando le biglie fra le dita in attesa del tuo turno, finch sulla mano non veniva fuori una riga rossa a segnare il confine fra la parte che era dentro la tasca e quella rimasta fuori. Poi ti abbassavi per tracciare un solco nel terreno con il ginocchio, e ti riempivi di sporco i calzoni avviandoti cos verso l'inesorabile punizione dei genitori.
Ne avevo in tasca un paio, di biglie, pi un biglietto metr autobus, fragile e accartocciato.
Una donna piena di lentiggini, trainata da un akita enorme, mi sorrise apparentemente senza motivo e io scesi dal marciapiede confuso dal sorriso, impaurito dall'akita, e proseguii per strada. Lasciai passare la donna, poi mi misi a camminare  lento, come nell'acqua alta, perch non volevo pensasse che la stavo seguendo. L'akita sniffava tutto, raccattando freneticamente una quantit di informazioni. La donna si volt per guardarmi di nuovo, e poich avevo il sole alle spalle, socchiuse gli occhi, aggrottando la radice del naso. Parve sul punto di dire qualcosa, ma l'akita la trascin avanti, quasi strappandole via un braccio. Mi sentii sollevato: preferivo restare un vago, piacevole ricordo, piuttosto di doverle spiegare chi ero o dirle che ero senza lavoro, e quando ce l'avevo fracassavo scatole di cartone.
Una ragazzina pass dietro al finestrino vibrante di un'automobile e spar puntandomi un dito contro. Attraversai la strada per leggere un foglio di carta affisso a un albero di fronte a un palazzo che trasudava umidit. Sul foglio c'era scritto in rosso:
PERDUTO CANE. HO PERSO UN CANE MASCHILE, QUESTO COCTAIL SPANIEL. E SI CHIAMA LUCKY BOY. HA ORECCHIE LUNGHE LUNGHE E PELO RICCIOLO DEL COLORE MARRONE DORATO CON LA CODA CORTA  ANCHE MOLTO AFFETTUOSO, UN PO' MATTO. SE QUALCUNO TROVA IL MIO CANE PER FAVORE PER FAVORE CONTRATTATE MARIA. MARIA.
Fuori dalla stazione della metropolitana, un tipo con in testa una bombetta nera suonava il tamburello senza un ritmo riconoscibile, e con voce piatta e disillusa cantava una canzone su uno spirito in cielo. Il tipo mi sorrise mostrandomi le scure fessure tra i denti. Quand'ero piccolo, riuscire a sputare tra i denti era considerato una bravura assoluta perch si poteva mirare con precisione, come quei serpenti in TV che sprizzavano veleno contro i topi di campagna terrorizzati. Io per avevo i denti troppo vicini e non riuscivo mai a sputare, e ogni volta che ci provavo dopo mi colava sempre la saliva gi dal
mento.
Dentro la stazione c'era puzza di urina e petrolio. Una donna con le treccine e una canottiera gialla che rovistava dietro delle porte di acciaio in un sottoscala, a un certo punto tir fuori un badile e lo guard sorpresa, come se si fosse aspettata di trovare qualcos'altro. Salii con l'ascensore al binario e attesi di vedere comparire i fari del treno. Una lattina vuota rotol sul bordo della banchina spinta dal vento; poi si ferm, cercando di resistere alla forza dell'aria, ma riprese a rotolare finch non cadde gi.
Un topo corse tra le rotaie e io aspettai che al terzo binario avvenisse l'esecuzione: qualche scintilla, uno squitto stridulo, e un bigio topo irrigidito dalla sorpresa di una fine tanto improvvisa.
Tutto quel che chiediamo, disse un giovanotto con le mani incrociate sull'inguine,  che doniate la vita a Ges Cristo e lo seguiate nel Regno dei Cieli. Il suo compagno, barbuto e con le spalle larghe, attravers la carrozza offrendo a tutti noi la salvezza e un sacchetto di noccioline.
Una donna anziana che portava un foulard di plastica sui capelli grigi cotonati, d'un tratto fece una smorfia, come se proprio in quell'istante una scossa di dolore le avesse attraversato il corpo. Un signore raggrinzito, con l'espressione di chi  orrendamente perplesso e un cappello di paglia giallastro, sollev lo sguardo sull'uomo delle noccioline.
La ragazza di fronte a me, una lingua puntuta di capelli a lambirle il colletto e un profumo di latte e cannella, leggeva un giornale che titolava cade la difesa da Gorazde. A Gorazde c'ero stato una volta, ma soltanto perch mentre andavamo da qualche parte, avevo vomitato in macchina e i miei si erano fermati in citt per dare una pulita. Ricordo solo che ero seduto sul sedile anteriore e avevo sete e i brividi, e che a mio padre, pulendo con uno straccio il sedile dietro, erano venuti i conati; ricordo poi che aveva buttato via lungo la strada lo straccio pieno di vomito, e che piccoli animaletti disperati erano venuti fuori dai cespugli per mangiarlo. La ragazza diede all'uomo delle noccioline un dollaro ben ripiegato, prese un
sacchetto, lo apri, poi cominci a masticare. Dissi:  No, grazie. Granville, Loyola, Morse. La ragazza gir pagina e alcuni gusci di noccioline ci scivolarono sopra, cielo limpido temperature miti ovunque. Scendemmo tutti a Howard, lasciandoci dietro una quantit di gusci di arachidi e un ubriaco con un berretto dei Cubs stravaccato in un angolo buio.
C'era un che di piacevole e insieme fastidioso nell'andare nella stessa direzione della folla. Ci ritrovammo vicino all'ascensore e scendemmo tutti insieme; passammo attraverso vari cancelli rotanti che ci fecero pat pat sulla schiena come se avessimo appena fatto ritorno da una missione pericolosa. Gli autobus, allineati in una perfetta prospettiva, aspettavano all'ombra odorosa di urina della stazione, aspirando i passeggeri dalle porte anteriori. Su un distributore di Coca Cola, un cartello rovinato dalle intemperie diceva no funziona; e, dietro, sul muro, da un manifesto lacero il sogghigno isterico di un clown e una proboscide con in punta una stellina luminosa annunciavano per l'anno prima l'arrivo di un circo. In vita mia non avevo mai insegnato niente, men che meno inglese, ma la disperazione era una compagna fedele.
Misi le mani nelle tasche della giacca: un paio di biglie, un rotolino di lanugine, una moneta, un biglietto metr autobus.
Ricordo quella manciata di cose di poco conto perch poi osservai un'anziana signora di pelle nera: cappotto sale e pepe, cappello a forma di campana, le nocche strette intorno al manico di un bastone, un po' china in avanti. Non era poi cos male riuscire a mettersi le mani in tasca, pensai, le tasche sono la casa delle mani.
Una panchina su cui non stava seduto nessuno era incrostata di sudiciume. Sollevai lo sguardo e, in alto, su un palo di acciaio, vidi appollaiata una giuria di piccioni che tubavano stizzosi. Gonfiavano il petto e, guardando in basso verso di noi, defecavano senza sforzo. Da piccolo pensavo che la neve fosse Dio che ci cagava addosso. Quando arriv l'autobus per Touhy Avenue ci mettemmo in coda davanti alle porte, e fui preso da un'intensa ventata di felicit per il solo fatto di essere riuscito a non perdere il biglietto.
L'autobus sapeva di un'oscura pozione disinfettante, un che di sudore e salsiccia, e vago, polveroso seccume.
Quando il mezzo acceler spingendoci contro i sedili, la giuria di piccioni prese a svolazzare, dopodich tutti noi sobbalzammo obbedienti in avanti. Un tempo avevo un amico, ucciso poi da un frammento di granata in accelerazione, al quale piaceva pensare che esistesse una zona tranquilla dell'universo in cui un corpo, muovendosi nella sua stessa direzione, potesse mantenere la medesima velocit e un moto costante. Quell'autobus, per esempio, avrebbe viaggiato a una pacata velocit lungo Touhy Avenue, senza fermarsi ai semafori, proseguendo per Lincolnwood, Park Ridge, Elk Grove Village, Schaumburg, Hanover Park e ancora avanti fino in Iowa e quel che c'era dopo l'Iowa, gi fino in California e oltre il Pacifico, scivolando sulle acque sconfinate fino a Shanghai: avremmo finito per conoscerci tutti, sulla nave, dopo un simile viaggio insieme.
L'autobus inchiod di colpo sulla Western, con l'autista che si mise a pestare il clacson brutalmente, e poi ci diede un'occhiata nello specchietto retrovisore. Un tale attravers la strada davanti all'autobus trasportando un tappeto arrotolato che gli si spezzava sulla spalla e con le estremit quasi toccava terra. L'uomo era curvo per il peso che trasportava, teneva il collo inclinato da un lato e le ginocchia basse, come se portasse una croce pesantissima.
Riprendendo la corsa passammo davanti all'Inner Light Hair Sanctuary, AutoZone PartsWorld, Wultan Monuments, Land of Submarines; attraversata California Avenue, oltrepassammo Barnaby & Scribner Family Dining, Mt Sinai Medical Center, Eastern Style Pizza. Scesi di fronte a un ristorante cinese. New World, si chiamava, ed era deserto, c'era solo un cartello in vetrina, che diceva affittasi.
Prima del colloquio avevo ancora qualche minuto, non ero pronto a entrare e farmi dare un lavoro (come potevo insegnare qualcosa a qualcuno?), cos mi fermai di fronte a un fotografo che si trovava di fianco al New World. Sulla vetrina c'era un cartello scritto a spesse lettere nere: SI DUPLICANO VECCHIE FOTO. QUALUNQUE FORMATO. A COLORI O BIANCO E NERO.
Vidi esposta una fotografia in bianco e nero di alcuni minatori con lo sguardo acceso sotto una maschera di pece.
Tenevano solennemente in mano le piccozze e avevano gli elmetti calcati sulla fronte. In un'altra foto tre bambini in calzoncini corti portavano giacchette con maniche che neanche arrivavano ai polsi; stavano a un passo di distanza l'uno dall'altro, con gli stessi occhi tenebrosi, la zazzera corta e le orecchie larghe, spiegate come piccole ali.
Poi c'erano due foto: una Prima, l'altra Dopo. Su quella Prima si vedeva un signore con una barba lunga e ricciuta che gli inghiottiva lentamente il viso e caliginose trincee di rughe al di sopra degli occhi ombrosi. Stava seduto con le mani raggomitolate in grembo mentre, al suo fianco sulla sinistra, un giovanotto in piedi gli teneva una mano appoggiata con cautela sulla spalla. L'angolo in alto a destra della fotografia mancava, come mancava mezzo yarmulke in testa al ragazzo. Entrambi erano tagliati in due da una linea bianca seghettata (il vecchio sul petto, il giovane sulla vita), e una scia di chiazze bianche si allungava verso la barba del vecchio: traccia del punto in cui la foto era stata piegata generando, in chiss quale tasca, una discendenza di spiegazzature. Sulla foto Dopo non si vedevano pi n chiazze n la linea bianca, e lo yarmulke era stato ripristinato. Il viso dei due uomini era pi chiaro, e la mano del giovane stringeva con fermezza la spalla del vecchio: ovunque fossero, adesso erano insieme. Se solo avessi potuto soccombere a quel dolore che mi consumava,
se avessi potuto smettere di camminare a testa alta e fossi potuto crollare, come uno scatolone fracassato, tutto sarebbe stato molto pi semplice. C'era poi una foto notturna del Mail Lake in the Hills illuminato di luci blu, luci gialle, luci rosa.
Di quel lavoro avevo bisogno. Avevo calcolato che se mi avessero dato mille dollari al mese, avrei pagato l'affitto di marzo e anche un anticipo su quello di aprile; poi, con una cinquantina di dollari, avrei potuto comprare un materasso. Avevo le farfalle nello stomaco che si strappavano le ali, mordendosi l'addome dalla fame. Sul prato, di fronte all'Ort Institute, erano spuntate piaghe primaverili.
Sui cespugli si era librata una flottiglia di moscerini, ancora intontita dal lungo sonno e incerta sul da farsi: optare per la macchia di verde dei cespugli oppure svolazzare contro un parabrezza e farla finita con uno schianto.
La segretaria era una donna magra, con un trucco pesante, come se non si fosse mai struccata e avesse continuato ad aggiungere uno strato sopra l'altro. Si accomodi, disse, sporgendo le labbra e socchiudendo gli occhi, come sospettosa. Mi sedetti su un sof color ocra e mentre atterravo una monetina mi salt addosso dall'altro lato del divano, allora me la ficcai in tasca. La segretaria parlava al telefono tenendo le labbra cos vicine alla cornetta che la imbratt di rossetto. Per tutto il tempo non mi tolse mai gli occhi di dosso, come se mi stesse descrivendo: alto e robusto, testa cubica, vestito malamente, accento est europeo, cicatrice sulla gola. Dall'altra parte dell'ingresso c'era una menorah su un piedistallo con, in basso, un'iscrizione in ebraico. Da qualche parte dietro la menorah si sentiva cantare un coro scoordinato. Ne sentii le
consonanti rigide e le vocali esili:
I bave never read Moby Dick.
I bave never seen the Grand Canyon
I bave never been in New York.
I bave never been rich.
...
Le pareti erano beige e la moquette di un marroncino
deprimente, e la signora che mi veniva incontro stava
china in avanti e camminava rapida quasi per vincere la
forza di gravit. Poi d'un tratto si ferm, come se avesse
teso fino in fondo un invisibile guinzaglio. Buongiorno,
disse. Io mi chiamo Robin. Parlava in un
calcato modo cinguettante, ansiosa di piacere, nonostante
la sensazione che le possibilit di riuscirci fossero scarse.
Mi presentai anch'io, poi mi alzai svelto dal divano
per cercare di starle dietro. Passammo davanti a una bacheca
su cui erano esposti dei biglietti in russo scritti a
mano. C'erano porte che suggerivano la presenza di bui
seminterrati e impronte di piedi disposte in modo caotico,
quasi che un ubriaco avesse ballato con gli stivali inzaccherati
di fango. Robin attravers di corsa l'ingresso
e spalanc una porta, dopodich si blocc in attesa che
entrassi. Aveva gli occhi di una taglia troppo grande per
il suo volto, che era un reticolo di canali colmi di cipria
fino all'orlo. Con un'immagine improvvisa capii quanto
fossero ridicole le mie speranze e quanto, cosa assai rassicurante,
fosse tutto fuori dalla portata della mia volont.
Prego, entri, si accomodi. Io vado a cercare Marcus.
Pur non avendo idea di chi Marcus fosse, entrai: la stanza
sapeva di matite temperate e colla da carta e profumo
di Robin e caff bruciato e gesso. Su un tavolo rotondo vidi
un'orrenda concatenazione di impronte circolari e una
tazza da caff (la probabile imputata) accanto a un dizionario abbandonato.
Sul tavolo c'era anche un fascio di giornali con le prime
pagine rivolte verso di me: cade la difesa a gorazde.
Quando avevo tredici anni, avevo trascorso l'estate al mare,
alla colonia per i pionieri di Tito, e l mi ero innamorato
di una bambina di Gorazde. Si chiamava Emina, mi aveva
insegnato a baciare con la lingua e mi aveva permesso di
toccarle il seno: era la prima ragazza che avessi mai toccato
a portare il reggiseno, intercettata imbarcazione con
111 immigrati, diceva un altro titolo. Avevo le mani sudate,
le palme umide, e la carta mi imbratt la punta delle
dita, rendendo visibili le spire delle impronte digitali. Una
volta avevo letto un romanzo pulp in cui un genio del crimine,
il famoso Signore della Mezzanotte, era riuscito a contraffarsi
le impronte digitali, ma il capo dei detective l'aveva
riconosciuto dalla voce. Lievemente incurvato, il ventilatore
al soffitto girava sulla superficie del caff. Un certo
Ronald Ron Rogers Michalak era morto, adorato marito
della defunta Patricia. Cielo limpido su gran parte del paese.
I Bulls si inchinavano ma non si voltavano indietro. La
comunit di Chicago festeggiava la Pasqua ebraica.
Una donna apr ed entr, tenendo la porta con la mano
sinistra; sembrava pronta a scappare. C' Robin da
queste parti? chiese. Aveva le maniche della camicia blu
rimboccate e vidi i muscoli dell'avambraccio che si tesero per contrastare il peso della porta.
No, risposi.  andata a cercare Marcus. La sto aspettando anch'io.
Vabb, allora torno dopo, disse, e quando si gir ne
riconobbi la nuca: il colletto azzurro e il collo magro con
un pennacchio rampicante aggrappato alla zolla dei capelli
e un grazioso svolazzo sulla testa, era la ragazza sul treno,
seduta di fronte a me. Vidi i cerchietti degli orecchini
intorno ai lobi, e capelli sparsi che le toccavano la punta
delle orecchie e scivolavano gi. I massacri continuano,
titolava un giornale, fosse comuni in ruanda.
Al posto degli occhi sembrava che Robin avesse biglie
di vetro un po' troppo grandi, come le bambole: o non batteva
mai le palpebre oppure lo faceva esattamente quando
le battevo io. Aveva le ciglia che facevano una brusca
curva verso l'alto, come minuscoli falcetti. Marcus incresp
il labbro superiore cos che i baffi gli toccarono i folti
peli del naso, quasi spinti a un accoppiamento forzato. Mi
guard con circospezione, le mani posate comode sul ventre sporgente.
Ha esperienze precedenti nel campo dell'insegnamento? chiese Robin.
No, dissi io. Ma ho molta esperienza nell'apprendimento.
Gli studenti possono pretendere molto da lei, disse,
mentre un'ambulanza passava in strada cinguettando isterica.
Questo  un lavoro, disse Marcus, con voce meticolosamente
nasale, che richiede pazienza. La suscettibilit sarebbe solo deleteria.
Robin lo guard, aggrott la fronte e batt le palpebre,
poi per rimise su il faccino da bambola stordita. Non avevo
idea di che cosa volesse dire suscettibilit e il dizionario era fuori dalla mia portata.
Qual  il suo luogo d'origine? chiese Marcus.
Sarajevo, in Bosnia, risposi io.
Oh mioddio, disse Robin, ma che bello.
Io ho studiato per anni le altre culture, disse Marcus,
poi si alz e fece qualche passo verso di me. Aveva un corpo
a forma di zucchina, con i piedini stretti di un ballerino.
Si chin su di me e sussurr: Un tempo lavoravo per
il governo.
Davvero? feci io. Adesso la perplessit di Robin stava divampando: le guance di fuoco ardevano sotto la coltre del trucco.
S, alla NSA, al DII, nella sezione lingue slave, dove traducevo informazioni di ogni tipo, e dico ogni tipo, sottoline
scivolando, con un mezzo passo, verso la sua sedia.
Sono in grado di comprendere diciassette lingue scritte.
Uau! disse Robin.
Dobardan! disse Marcus.
Dobar dan! risposi.
Da li je ovo zooloski vrt?
Accipicchia! disse Robin. Che cosa significa?
Buongiorno. Buongiorno, tradussi. Questo  lo
zoo?
Qualcuno, dopo aver bussato infil la testa nella porta
e chiese: Professoressa, posso parlarle?
Non ora, Mihalka, disse Robin. Aspetta fuori.
 fondamentale, disse Mihalka.
Mi girai a guardarlo: aveva la testa asceticamente rasata,
il cranio cosparso di alcune cicatrici e la faccia come
colpita in pieno da una forza immensa, quasi fosse stato
un pugile. Sulla fronte si levava una montagnola increspata
di rughe. Mi fece venire in mente un mio zio che adesso
viveva in Canada, dove faceva il disinfestatore.
Per favore, Mihalka, aspetta fuori, disse Robin.
Alcuni sono molto brillanti, altri hanno un temperamento un po' difficile, disse Marcus.
Scusi, dissi, ma non capisco tutto quello che lei dice.
Mihalka  cecoslovacco, disse Robin. Anche lei  cecoslovacco, giusto?
 jugoslavo, disse Marcus. Un paese dilaniato dalla guerra.
Sono bosniaco, dissi.
Sa, disse Marcus, una volta ci sono stato in missione, in Bosnia. Ho conosciuto uomini coraggiosi e donne affascinanti.
Quando ci sei stato? chiese Robin sfregandosi una
tempia. Sotto il suo dito la pelle si raggrinz e si ridistese,
lasciando intatto il dolore. Doveva essere necessaria una
bella energia per conservare quella costante espressione di sconcerto.
Molto tempo fa, disse Marcus, mi innamorai di
una donna maestosa, appassionata, ma circostanze troppo
futili per essere ricordate mi hanno condotto altrove.
La testa di Mihalka spunt di nuovo senza bussare, e
la faccia di Robin trad un'espressione di leggero fastidio.
Professoressa, disse Mihalka, le devo dire.
Al che Robin si alz, sollev lo sguardo al soffitto e
usc. Marcus mi tenne la faccia sotto controllo cercando
di penetrare i miei occhi, poi, trovata la prova che cercava, annu.
Lei sa bene che cosa significa la fatica, vero? disse.
Non saprei, feci io a disagio. Quale fatica?
Lei ha l'aria di saperla lunga. Sospir come ricordando
una serie di cose piacevoli, e si volse verso la finestra.
Poi rientr Robin, scuotendo il capo e facendo roteare
gli occhi, neanche le fosse appena capitato di sentire la pi strana delle confessioni.
Perch non facciamo visita ad alcune classi? disse Marcus. Cos pu farsi un'idea delle attivit.
Bene, dissi.
Io proprio non li capisco, disse Robin scuotendo ancora la testa. Non li capisco.
Salimmo le scale goffamente, prestando attenzione a
non avvicinarci o allontanarci troppo. La tasca posteriore
dei calzoni di Marcus era a bocca aperta, e mentre saliva
le scale con passo delicato, un fascio di buste gli stava per
cadere. Feci i gradini nella scia di Robin, del suo profumo
zuccheroso e dell'odore di cerotto umido delle ascelle. Ci
fermammo di fronte alla porta di una delle classi e Robin
con aria cospiratoria sussurr:
Questo  il secondo livello, abbastanza elementare.
Ma siccome pu darsi che lei insegni a un livello ancora
pi basso, potrebbe interessarle.
Non si faccia impressionare negativamente dal corpo
studentesco, disse Marcus. A volte sono un po' apatici.
Dissi Okay, poi Robin apr la porta ed entrammo nell'aula.
Ciao, disse l'insegnante quando ci vide. Io sono Jennifer.
Portava un maglione azzurro col colletto ricamato, e
una gonna ampia stretta in vita. Aveva le labbra rosa e un
paio di occhiali che le ingrandivano gli occhi, e un salice
piangente di capelli. Alle sue spalle c'era una cartina del
mondo con al centro il Nordamerica e gli oceani della stessa
tonalit azzurra del maglione.
Non stupitevi, disse Marcus, lentamente, alla classe.
Stiamo solo passando da alcune classi per esporlo
e indic me, ai patimenti e alle sofferenze dell'apprendimento linguistico.
Mentre Marcus parlava, gli studenti si strinsero fra loro,
come se l'aula si fosse contratta: le signore anziane nei
primi banchi, madri dei veterani, con sul petto spille d'ambra
gigantesche, afferrarono la matita; dietro di loro, gli
uomini, col naso a tubero e il viso giallognolo di chi fuma
una sigaretta dietro l'altra, sprofondarono nelle sedie; un
ragazzo nell'angolo con una barba lunga e incolta si chin
sul quaderno degli appunti; in margine vidi una serie di piramidi distorte.
Va bene, disse Jennifer. A noi non danno nessun fastidio gli ospiti, giusto?
Fece un sorriso verso l'aula aspettandosi che la classe
ricambiasse, ma nessuno lo fece.
Giusto? ripet con un che di minaccioso nella voce.
S, canterell l'aula in risposta.
Volete dire No, non ci danno fastidio, disse Jennifer.
No, non ci danno fastidio, ripet soltanto la prima fila.
D'accordo, disse lei, poi and alla lavagna, cancell
presente e scrisse Pasqua ebraica. Noi ci tenemmo
vicino alla porta, pronti a filarcela. Marcus si annod le
braccia sul petto mentre Robin batteva continuamente
le palpebre.
Che cos' la Pasqua ebraica? chiese Jennifer, e con
aria ottimistica fece una carrellata sulla classe. Gli studenti
la guardarono, senza muoversi, congelati in un silenzio collettivo.
Che cos' la Pasqua ebraica, Sergei?
Sergei, un signore sulla quarantina con una collezione
di porri spuntati a caso su tutta la faccia e gli occhi pi
verdi che avessi mai visto, aggrott le sopracciglia.
Che cos' la Pasqua ebraica, Sergei?
Sergei strinse le labbra e si tir su sulla sedia, chiaramente
determinato a non dire una parola.
Che cos' la Pasqua ebraica?
Una vacanza degli ebrei, disse una donna al primo
banco, con una voce come un fischio di vapore.
Una festa ebraica. Bene, disse Jennifer. E che cosa
fanno gli ebrei per la Pasqua ebraica?
In fondo all'aula si senti stridere una sedia. Le madri
dei veterani sfogliavano languidamente il libro. Il giovane
nell'ultimo banco guard fuori dalla finestra. Gocce di
pioggia presero a strisciare lente lungo il vetro.
Che cosa fanno gli ebrei per la Pasqua ebraica? chiese
di nuovo Jennifer, senza perdere il sorriso, ma dando
un'occhiata stanca a Marcus.
Nessuno disse nulla.
Quanti di voi sono ebrei? chiese allontanandosi dalla
lavagna e avanzando verso la classe.
Non abbiate paura, disse Marcus.
Due signore della prima fila alzarono la mano, e lo stesso
fecero altre cinque o sei persone.
Okay, disse Jennifer. Sofya, ce lo racconti tu?
Sofya si tolse gli occhiali: aveva gli occhi azzurri e sotto
quello sinistro una cicatrice a forma di mezzaluna.
Gli ebrei sono scappati dall'Egitto, disse riluttante,
come se si trattasse di un segreto ben custodito.
Ma oggi che cosa fanno? chiese Jennifer.
Il silenzio riemp ogni angolo della classe. Sentivamo il
ticchettio ritmico della pioggia sulle finestre, il vento che
sibilava fra gli alberi, la rabbia e il dolore.
Noi dobbiamo andare, annunci Marcus, senza pi
aspettare la risposta perch a Sofya si erano bloccate le parole
sulla punta delle labbra.
Dosvidanya! disse Sergei.
Cos ce ne andammo, e nel frattempo sentii Jennifer dire
alla classe: Ma ragazzi, siete in grado di fare meglio.
Questo  il settimo livello, disse Marcus. Un corpus
di informazioni abbastanza impegnativo.
Senza bussare apr la porta e noi facemmo irruzione in
un'aula piccolina, spaventando l'insegnante e i quattro studenti.
Robin chiuse lentamente la porta alle mie spalle. Sulla
lavagna stava scritto siamese twins insieme a abdomen,
disaster, ache, dysfunction, solitude.
Andate pure avanti, disse Marcus. L'insegnante era
la ragazza del treno, e mi resi conto di quanto fosse bella.
Con un piccolo sorriso ci disse: Stiamo leggendo un articolo
su Ronnie e Donnie, i gemelli siamesi. Aveva il
mento a punta; capelli chiari, da ragazzino; gli occhi scuri
con i due orizzonti delicati delle sopracciglia. Ci diede
una fotocopia dell'articolo. Ronnie e Donnie erano di
fronte alla macchina fotografica uniti per l'addome con
due facce identiche: grossi occhiali, ampie mascelle sporgenti,
sorrisi tortuosi. Avevano quattro gambe, ma un solo torace.
Uh, per! disse Robin dilatando ardentemente le
narici.
Brutta storia, disse Marcus.
Devo dire, fece l'uomo che riconobbi come Mihalka
che non sono molto piacevoli da vedere.
Sono dei mostri, disse una signora con un austero
vestito scuro. Aveva lunghi capelli bianchi pettinati in
modo immacolato che le sfioravano piano le spalle.
Mostri, ripet il ragazzo che le era seduto accanto.
Era chiaramente suo figlio: le stesse guance sode di mela;
le stesse narici ovali, le stesse orecchie a forma di pierogi;
la stessa espressione profondamente aggrottata, come
se le guance e la fronte tramassero per spremere fuori
gli occhi.
Sono umani, disse Mihalka, poi sollev l'indice, per
annunciare un'importante affermazione. Quando ero
stato un bambino piccolo, avevo avuto un amico che aveva
avuto una testa grande.
Con l'indice si tracci intorno al capo un grande cerchio
per dare l'idea di una circonferenza immensa.
Tutti i bambini gli avevano detto che testa grossa e
lo avevano spinto con un bastone sulla testa. Io ero stato
molto triste, disse Mihalka annuendo, come per dimostrare
il doloroso ricordo della grande testa.
Stiamo imparando il trapassato, ci disse l'insegnante
sorridendo benevola, e io ricambiai prontamente il sorriso.
Le cosce strette nei jeans erano cosparse di macchie di
gesso. La signora coi capelli bianchi e il figlio si scambiarono
un'occhiata.
Io devo saperlo il trapassato, disse Mihalka stringendosi
nelle spalle con rassegnazione, quasi che il trapassato
fosse la morte e lui vi fosse ormai preparato.
I nazisti, disse il quarto uomo, uccidevano tutta la
gente come quella.
Aveva una grossa testa squadrata e un viso familiare,
pareva dell'ex Jugoslavia: ampi movimenti facciali e
sopracciglia mobili. Con le mani dava forma e affettava di
fronte a s degli strani oggetti, come arrabbiato con le molecole
dell'aria.
Li cuocevano, toglievano le ossa e le mettevano nei
musei, disse. Volevano che i tedeschi vedessero i mostri.
Ah per, disse Robin scuotendo la testa con la lingua
un po' in fuori.
S, disse pensosa l'insegnante con l'indice appoggiato
sul mento. Aveva un polso delicato con due gobbette
lievemente asimmetriche. Immaginai di accarezzare quel
polso, poi il braccio, poi la spalla e, infine, il collo. Prosegu:
Esponevano al pubblico lo scheletro dei nani e dei
gemelli siamesi per convincere il popolo tedesco che erano
una razza superiore.
Il quarto uomo guardava il temporale, avvicinando il
ginocchio sinistro al petto.
C'era stato uno scienziato che aveva raccolto delle teste
umane e aveva scritto un libro per Himmler e i suoi
soldati dovevano averlo letto per pensare che gli ebrei erano
stati mostri, disse Mihalka.
Mi sembra che usi il trapassato un po' troppo, lo
schern la signora col figlio.
Scusate, disse Mihalka, ma devo impararlo il trapassato.
Il quarto uomo sorrise malinconico a Mihalka e io, d'un
tratto, riconobbi quel sorriso: l'angolo sinistro del labbro
superiore che si sollevava scoprendo i denti e, tra di essi,
fessure irregolari attraverso cui passava la saliva, e quel
modo di annuire da cane giocattolo; gli occhi che si stringevano.
Conoscevo quel tizio anche se non avevo pi alcun
ricordo. Lo scrutai circospetto, in attesa di altri segnali
familiari.
Okay, disse l'insegnante. Proseguiamo con la lettura.
Paul, perch non leggi il paragrafo che comincia con
 vero... spesso fanno...
 vero, cominci Mihalka, spesso fanno... gli stessi...
sogni. Sentono anche lo stesso dolore, cosa che non
deve sopprendere... sorprendere giacch hanno in comune
alcuni organi ittenni... interni. Il dolore, come loro affermano,
viene di solito... equamente... distrutto... distribuito...
e qualche volta  addirittura doppio.
Il quarto uomo appoggi il mento sulla mano sinistra.
Il suo pomo d'Adamo s'incurv lievemente, come una pallina
da ping pong. Col dorso della mano si accarezz il
mento guardando di tanto in tanto fuori dalla finestra.
Aveva orecchie piccole, come quelle di un bambino.
Grazie, Paul, disse l'insegnante. Abbiamo capito?
Doppio vuol dire due volte, si? chiese il figlio.
S, disse la madre.
Okay. Joseph, vuoi andare avanti tu? chiese l'insegnante.
Il quarto uomo cominci a leggere a voce bassissima, come se si stesse confessando.
Ronnie e Donnie danno un significato nuovo alla parola inse... inseparabili: Molti pensano che la cosa peggiore sia la mancanza di privacy, dice Ronnie, ma non sanno che cosa dire... cosa vuol dire... condividere non solola vita ma anche il corpo con qualcuno che si ama. Donnie sono io, e io sono Donnie.
Un bambino si inginocchi sul terreno soffice sopra una
costellazione di biglie e spazz via i sassolini e i rametti
che si trovavano sulla pista. A una trentina di centimetri
di distanza c'erano due palline: una era piccola con tre alette
arancioni dentro al globo; l'altra era di vetro bianco pieno.
Il bambino prese la biglia arancione, sollev le ginocchia
da terra e si accovacci. Avvolse l'indice intorno alla
biglia e ci mise dietro l'unghia del pollice. Il pugno si contrasse,
pronto al lancio. Puntava alla biglia bianca, cos
chiuse l'occhio sinistro, strinse quello destro e lanci. La
biglia vol bassa sopra il terreno, e quando colp quella
bianca, ping! il bambino fece un sorriso. La biglia bianca
era la mia, che persi, e il bambino era Jozef Pronek, l'uomo
che stava leggendo la storia di Ronnie e Donnie. Me
lo ricordai, ed eccolo l, spuntato dal nulla. Ero confuso dalla chiarezza del ricordo.
Quel che la gente spesso non capisce, dice Ronnie,
 che se muore uno di noi, presto morir anche l'altro, lesse Pronek.
Pronek viveva nel condominio di fronte al mio, quello
costruito al posto di una serie di case decrepite e giardini
incolti. Io e i miei amici ci andavamo spesso a girare per
quei giardini, che per noi erano continenti da esplorare.
Mangiavamo i cavoli neanche fossero dei frutti esotici, e
bruciavamo le lumache su delle pire sacrificali. E proteggevamo
il nostro territorio dagli intrusi, cio dagli altri bambini.
Avevamo trovato un rognoso cane randagio, e immaginando
che fosse il nostro cane da guardia, con lui facevamo
la ronda. Quando misero una recinzione intorno ai
giardini e cominciarono a scavare, il nostro mondo croll.
Costruirono un palazzo orrendo che noi odiavamo, cos come
odiavamo quelli che ci abitavano. Allora cominciammo
a tirare i sassi contro le finestre e a dar fuoco all'immondizia,
a circondare i bambini del condominio e a picchiarli
selvaggiamente. Anche Pronek abitava in quel palazzo, e
quando lo accerchiavamo, lui non reagiva mai; ogni volta
gli sanguinava il naso, lui ci guardava furibondo poi se ne
andava via. Alla fine per la guerra al condominio fin e noi
ci ritrovammo a giocare coi bambini che ci abitavano. Sebbene
non fossero ancora amici, non erano pi nemici. Erano
sempre dei nuovi arrivati, e alcuni parlavano con uno
strano accento di fuori Sarajevo, mentre noi eravamo quelli
del luogo. Li lasciammo stare, ma erano pur sempre sulla
nostra terra e non mancammo mai di ricordarglielo.
E ora eccolo l, a leggere in inglese con un forte accento
straniero, senza alzare gli occhi dal foglio.
Da piccoli erano bravissimi a salire sugli alberi, e l si
nasco... nascondevano dagli altri bambini e li guardavano
giocare. Era strano, dice Will Senson, un amico di infanzia,
guardavi su e vedevi quattro occhi che ti fi... fissavano dall'alto.
Grazie, Joseph, disse l'insegnante.
Pronek sollev la testa e mi guard dritto in faccia. Non
sapevo se avrebbe potuto riconoscermi, ero cambiato
molto dopo una lunga e debilitante malattia, comunque
continu a osservarmi. Io distolsi lo sguardo col cuore che
mi batteva forte nel petto. Come era finito l? Si trovava
a Sarajevo durante l'assedio? O forse era tra quelli che assediavano
la citt? Erano anni che non ci parlavamo. Lui
si appoggi allo schienale della sedia, ma io continuai a evitare
il suo sguardo. Che cosa avrei dovuto dirgli? Qual era
la sua storia? E adesso, che vita faceva?
Ma  morboso, sussurr Robin a Marcus.
Indubbiamente triste, disse Marcus alzandosi per
uscire, cos, obbediente, mi alzai anch'io. Mentre lasciavo
l'aula lanciai un'ultima occhiata a Pronek, e mi guard
fisso anche lui, forse riconoscendomi o forse no. Sembrava ancora arrabbiato.
Tornati all'ufficio dissi: Mi piacerebbe molto lavorare qui.
Potremmo utilizzarla, disse Robin.
La chiamiamo entro la fine della settimana, disse Marcus.
Fuori, ombrelli scuri gravavano sulle persone. I lati dei
tronchi d'albero esposti al vento erano fradici di pioggia;
le parti protette dei rami rabbrividivano in attesa della
pioggia fredda, scuotendo verso di me le estremit dei rametti,
come per dire no no no, io non lo farei. Io invece
lo feci, e camminai sotto la pioggia, che era fredda. Oltrepassai
un edificio tetro; un gatto raggomitolato alla
finestra di un appartamento mi guardava mesto ma calmissimo.
E ricordai di quando, tempo prima, nell'ingresso del
mio condominio, avevo rincorso un topo che aveva fatto
l'errore di uscire dalla tana. Avevo cercato di afferrarlo con
la punta delle dita, mentre tremava di rabbia e terrore, e
provato ad acciuffarlo per il gommoso tentacolo della coda,
poi l'avevo sollevato da terra. Ricordo che c'era anche
Pronek, che mi guardava, odiandomi per quel che stavo facendo.
Il topo mi si dimenava, disperato, tra le mani e io
ridacchiavo, godendo del potere che avevo, probabilmente
l in giro dovevano esserci anche alcune ragazze,
finch chiss come il topo non era riuscito a girarsi e a mordermi
il palmo, e due piccoli aghi mi avevano trafitto la
pelle. Pronek mi aveva guardato sogghignando, come se
avesse saputo fin dall'inizio che sarebbe andata cos. Allora
con un urlo avevo lasciato andare il topo che era
scappato via, felice di essere vivo, mentre io mi stringevo
la mano destra nel tentativo di ostacolare la diffusione del dolore.
Tu hai trovato mio cane? mi chiese una signora dalla pelle nera che mi si avvicin di fronte a casa, come se fosse stata li ad aspettarmi. Ho perso il cane.
No, mi dispiace, dissi.
Sicuro? Cane piccolo?
Sono sicuro.
Tir dritta lungo la strada, guardando fra le macchine in sosta e sotto di esse, e nei vicoli stretti fra le case, e urlando
per tutto il tempo Lucky Boy! Sentivo il temporale che si allontanava tuonando.
Quando entrai nel mio appartamento, i pavimenti mi diedero il benvenuto scricchiolando, e d'un tratto mi sentii invadere da una calda spensieratezza che mi inumid il collo. Senza togliermi la giacca, mi sedetti per terra, dove prima c'era il futon, con la terrorizzante certezza che gran parte delle cose su questa terra avrebbe continuato a esistere, che io fossi vivo oppure no. C'era un buco nel mondo, proprio della mia misura, e se fossi morto si sarebbe semplicemente chiuso, come una ferita rimarginata. Avrei dovuto dire a Pronek chi ero, avevo bisogno che sapesse.
Sentii la donna urlare Lucky Boy! Dove sei? Dove sei?
...
.
...
2. Yesterday.
...
.
...
Sarajevo, 10 settembre 1967, 24 gennaio 1992.
...
Jozef Pronek nacque all'ospedale di Sarajevo il 10 settembre 1967 dopo un atroce travaglio durato trentasette ore, al culmine del quale la madre, con la testolina di Jozef incastrata fra le gambe a met della sua strada verso il mondo, giur che lo avrebbe strangolato con le sue stesse mani se non fosse uscito immediatamente. Quando poi vide il visino raggrinzito del bambino, con al centro, come un dipinto espressionista, una gigantesca bocca urlante, la madre si pent di quella minaccia, e nel delirio riusc persino a trovarlo meravigliosamente bello.
Fu quella stessa faccia espressionista a essere poi mostrata
al padre di Jozef che aspettava fuori, nell'assolato parco
dell'ospedale cosparso di padri ubriachi. Pronek senior
si sforz di stare su dritto, puntellato dall'amico Dusko, col
quale aveva festeggiato l'arrivo del figlio in questa valle di
lacrime. In un momento di particolare ispirazione, osservando
il viso furente e raggrinzito del bambino, il padre lo
paragon al famoso Tshombe, l'uomo che uccise Patrice
Lumumba. Dusko, d'altro canto, trov che il neonato Jozef
assomigliava al Mahatma Gandhi, forse per quella garza con
cui era stato avvolto il suo microscopico ventre. Quanto al
piccolo Jozef, tutto ci che di quel giorno, il primo di una
sequela non ancora conclusa che costituisce la sua vita, riesce
a ricordare (come implausibilmente si ostina a ribadire)
 la luce abbacinante che proveniva dalla finestra e che lo
invest spaventevolmente, quasi che la prima cosa che gli
fosse data di vedere fosse un'esplosione nucleare.
L'infanzia di Jozef fu normalmente priva di avvenimenti
di rilievo: poppate, pisolini, cacche, cambi di pannolini,
pisolini, poppate, ruttini eccetera eccetera. Dalla
lava fusa delle sue prime esperienze presero forma alcuni
curiosi blocchi di pietre: nel corso di una passeggiata pomeridiana
lungo il fiume Miljacka una castagna con la sua
armatura puntuta gli cadde direttamente in grembo; in
un'altra occasione il cane di un vicino di casa infil il muso
nell'ombra della carrozzina e gli diede una leccata al
viso; durante un cambio di pannolino, il piccolo fece un
perfetto arco di pip che and a finire su una stufetta elettrica
e interruppe il getto giusto in tempo per non essere
fulminato, con la pip che evapor come un sogno interrotto;
un topo, nativo dell'appartamento seminterrato che
i genitori avevano preso in affitto, si arrampic sulla sua
culla e gli arriv sullo stomaco, al che Jozef allung una
mano e afferr la bestiola calda e pelosa che fremeva di
paura e vitalit.
Quanto ai primi passi, fu quello un periodo un po' pi
denso di avvenimenti: una volta, l'avvinazzato zio Dragan
(che molti anni pi tardi, mentre percorreva la gola
Neretva diretto al mare, mise la freccia a sinistra e si lanci
con la sua auto gi dal dirupo) lo tenne sospeso oltre la ringhiera
del balcone: la gravit gli allung le gambette ricurve
e gli mise in tensione le braccia quasi al punto di slogargli
le spalle. Devo poi citare la prima spedizione a piedi indipendente,
quando Jozef sfuggendo all'attenzione della madre
entr nell'ascensore e trotterell fino all'Hotel Bristol
armato soltanto di un succhiotto. L incontr un intero autobus
di giocatori di ping pong cinesi, partecipanti al campionato
mondiale, uno dei quali si mise a giocherellare con
le palline come un clown, impedendo l'avanzata di Jozef
fino allo sconvolto sopraggiungere della madre. Devo anche
sottoporre al lettore una fotografia di Jozef che, con la
capigliatura di un allenatore di basket di provincia, sgambetta
verso la macchina fotografica con una mano protesa,
sempre pi impaziente di varcare i confini del proprio
territorio.
Forse fu lo spirito avventuroso di Jozef che, rivelandosi
un tantino eccessivo per i suoi genitori, li convinse a importare
dalla campagna la nonna Natalyka. Nonna
Natalyka arriv una sera tardi, vestita di scuro ed equipaggiata
con valigie di cartone. Baci i genitori senza cedere
al bisogno di sorridere, poi guard Jozef con aria seria, quasi
per farsi un'idea del lavoro necessario a trasformare quel
tocco di grezzo essere umano in una persona decente. Da
quel momento l'infanzia di Jozef fu segnata dalla pignola
presenza di nonna Natalyka:  lei a fornire latticinose colazioni
al mattino; lei a somministrare passeggiate pomeridiane
e a sovrintendere sulle attivit nel parcogiochi. 
lei a proteggerlo da immeritati (e meritati) spintoni e pizzicotti.
Forse fu proprio questa sua presenza a impedire a
Jozef di stringere al parcogiochi amicizie durature: sotto
gli inesorabili buffetti o le urla agghiaccianti di nonna
Natalyka, gli altri bambini, sostenuti da forze ben pi limitate
(lontane cugine adolescenti; baby sitter assorte in romanzetti
rosa; o semplicemente nessuno) se ne stavano a
una certa distanza. Eccolo Jozef che scava un inutile buco
nella sabbia con una paletta di plastica deformata durante
uno sfogo di rabbia, mentre tutti gli altri bambini,
raggruppati sul lato opposto della vasca, giocano riempiendosi
i secchielli. Ed ecco nonna Natalyka che scruta
l'orizzonte come una nave da guerra e sferruzza furiosamente
per produrre un altro golf pesante per il piccolo
nipote.
Nonna Natalyka costringeva rigidamente ai pisolini pomeridiani,
e alleviava la tensione di Jozef grattandogli la
testa fin quando non si addormentava. Dopo il sonnellino
Jozef doveva sostenere la messa in prova di tutta la collezione:
fermo in piedi per interminabili minuti, abbigliato
di tutto punto con un golfino di lana (le braccia tese all'infuori
come un semaforo e la punta delle maniche che
pendeva ciondoloni oltre le dita), un paio di manopole e
un berretto con un grappolo di assurdi pompon. Dopodich
attendeva disperatamente che i genitori tornassero dal
lavoro per potersi divertire con la loro presenza: mentre
il padre guardava la televisione seduto con le gambe accavallate,
ne utilizzava un piede gigantesco a mo' di cavalluccio;
e ascoltava la madre che stirando cantava canzoni
bosniache emettendo di tanto in tanto degli acuti
perforanti, al che il padre aumentava il volume della televisione.
Nonna Natalyka si ritirava in camera sua a fare quel che
fanno, chiss cosa poi, le signore anziane, per ricomparire
all'ora della nanna a dispensare le favole. Strizzato tra
il muro freddo e il corpo tiepido della nonna, Jozef le metteva
la testa nella baia dell'ascella odorosa di cannella e
crauti in salamoia. La nonna raccontava un ciclo di favole
che avevano come protagonista una galleria di animali
vissuti nella terra lontana della sua infanzia. C'era una pecora
coraggiosa che attaccava intrusi, ladri e passanti. C'era
un cane che pensava che i bambini fossero pecore, finch
non divent cos vecchio da doverlo uccidere con un
colpo di scure. C'era uno sciame di api che il nonno per
divertire i bambini si attaccava alla testa come capelli. C'era
addirittura un delfino che un giorno era arrivato con
un circo e invece di saltare attraverso i cerchi, se ne stava
sommerso a sbuffare in fondo a una buca piena di acqua
fredda e melmosa che i bambini (regolarmente pagati
in caramelle) andavano a prendere al pozzo vicino. Prima
di atterrare sul soffice cuscino del sonno, Jozef faceva
congetture sulla sorte del delfino: immaginava che qualcuno
venisse a salvarlo comprandolo al circo; immaginava
il delfino che riusciva a fuggire grazie all'aiuto delle
altre bestie rinchiuse; immaginava un bambino col potere
magico di far risorgere gli animali. Mai per che si riuscisse
a fare in tempo: nonostante tutto lo sforzo di immaginazione
che Jozef ci metteva, il delfino finiva sempre per morire
soffocato. Spesso Jozef scivolava in un sogno che non
si curava affatto del delfino ma seguiva una propria logica
crudele ed egoista: la nonna Natalyka o i genitori stavano
morendo e lui non poteva farci niente. Allora si svegliava
piangendo e trovava la nonna che russava addormentata.
Ne osservava il cipiglio assopito e ogni volta che espirava
sentiva il sonno che risuonava nel vibrare leggero del labbro
superiore e delle narici.
Senza timore di smentita posso affermare che la totale
consapevolezza di Jozef ebbe inizio il giorno in cui guardando
nonna Natalyka dormire not che aveva un'aria un
po' troppo pacifica: la nonna non russava n aveva alcun
pelo del naso che tremolasse. Il calore del suo corpo pian
piano si disperse mentre Jozef girato verso il muro cercava
di convincersi che se si fosse addormentato, poco dopo,
svegliandosi l'avrebbe ritrovata in cucina a sbatacchiare
le pentole. Tuttavia non riusc a prender sonno, tormentato
com'era dal pensiero che la morte fosse vicino a lui l
sul letto. Osservandola di nuovo, si accorse che la nonna
aveva gli occhi socchiusi e ne intravide le cornee vitree.
Sembrava che lo stesse guardando attraverso quelle fessure
da chiss quale distanza, e non riusc a capire come mai
non volesse tornare indietro. Ogni cosa, in camera, era perfettamente
immobile, come se se ne fosse andata via con
la nonna lasciando l soltanto il proprio contorno.
Fu cos che la morte fece ingresso nella sua vita, e Pronek
rest a guardare la madre singhiozzare, il padre piangere,
e una processione di adulti nerovestiti attraversare
l'appartamento come una stazione ferroviaria, con al traino
bambini innaturalmente tranquilli. Sentendosi in colpa
per non essere stato capace di produrre un quantitativo
di lacrime decoroso, in un momento di ispirazione, che
avrebbe commosso e allietato la famiglia negli anni a venire,
Pronek tagli in due una cipolla e se l'applic sugli
occhi causando molte pi lacrime del necessario e un paio
d'ore di cecit completa.
Pronek trascorse la prima infanzia cercando di liberarsi
dalle stigmate del bambino grazioso: guance tonde e boccoli
femminili, pompon e trine. Con addosso uno dei golf
di produzione nonnesca, strisciava sotto i treni che sostavano
nella stazione ferroviaria vicino casa, e tirava via i
tappi che con un psccchh emettevano soffici nuvolette di
vapore. Combatteva in qualit di soldato di fanteria nella
guerra di strada contro i bambini del condominio Tito (che
aveva in cima un enorme ritratto di Tito), rispondendo
agli ordini di un ragazzino che come un personaggio dei
fumetti si faceva chiamare Zagor Te Nay. Convinceva gli
amici a mangiare certi frutti selvatici che sembravano uva
ma che forse erano velenosi e avevano un sapore schifosamente
amaro, facendo cos una precoce esperienza di
quanto sia piacevole detenere il potere. Era imbattibile
nelle gare in cui si raccoglievano punti sollevando le minigonne
delle ragazze per strada. Infilava chiodi nelle prese
elettriche e tirava sassi alle macchine. Nessuno avrebbe
potuto considerare Pronek un grazioso bambino di sei
anni, vedendolo sputare e mandare suo padre affanculo,
dopo che Pronek senior gli aveva chiesto di scusarsi per
aver dato della pecora piagnucolosa alla mamma. Pronek
senior condann allora Pronek a venticinque frustate stabilendo
che l'esecuzione della pena avesse luogo nell'intervallo
tra i cartoni e il telegiornale. Fu inoltre sentenziato
che la scuola che sarebbe cominciata in autunno gli
avrebbe lasciato troppo tempo libero per commettere delle
malefatte, cos il giorno successivo fu iscritto a lezione
di inglese e fisarmonica.
Nel piccolo laboratorio della sua mente Pronek riesce
ad assemblare una tipica classe di inglese nel Centro pionieri
Blagoje Parovic. L'aula  verde scuro a causa delle
tende pesanti che filtrano il sole a picco sulle finestre. Su
una cartina dell'Inghilterra, Londra  come una ferita a un
fianco, con i vasi sanguigni rotti che scorrono verso la Scozia
e Liverpool. C' un poster con due uomini da cartone
animato (teste squadrate, occhi come puntini e naso ad
angolo acuto) che si danno la mano e dicono How do you
do? My name is... A causa di quella luce verde l'insegnante
sembra un cadavere, le guance cadenti e le labbra
sottili e strette. (Mirza, destinato a diventare il suo migliore
amico, legge i fumetti sotto il banco. Pronek vede
Mandrake che ipnotizza due idioti con la pistola: sono in piedi,
pietrificati, lo sguardo vitreo). L'insegnante solleva la
mano coi suoi artigli violetti e tutti cominciano a cantare:
Catch a falling star and put it in your pocket, save it for
a rainy day.
In confronto alle lezioni di fisarmonica, quelle di inglese
almeno erano sopportabili. Il tormento disarmonico
era impartito da un insegnante di musica con un fitto cespuglio
di baffi, che odiava i suoi studenti. Tutti sedevano
con la pesante fisarmonica posata sulle gambe, stirando
il bestione davanti al petto striminzito, ripetendo all'infinito
delle melodie semplici (La zingarella che entra nell'acqua).
Motivetti che Pronek si portava a casa nella testa e
che gli facevano sognare nonna Natalyka che suonava la fisarmonica
immersa fino alle caviglie nell'acqua ghiacciata.
Il primo giorno di scuola  un buon esempio delle esperienze
educative di Pronek: mandrie di bambine pettinate
per bene con i capelli illuminati dai raggi del sole; il gradevole
contrasto dato dall'accostamento delle loro uniformi
blu e le calzette di un bianco virginale; bande di bambini
che si fanno lo sgambetto procurandosi polsi slogati e brutte
sbucciature ai gomiti; una gara di sputi vinta da un certo
Amir che riusciva a sputare tra i denti come un serpente;
Mirza che leggeva i fumetti sotto il banco (Prince Vallant);
un bimbetto mite, coi capelli scuri un po' lunghi, che frignava
al primo banco, mentre la madre che aveva infilato
la testa in aula gli parlava sottovoce. La maestra, una tipa
ziesca che aveva sempre un tono severo e scriveva col pennino
della stilo al contrario, accarezz il bimbo sulla testa
con la mano nocchiosa, senza grandi risultati perch il
bambino continu a strillare e sul banco di fronte a lui si
form una pozzangherina di lacrime.
Il primo giorno impararono che la Natura era tutto ci
che li circondava; che Tito era il presidente; che la cosa
pi importante nella nostra societ era preservare la fratellanza
e l'unit; e che il nostro pianeta era nel Sistema
Solare, che era nella Via Lattea, che era nell'Universo, che
era ovunque, un po' come la Natura. Le nozioni impartite
erano significative solo in quanto del tutto vane: quando
i genitori chiesero a Pronek che cosa avesse imparato
quel giorno a scuola, lui rispose: Niente, la stessa parola
con cui nel corso di tutta la propria carriera scolastica
avrebbe descritto i suoi progressi.
L'unica cosa che distinse Pronek a scuola fu che mai,
nemmeno una volta, si offr volontario per fare qualcosa:
non ci fu mai richiesta che per lui valesse una candidatura
spontanea; non ci fu mai incarico tanto stimolante da destarlo
dai suoi sogni a occhi aperti. Ai colloqui con i genitori,
la maestra diceva che Pronek aveva le capacit, emettendo
il suo verdetto con una malcelata smorfia di disgusto,
quasi che le capacit fossero una fetida malattia cutanea.
Sulla Natura continuarono a imparare altre cose fino
in quinta, ma il discorso sulla Societ lo ripresero solo in
quarta (a Pronek piaceva pi la Societ della Natura); lessero
dei libri sugli animali della foresta amanti della libert
(La casetta dello scoiattolo) e su nanetti solitari (Il nanetto
del paese dimenticato). N venne trascurato il loro sviluppo
fisico: si arrampicarono su per le corde e fecero rotolare
i palloni medici in cerchio come storditi scarafaggi. In
occasione delle feste del paese festeggiarono il compleanno
di Tito e altri importanti avvenimenti nella grandiosa
storia della lotta socialista e dell'autogoverno. Il coro della
scuola intonava canzoni appropriate, che narravano di
minatori pronti a combattere le ingiustizie e della rivoluzione
che avanzava come una locomotiva d'acciaio.
A Pronek piaceva cantare, ma preferiva i brani che
imparava alle lezioni di inglese del Centro pionieri: My Bonnie Is over the Ocean! Yellow Submarine; Everybody Loves
Somebody (Sometimes). A casa gorgheggiava a pieni polmoni,
per la disperazione dei genitori, troppo stanchi per
sopportarlo mentre provava tutte le scale. In pi, non comprendendo
l'inglese, nutrivano profondi sospetti sul reale
contenuto di quelle canzoni straniere: droghe? prostitute?
masturbazione? Erano cos diverse da quelle che ai
vecchi Pronek piaceva cantare: pacate melodie bosniache
intonate nella piena consapevolezza che la vita passa come
una fioritura primaverile e che alla fine non c' nient'altro
che il buio sconfinato. Volevano proprio saperlo, che
cosa diavolo Pronek cantasse. Dapprima lui si rifiut di
rendere noto il vero contenuto dei pezzi, ma poi cominci
a inventarselo godendo del potere che aveva sugli ignoranti
genitori. Cos Yellow Submarine raccontava di un pallone
in cerca della libert; My Bonnie Is over the Ocean di
uno scoiattolino travolto da un camion enorme e crudele
che poi resuscitava e andava a vivere nella dispensa della
nonna. Everybody Loves Somebody (Sometimes) parlava di
un ladro che rubava a vecchi straricchi per donare ai bambini
poveri. Che carino, dissero i genitori, colpiti dall'idea
della giustizia sociale. Il padre tuttavia, ispettore di polizia,
continu ad avere qualche sospetto, cos decise di arruolare
un collega che sapesse l'inglese abbastanza da
capire le parole delle canzoni, ma fall nel tentativo perch
nessuno dei suoi colleghi parlava lingue straniere.
Nell'estate dopo la quinta elementare accadde che un
piccolo contingente di ormoni puberali in ricognizione
avanguardia di un enorme esercito, fece breccia nel territorio
ancora inesplorato di Pronek. Questi stava trascorrendo
un paio di settimane di vacanza al mare con i
genitori, a Gradac, prendendo il sole sulla spiaggia e nuotando
nelle acque profonde con la speranza di incontrare
i delfini. In precedenza gli era gi capitato di osservare che
alcune bambine non dovevano mettersi la parte sopra del
costume mentre altre s, ma quell'estate, per la prima volta,
not che tra loro c'era una differenza fondamentale,
tanto che si prese una scoppola sulla nuca per essersi fermato
a fissare una bambina in costume da bagno rosa, che
aveva i capezzoli ingrossati.
La sera, quando i pini effondevano con generosit profumo
di resina, e la brezza fresca proveniente dal mare
portava con s quel salmastro che faceva prudere, e quando
i corpi caldi erano fragranti di latte solare all'olio di
cocco, l'albergo organizzava un ballo per i piccoli. La prima
sera Pronek avvist una bambina dalle gambe lunghe
e i capelli sbiancati dal sole che chiaramente era tra quelle
che il pezzo sopra lo mettevano. La bambina ballava con
il padre, un uomo atticciato in canottiera bianca e la pancia
protesa in fuori. Pronek le gir intorno come un falco,
finch lei non gli sorrise, al che lui fece ancora qualche altro
giro, permettendo ai rinforzi di ormoni di raggiungere
il fronte. La seconda sera i giri si fecero pi stretti e a
un certo punto Pronek le si ferm davanti e, con la testa
che ancora gli girava, le chiese di ballare. Con quell'atteggiamento
intendeva suggerire che voleva ballare per la
sola ragione che non c'era assolutamente nient'altro da fare.
Cos ballarono goffamente, come zombie infatuati, ma
pur desiderandolo evitarono ogni contatto corporeo. Alla
fine della prima settimana cominciarono a giocare insieme
sulla spiaggia. La bambina si chiamava Suzana, ed era
di Belgrado. In spiaggia dovevano ricorrere a un complicato
gioco di sguardi per evitare di fissarsi nelle parti interessanti,
ma a met della seconda settimana non riuscirono
pi a trattenersi: si baciarono con le labbra rigide
sbattendo i denti. Erano seduti proprio sul bagnasciuga,
e onde deboli gli si arrampicarono tra le dita dei piedi.
Pronek le teneva un braccio sulle spalle, come un pesce
morto, e il sole al tramonto produceva la macchia viscosa
color arancione che spesso appare sulle fotografie e che
ancora oggi fa venire a Pronek le lacrime agli occhi. Alla
fine della seconda settimana, con la partenza che incombeva
sul fosco orizzonte, Pronek lecc un orecchio alla
bambina e le mise una mano sull'ombelico, paralizzato in
quella zona di mezzo tra due possibilit da sogno. Poi, determinato
a trascorrere con lei tutta la vita, le chiese di
sposarlo. Lei per doveva avere il permesso del padre, un
colonnello dell'esercito con un petto paurosamente peloso,
il quale le disse di non azzardarsi a vedere Pronek mai
pi, ordine che lei coraggiosamente sfid incontrandolo
per un'ultima volta fra i cespugli sul retro dell'albergo. Accucciati
a terra si sussurrarono promesse d'amore. Con la
testa di Suzana su una spalla e le lacrime di lei che gli solleticavano
l'ascella, Pronek si mise a cantare a bassa voce
e con la gola stretta dalla tristezza My Bonnie Is over the
Ocean cercando di non ribaltarsi su un preservativo usato
abbandonato l da qualcuno.
Quando Pronek fece ritorno a Sarajevo, il suo territorio
era ormai stato interamente conquistato. Con una voce che
nel frattempo era diventata nettamente pi profonda, Mirza
lo inform che forse si sarebbe depilato le gambe perch
erano diventate decisamente troppo pelose. Subito dopo
l'inizio del nuovo anno scolastico, Pronek ricevette da
Suzana una lettera che del loro amore eterno neanche faceva
parola ma che conteneva una fotografia del suo amico,
un ragazzino foruncoloso e allampanato che rispondeva
al grazioso nome di Tadija e che portava una
maglietta dei Sex Pistols.
Quando ci si trova a dover raccontare la vita di qualcuno,
quel che  pi difficile  riuscire a vagliare la messe
di dettagli e microavvenimenti, tutti altrettanto significativi
o altrettanto insignificanti. Se si decide di inserire
nel racconto soltanto gli eventi importanti come nascite,
morti, amori, umiliazioni, crescite, inizi e fini, si rischia di
disconoscere la vera sostanza della vita: cio le cose effimere,
i momenti pi meschini, quelli troppo modesti per
essere ricordati (il treno che arriva alla stazione dove non
 venuto nessuno a prenderti; un ragno che si cala da un
filo invisibile e atterra sul pavimento giusto in tempo per
essere calpestato; un piccione che ti fissa dritto negli occhi;
il singhiozzo lieve di qualcuno in coda per il pane prima
di te; una parola incomprensibile mormorata da una
persona senza nome che per una notte ha dormito nuda al
tuo fianco). Non  per possibile redigere un elenco di tutte
le volte che il mondo ha solleticato i nostri sensi, con
episodi che ci sono scivolati via tra le dita o le ciglia, lasciandoci
soli a raccontare la storia della nostra vita a un
pubblico interessato soltanto ai fuochi artificiali delle esperienze
universali, alle corse in ottovolante dei sentimenti
comuni e della somma saggezza.
 per questo che mi vedo costretto ad accennare agli
avvenimenti pi significativi che si verificarono dopo il
primo disastro amoroso di Pronek. Il ragazzo si chiuse in
camera sua e per tre giorni si rifiut di uscire, con sua madre
che gli lasciava da mangiare davanti alla porta e che ritrovava
il cibo intatto; annunci la decisione di abolire le
lezioni di fisarmonica; si ubriac con Mirza attingendo
all'armadietto dei liquori del padre robaccia alcolica (con
marinai ubriachi e cavalieri armati di giavellotti sull'etichetta);
venne sorpreso a masturbarsi sotto il banco durante
la lezione di Natura e Societ; chiese senza mezzi
termini che gli dessero dei fondi per comprare una chitarra,
cosa che dapprima gli venne rifiutata, soprattutto a causa
dei suoi modi insolenti, ma poi gli fu concessa nella speranza
che la piantasse di essere un tale somaro; si svegli
nel cuore della notte in preda a una furia immotivata e si
mise a girare per casa augurandosi di strappare i genitori
al loro sonno pacifico.
Concediamoci tuttavia una zoomata su un momento insignificante:
cio quando, camminando in Strosmajerova,
Pronek si ferm di fronte a un negozio di dischi e vide un
libro con gli spartiti dei Beatles. Osserviamo con lui la vetrina
del negozio. Notiamo come un vecchio con una mano
rattrappita gli si avvicina vacillando e gli si ferma accanto.
Voltiamoci verso la cattedrale, con la strada che si
inerpica fino alla scalinata. Restiamo ad ascoltare le campane
della chiesa. Proviamo a credere che Ringo, dalla copertina
del libro, gli abbia fatto l'occhiolino. Dopodich
non ci rimane che un ultimo passo: cercare di prevedere
un futuro in cui Pronek sar circondato da ragazze che tengono
il tempo con la testa, facendo ondeggiare le treccine
al ritmo della sua chitarra, e abbandoniamoci al brivido di
piacere di un'intensa epifania.
In quel momento Pronek decise di intraprendere l'impresa
clandestina di procurarsi il volume degli spartiti: settimane
di monete trafugate al portafoglio di sua madre o
di ispezioni nelle tasche del padre, dove occasionalmente
riusciva a scovare una banconota, talvolta un preservativo,
sempre cercando di tenere nascosta la sua operazione.
Il giorno in cui infine riusc ad acquistare il libro degli
spartiti va annoverato tra gli eventi importanti: pur non
essendo necessario che io mi dilunghi sui suoi adolescenziali
eccessi emotivi, non posso tralasciare di accennare a
quando Pronek si fiond dal suo amico Mirza proteggendo
il nuovo acquisto come un manoscritto sacro. I due ragazzi
sfogliarono il libro febbrilmente e Pronek cerc anche
di cantare un paio di canzoni, essendo per lui il linguaggio
della musica chiaro (anche se fraintese alcune note)
come un terso giorno d'inverno in cui si scorgono i monti
innevati intorno a Sarajevo e si ha la sensazione che la
vita non abbia limiti.
Nel salotto buono dei genitori di Mirza, con su una
parete il ritratto di un bimbo dalle guance rosee e una lacrima
che luccicava in un occhio innocente e, dentro la credenza,
una schiera di bicchieri di cristallo che tintinnavano
al passaggio dei due ragazzi, fu presa la decisione di
metter su una band per suonare le canzoni dei Beatles contenute
nel libro. Pronek era John, Mirza Paul, dunque servivano
ancora un George e un Ringo. Dopodich si
cominci a pensare al nome, The Beatles, ovviamente, era
gi stato usato, cos vennero fuori alcune proposte tipo
Gospoda (che si traduceva Signori); KGB (che all'Ovest
non sarebbe andato granch); FBI (acrostico Fucking Boys
International, che all'Est non sarebbe andato granch);
Los Bosancheros. Alla fine per optarono per una semplice
traduzione di The Beatles, cio Bube, e dopo una settimana
avevano gi pronto un disegno per le future copertine
(loro due pi George e Ringo su una barca che colava
a picco; una foto aerea di Sarajevo con le quattro star
che scintillavano in direzione delle diverse zone della citt:
Cengic Vila, Bas Carsija, Kosevo, Bistrik).
Non appena Mirza si fu procurato una chitarra, trovarono
George: il loro compagno di classe Branko, che prendeva
lezioni di violino, era timido, sensibile e sapeva leggere
la musica. Pronek e Mirza reclutarono poi Faik, un
loro compagno di inglese, che possedeva un tamburello con
dei piccoli cimbali sferraglianti e, cosa ben pi importante,
a Ringo assomigliava: naso carnoso, bocca ricurva e aria
da canaglia. I Bube di solito provavano nel salotto di Mirza
davanti al bambino piagnucoloso e agli allegri bicchieri
tintinnanti, e suonavano She Loves You (Yeah Yeah
Yeah), Girl, Nowhere Man, Help!
La prima volta che si esibirono fu a scuola, durante
l'ora di musica, con un pubblico che ridacchiava e si scambiava
occhiate. L'insegnante, disgustato e decrepito, coi
peli che gli spuntavano dalle orecchie, pens fosse musica
da selvaggi. Eppure, dopo lo spettacolo, si cap bene che
i ragazzi erano ormai visti in modo diverso: i Bube avevano
fatto qualcosa che nessuno dei loro compagni aveva osato
fare, nonostante i due tre catastrofici sfondoni dovuti
alle mani sudate.
Dopo il successo del primo spettacolo, che si concluse
trionfalmente con un tiepido applauso, si prepararono a
suonare al ballo della scuola, dove ci sarebbe stata una quantit
di ragazzine di terza media sufficientemente avanti nella
pubert da delineare un paesaggio tutto curve. La festa
era stata fissata per il 4 maggio 1980. Ma il 4 maggio, si
sa, fu il giorno della morte del Compagno Tito: ai telegiornali
si videro calciatori in lacrime, madri in preda a
crisi isteriche, e gente immobile per strada come se, improvvisamente,
avesse esaurito le pile. Quando i Bube arrivarono
nella palestra della scuola dove avrebbe dovuto
tenersi il concerto, videro sotto il canestro una foto di Tito
incorniciata in un cupo nastro nero. Rimasero l impalati
con le chitarre e le radio, che dovevano fungere
da amplificatori, a guardare il custode della scuola, un
tipo squallido e tarchiato, scrivere sul muro, lettera dopo
lettera, i poslije tita tito. Temendo che la loro voglia
di suonare fosse troppo evidente, i quattro abbandonarono
la palestra e stazionarono in corridoio, inviperiti
contro Tito e la sua egoistica mortalit. Anni dopo,
nel ricordare sottovoce questo episodio, si ritrovarono
d'accordo che almeno qualche lacrima avrebbero potuto
spremerla, mentre, contro ogni spirito patriottico, se ne
erano ben guardati.
I Bube non ebbero altre occasioni di suonare alla scuola
di Pronek e Mirza, con grande sollievo del preside, decisamente
a disagio nei confronti di quelle canzoni in inglese
cos inadatte ai frangenti di una simile perdita. Perdita
che fu superata dai Bube senza problemi, distratti com'erano
dalla necessit di concludere la scuola. I diplomi vennero
distribuiti nel corso di una cerimonia sottotono (il
paese piangeva ancora il prematuro decesso del leader) che
quanto meno diede loro un'ultima opportunit di ammirare
le ragazze strizzate nelle uniformi di Pioniere.
Poi passarono l'estate a provare altre canzoni dei Beatles,
ma ben presto gli screzi vennero a galla: scaraventando il
tamburello per terra, Ringo dichiar che era stufo di suonare
solo i Beatles: un suo cugino di Monaco gli aveva
mandato un album dei Clash e adesso lui sulla camicia (deliberatamente)
strappata si era appuntato due spille dei
Vibrators e dei Buzzcocks. Poi cominci a percuotere il
tamburello con ben pi energia del necessario (cui fecero
eco i furibondi vicini, dando vita a un'interessante sincopatura)
e ridacchiare di Pronek che cantava Yesterday tutto
preso dal sentimento. Il colpo mortale si abbatt sui
Bube quando Pronek tir fuori una canzone che aveva scritto
lui stesso. Tutto rosso in viso, con le corde vocali tese a
produrre uno squittio che cerc di far passare per sussurro
sensuale, e strimpellando piano la chitarra scordata, Pronek
cant: If you know her name, teli her I love her... If
you know her name, teli her I'il never forget her... A
met circa della canzone, dedicata all'amore eterno che
Pronek non aveva ancora avuto modo di conoscere, Ringo
si mise a fare battute. Al che Pronek si interruppe, con
il sangue che gli affluiva alle orecchie, preso dalla momentanea
idea di sfondare la chitarra sulla testa di quello
stronzo di Ringo. Che porcata, disse Ringo. Prima di tutto
perch l'aveva scritta in inglese, non era mica la loro
lingua. Poi, chi sarebbe 'sto you Se neanche sapeva come
si chiamava, come faceva a conoscerla? E lo you conosceva
la tipa? Ma c' qualcuno che lo sa come si chiama?
Ringo diede la stura a una marea di domande accademiche
e retoriche, con gli altri che videro l'amore eterno
di Pronek dissolversi e trasformarsi in puro nonsense. I
Bube non si riebbero mai pi. Ringo prese come nome
d'arte Sid e divent il bassista del gruppo punk Depresija.
Poco dopo la sua dipartita, George li inform che la sua
breve esistenza terrena come George si era ormai conclusa
perch il suo insegnante di violino gli aveva intimato di
lasciare la chitarra dato che stava perdendo la mano.
Lo stesso Pronek, dopo che John Lennon venne ucciso,
ebbe una seria crisi di identit. Una sera di dicembre
trascorse alcune ore a fissare fuori dalla finestra la neve
che turbinava sotto un lampione. Si immagin ferito a
morte, lanciato verso la fine su un'ambulanza in corsa, e
cercando di dire qualcosa di appropriato a un frangente
tanto grave, Abbiate cura del mio mondo oppure Dietro
questo muro dovr pur esserci qualcosa, pens a una
canzone che comprendesse queste parole; cos cominci a
mescolare versi e rime. Gli sovvenne per che se la sua era
una vita in un universo parallelo e inferiore, se la sua e
quella dei Bube era una vita che ricordava quella di John
e dei Beatles, allora anche lui presto sarebbe morto. La
notte oscura con i suoi solitari lampioni e la neve che scintillava
sotto il loro sguardo triste, tutto, nella sua sconfinata
mestizia, lo spavent. Cos scapp dalla sua camera
e raggiunse i suoi che guardavano Sherlock Holmes in TV.
Rimase seduto in silenzio con loro che si domandavano,
quasi colti dal panico, che cosa lo avesse spinto a passare
un po' di tempo in loro presenza di sua spontanea volont.
Per un paio di settimane Pronek e Mirza piansero la
morte di John Lennon e della band ma poi scoprirono che
i genitori di Mirza avevano nascosto sotto il divano un fascio
di giornali con delle donne nude. Passarono cos alcune
settimane a studiarne l'anatomia e a esaminare la posta
dei lettori fitta di libidinosi incontri avvenuti nell'oscurit
dei cinema o su spiagge deserte ma popolate da
vogliose casalinghe tedesche. Non c' dunque da stupirsi
se Pronek trascorse poi le vacanze estive comprimendo il
proprio desiderio contro la sabbia bollente e procurandosi
cos delle ustioni sulla schiena, mentre donne straniere
attraversavano lente il suo sfocato campo visivo dirette
verso la fornicazione.
Il lettore sar forse colpito dal fatto che la vita del nostro
eroe non risulti particolarmente originale, giacch
numerosi sono i ragazzini che si sono abbandonati a fantasticare
di donne sconosciute la cui disponibilit a concedersi
in modo appassionato, nonch educativo, a un giovinastro
allampanato era direttamente proporzionale all'impossibilit
che una simile ipotesi si potesse verificare.
Quale ragazzo o ragazza non ha mai tentennato tra l'idea
che nessuno sano di mente avrebbe mai osato toccare il
suo corpo e la consapevolezza della propria implausibile,
acerba bellezza? C' poi qualcuno che non ricorda i primi
timidi momenti in cui ha accarezzato qualcuno, i momenti
in cui tutte le stupide fantasie pornografiche si sono infrante
contro una persona dotata di una voce, un odore e
una particolare imperfezione, tipo una voglia a forma di
mezzaluna, diventata visibile solo nell'istante in cui le
nostre labbra le sono scivolate sul collo e abbiamo sentito
un brivido di piacere percorrerle il corpo? Il lettore deve
poi tenere a mente, prima di giudicare banali questi ricordi,
che essi aumentano di valore quando quella persona
 morta (come la proprietaria della mezzaluna, uccisa
nel 1993 da una granata). Se non vengono condivisi, i ricordi
diventano fantasie e tutta la vita, con le sue mille futilit,
si trasforma in leggenda.
Alcuni anni pi tardi, dopo essersi trasferito a Chicago,
Pronek si sarebbe chiesto a pi riprese se davvero fosse
esistita quella Karen arrivata dalla Germania Est su una
Trabant e poi vissuta in un appartamento al primo piano;
se davvero, mentre saltava la corda, i suoi lunghi codini
le avessero svolazzato intorno alla testa come uccelli al
guinzaglio. Si sarebbe chiesto se davvero avesse visto il
cadavere di un uomo morto ondeggiare a testa in gi nelle
acque basse della Miljacka, con un pezzo di carne che
gli mancava sul collo. O se avesse mai visto, per davvero,
quell'unica lacrima scivolare da sotto gli occhiali da sole
di suo padre, la stessa identica lacrima del bambino nel
salotto dei genitori di Mirza, quando gli aveva raccontato
la storia di quella sua fidanzata, ai tempi della scuola,
che era caduta dalla bici ed era morta di emorragia cerebrale.
E chiss se lui aveva mai tagliato via per davvero
i bottoni da una vecchia camicia e li aveva messi per terra
per ricreare le costellazioni che aveva visto nell'atlante del cielo.
Stacchiamo per un momento la macchina del tempo,
e rallentiamo la corsa verso l'ineludibile futuro. Diamo una
passata al parabrezza appannato della memoria, per osservare
Pronek che guarda impalato l'edificio alveare del
Prva gimnazija. Nel corso di una delle tediose e serie conversazioni
sulla propria vita cui lo costringevano il padre
e la madre, Pronek aveva professato il desiderio di diventare
insegnante di musica, un'ideuzza che aveva gettato in
pasto ai preoccupati genitori mentre in realt perseguiva i
suoi veri disegni, che consistevano principalmente nel non
farsi separare da Mirza. Gli aspiranti insegnanti di musica,
(nonch Mirza) andavano infatti al Prva gimnazija, che
si spacciava per essere una scuola con obiettivi culturali,
una fama che attirava una fauna di sofisticate studentesse
con minigonne striminzite e l'aria di ragazze mature ormai
annoiate dalla vita. Fu cos che l'abilit alla chitarra
di Pronek e il repertorio dei Beatles tornarono d'un tratto
utili: le ragazze acculturate parlavano tutte inglese, e
avevano tutte una cotta per una rock star straniera. Ben
presto la coppia Pronek Mirza divenne l'ingrediente base
di ogni party, dove il rapporto ragazze ragazzi era di un
fortunatissimo cinque a uno, e dove davanti a un pubblico
di compagni di scuola con gli occhi acquosi e la pelle liscia
suonavano Yesterday, Hey, You've Got to Hide Your
Love Away e Michelle. Il duo ampli il proprio repertorio
inserendovi anche canzoni domestiche (sevdalinke e altre
hit sdolcinate dei tempi delle elementari) pi adatte alla
seconda parte della serata, o a quando si era ormai del tutto
inebriati. Erano canzoni da suonare accarezzando piano
le corde, con la tempia tiepida di qualcuno appoggiata
al braccio stanco. Ancora pi in l nella serata, Pronek e
Mirza si davano poi una mano a vicenda, e mentre uno continuava
a produrre quell'atmosfera romantica da lume di
candela, l'altro mesceva veleno dolcissimo dentro un orecchio
meraviglioso, mormorando che quella sera Yesterday
l'aveva suonata solo per lei.
Del bagaglio culturale di cui avrebbero dovuto dotarsi,
a Mirza e Pronek non interessava un bel niente. Furono
espulsi dalla lezione di letteratura durante la quale l'insegnante
un tipo entusiasta che di sicuro aveva fasci di poesie
nascosti sotto il letto, cerc di far capire loro come nel
Vecchio e il mare la vita fosse un pesce. Furono espulsi anche
dalla lezione di filosofia perch si misero a ridacchiare
quando un insegnante spieg loro di quel filosofo che, folgorato
da una rivelazione, aveva esclamato: Quel che 
!. Poi ampliarono il repertorio di canzoni per la seconda
parte delle feste, approfondendo quel sentimento che
i bosniaci chiamano sevdah, la piacevole sofferenza spirituale
che si prova quando si accetta che la propria vita 
fatta anche di dolore e ci si abbandona al piacere di questo
preciso momento.
E i momenti a cui abbandonarsi con piacere non mancavano.
Sarajevo negli anni Ottanta era un posto meraviglioso
per i giovani, e io ne so qualcosa perch allora ero
giovane anch'io. Ricordo i tigli in fiore, come se non dovessero
rifiorire mai pi, con quel profumo che ancora oggi
ho nelle narici. I bambini erano belli, le bambine meravigliose,
le squadre sportive vincevano sempre, le band
magistrali, le strade cos lisce che sembravano un tappeto
persiano, e le Olimpiadi invernali ci facevano sentire tutti
come al centro del mondo. Ricordo l'odore dei seminterrati
nei condomini dove portavo la mia ragazza a fare
l'amore, con il led dell'interruttore che ci spiava nell'oscurit.
Poi si accendeva la luce, un vicino che scendeva
le scale, e noi ci separavamo. Ricordo anche che ci fu un
tale soprannominato Nikson che mi prese a schiaffoni di
fronte alla mia ragazza. Mi ricordo che qualcuno penetr
nel nostro appartamento e che sul letto dei miei genitori
comparvero due impronte. Ricordo dei momenti intollerabili
nei bar pieni di fumo, in cui non riuscivo pi a sopportare
la presenza delle persone che conoscevo da quando
ero nato. Mi ricordo il tipo nel letto a fianco, in ospedale,
che aveva le gambe e il culo pieni di ferite dopo che
la tazza di un cesso si era fracassata sotto il suo peso. Ma
ho deciso di non giudicarli importanti, questi miei ricordi,
irreparabilmente intrisi di melassa.
Torniamo ai miei amici.
Per le vacanze invernali Pronek e Mirza andarono a
Jahorina, dove trascorsero alcune settimane a sciare, a vagare
per il paese e a copulare nello chalet o nella camera
d'albergo di un amico, principalmente grazie a quel loro
talento per le scene. Eccovi l'inventario dei piaceri invernali:
cieli azzurri, neve bianca, visi abbronzati, aria frizzante,
velocit, discese, caminetti, stanze calde, passi scricchiolanti
nel gelo notturno, luna come una moneta d'argento.
Fu in uno chalet di Jahorina, dopo una performance
particolarmente ispirata in cui proposero il repertorio dei
Beatles, inserendo a tradimento anche If You Knoiv Her
Name, per chiudere in bellezza con una razione di sevdah,
e infine, quando si arriv al culmine della festa, un paio
di canzoni pseudo zigane che provocarono gridolini di
pseudo abbandono... fu (scusate se ricomincio) in uno chalet
di Jahorina che Pronek sal di sopra in una delle stanze
con una certa Aida. Lei aveva preso la decisione di lasciargli
esplorare la giungla a sud dell'equatore. Ma Pronek in
quella giungla si perse totalmente. Continu a prendere a
ginocchiate i fianchi del letto e a sbattere la testa contro la
parete. Con uno sforzo disumano cerc di sfilare ad Aida
i jeans attillati, e quando riusc ad abbassarglieli fino alle
caviglie le strisci fra le gambe. Con le mutande tese sulla
regione antartica dei piedi (la stanza era priva di riscaldamento,
se si eccettua la loro goffa passione), Pronek cerc
di penetrare le mutandine di Aida, convinto di avere a che
fare con un imene alquanto tenace. Fu un fiasco solenne,
e quando Pronek, nel bel mezzo di tutto, disse Lascia che
ti ami, lei scoppi in una incontrollabile risata.
Ci misero molto pi tempo a districarsi che a intricarsi.
Quella sera, Pronek si confid con Mirza, che gi si
aspettava racconti tipo quelli che i lettori mandavano alla
rivista dei suoi genitori. Pronek disse che mai avrebbe
capito come potesse essere piacevole fare l'amore. E come
prova gli offr (retoricamente) i bernoccoli in testa, i graffi
sulle ginocchia e i lividi sul pene.
Alcuni giorni pi tardi, Pronek port Aida a fare una
passeggiata sulle montagne sotto il cielo stellato. Si tennero
per mano, nonostante le pesanti moffole, poi finirono
nella stanza di lei, dove Pronek, come mero proforma
suon un paio di canzoni mentre Aida indossava assorta
una gonna, che continuava a farsi scivolare sulle gambe.
In un impeto di passione durato quattro minuti esatti,
Pronek, alla benedetta et di quindici anni e mezzo, fu
deflorato, mentre Aida fu per cos dire infiorettata della
di lui gratitudine: lui le chiese premuroso se le era piaciuto
e lei, con la sua anima gentile che le sfavillava negli occhi
verdi, rispose di s.
 difficile dire se la decisione di Pronek e Mirza di fondare
un altro gruppo fosse collegata all'entre di Pronek
nella maturit sessuale, ma resta il fatto che fu di poco successiva.
C'era bisogno di chitarre elettriche: i loro strumenti
acustici da tempo ormai non pi accordabili ricordavano
loro spiacevolmente i giorni innocenti che avevano preceduto
l'adolescenza. Trascorsero l'estate del 1983 trasportando
sacchi di cemento per due lire, principalmente allo
scopo di convincere i genitori che avevano davvero intenzione
di procurarsi le nuove chitarre. Dopo il lavoro tracannavano
birra, troppo stanchi sia per cantare sia per suonare,
ancora coperti di polvere di cemento e ben consapevoli
di raggranellare legittimamente esperienze di vita
sgobbavano in nome di un sogno, anche se per alcune settimane
soltanto, non molto diverse da quelle delle vere
rock star. I Beatles, dopotutto, avevano lavorato ai docks
di Liverpool, ricordavano infervorati (e sbagliando). Immaginarono
un futuro in cui suonavano su palcoscenici
enormi, con un firmamento di riflettori sulle teste, e il
batterista che faceva roteare le bacchette tra le dita. Viaggiavano
per il mondo (Londra, Amsterdam, Chicago) su un
autobus dotato di frigobar e facevano milioni di dollari: cos
Pronek comprava una casa a Liverpool, dove i Beatles
(eccetto John) vivevano, e Mirza metteva su un allevamento
di cavalli con un maneggio.
Nell'autunno del 1983, quando entrarono in possesso
delle chitarre elettriche (Harmonia, una scarsa marca tedesca
orientale), si misero a produrre le canzoni, bevendo
caraffe di concentrato di lampone diluito nell'acqua come
se fosse il nettare della divina ispirazione. Pronek scriveva
i testi in inglese (allettato dall'autobus con il frigobar),
che sperava avrebbero avuto una diffusione universale, indirizzando
allo stesso tempo il proprio amore verso quell'una
che era proprio per lui (ma che tuttavia non esisteva:
ad Aida non telefon mai n la salutava per strada).
Quell'ya era presente nelle canzoni in modo metonimico,
quel che appariva erano soprattutto gli occhi, e di tanto
in tanto anche il viso. Sebbene quei testi siano poi andati
perduti (probabilmente bruciati dai suoi genitori nella
stufa di ghisa durante l'assedio), ci sono rimasti i titoli:
Her Eyes Are Like Stars, I Could Drown in Her Eyes; Her
Face, Her Eyes Are Watching You, Did You See Her EyesP
Il paradigma per quelle canzoni era Yesterday, e i pezzi erano
tutti cos simili che Pronek spesso straparlava di avere
uno stile. Era tuttavia frequentemente tormentato dal
dubbio che assale il cuore di numerosi artisti: cio che la
sua arte, estratta dai pi reconditi anfratti del cuore, fosse
soltanto merda. C'erano giorni in cui provava una tale
vergogna che cancellava del tutto la musica dalla sua
mente e non tollerava neanche il pensiero delle proprie
canzoni: la sua totale mancanza di talento gli si apriva di
fronte come il Sahara a un viaggiatore esausto su un cammello
fetente. Altri giorni, provando le pose da palcoscenico
di fronte allo specchio, ammirava la propria bravura
arrivando persino a scorgere l'ineffabile presenza
del suo vero io in alcune delle canzoni, tipo Her Eyes Are
Watching You.
Una volta, alla ricerca disperata di qualche riconoscimento,
e nella speranza di giustificare l'esborso economico
per la chitarra, Pronek commise il madornale errore di
esibirsi di fronte ai genitori, suonando tutto il ciclo di canzoni
degli occhi. A met concerto Pronek senior, comodo
sulla sua poltrona, prese a russare, e se all'inizio pareva
che seguisse la musica canterellando, un suo sonoro grugnito
fece deflagrare la delusione. Mamma Pronek mise su
una faccia di incoraggiante interesse, le mani strette in
grembo quasi a frenare un applauso incontrollabile, e lanci
occhiate di sottecchi. La stilettata finale al cuore artistico
di Pronek fu inferta dal cordiale applauso di sua madre
che, svegliando pap Pronek, lo fece sussultare sulla
poltrona e subito assumere una posa da combattimento di
karat, ricordo dei giorni alla scuola di polizia, inscritti in
profondit dentro di lui, e che di tanto in tanto si ripresentavano
ancora nei suoi sogni.
Come che sia, Pronek e Mirza avevano comunque bisogno
di una sessione ritmica e di un nome.
L'idea era di affrontare il problema ma, contro ogni
aspettativa, Pronek si innamor. Lei si chiamava Sabina,
e gli sorrise soave dalla folla di ragazzi che stazionava davanti
al caff Nostalgija. Teneva in mano un bicchiere in
cui galleggiava una radiosa fetta di limone, e parlava evidentemente
con un paio di alti potenziali boyfriend. La
prima volta che lo sguardo di lei lo colp, con quei suoi occhi
grandi e forti, il sangue gli deflu dalla testa e gli sgorg
nei sobborghi del corpo paralizzandolo. La sera dopo l'incontro
visivo originario, Pronek, a letto, ricord il momento
in cui erano entrati in contatto tenendo rispettosamente
le mani lontano dalla zona inguinale.
Sabina era una sua compagna di scuola, lui sapeva che
esisteva e la trovava carina, ma d'un tratto quel suo sguardo
si trasform in un'ossessione. Pronek continu a ritornare
al Nostalgia, standosene a ciondolare davanti al bar
nelle tiepide settimane del settembre 1983, nella speranza
che lei comparisse. E cos fece, con addosso un vestito
estivo leggero, i capelli raccolti in una coda, le labbra
arrossate e facilmente individuabili: toccavano l'orlo del
bicchiere e schiacciavano la fetta di limone. Pronek non
poteva che sentirsi stupido a rabbrividire continuamente
mentre teneva tutte le antenne puntate verso di lei.
Certe volte lei indossava delle magliette bianche strette e
pantaloncini di jeans, e lo spazio intorno al suo corpo si
contraeva. Prima di andare a dormire, cercava di esorcizzarla
suonando la chitarra: Yesterday, cantava, all my
troubles seemed so far away. Lei gli stava rovinando la
vita, e lui non usciva pi con Mirza, limitandosi a delle rapide
conversazioni telefoniche nelle quali gli dava falsi ragguagli
sulla sezione ritmica che stavano cercando.
Quasi ogni giorno decideva che al Nostalgia non ci sarebbe
pi andato, e invece prestissimo era gi li, prima ancora
che arrivassero tutti gli altri. Cercava una postazione
da cui l'avrebbe vista arrivare, lungo la stradina, e se ne
stava a sorseggiare il gin and tonic come se avesse sessantanni
(invece di sedici), facendo danzare la lingua intorno
al limone. E poi arrivava lei e ricominciava il solito
valzer di sguardi, la stessa tortura, con lui che sussultava
per l'ansia. Aveva caviglie sottili, le dita eleganti da pianista,
quando rideva si piegava in avanti, indietreggiava
di un passo se faceva una domanda, e i capezzoli erano
estremamente sensibili al cambio di temperatura. Alla fine
Pronek confess a Mirza la ragione dei suoi tormenti.
Mirza, venne fuori, la conosceva bene perch i loro genitori
erano amici. Cos decisero che quella sera sarebbero
andati al Nostalgia e che Mirza incontrandola li come per
caso, l'avrebbe presentata a Pronek. Questi pass la notte
precedente in preda ai sudori, e fece anche un paio di
docce, fra lo sconcerto del padre (la madre dormiva sodo)
che si alz a ricordargli che l'elettricit consumata dal
boiler a lui toccava pagarla. Rigirandosi nel letto come sulla
griglia di un barbecue, Pronek prese in esame la bruttezza
del suo corpo: vide le piantagioni di brufoli estendersi
sul viso fino all'orizzonte dell'attaccatura dei capelli.
E arriv alla rosea alba con la convinzione che chiunque
avesse dei parametri sentimentali cos bassi da accettare
di avere a che fare con lui doveva essere assolutamente disperato
e immeritevole della sua attenzione.
Molti anni pi tardi, a Rolling Meadows, nell'Illinois,
raccogliendo fondi per Greenpeace, Pronek si ritrov per
alcuni istanti di fronte a una donna che aveva gli occhi di
Sabina. E dopo che lei gli ebbe chiuso la porta in faccia,
Pronek pass la serata nel ricordo di quella notte, cominciata
di fronte a uno specchio crudele, con lui cos svuotato
di ogni speranza che ormai non gli importava pi di
niente. Quella sera, nell'Illinois aveva proseguito il suo lavoro
in uno stato di tale stordimento che in molti gli avevano
aperto la porta stupefatti e molti altri gliel'avevano
chiusa in faccia. Poi aveva telefonato a Mirza a Sarajevo
per chiedergli se sapeva dove fosse Sabina. Aveva perso
entrambe le gambe quando avevano bombardato la gente
in fila per il pane, gli aveva detto Mirza. L'aveva vista in
televisione, per terra in mezzo a quella carneficina, col marito
che cercava di pressare la camicia strappata sui moncherini
sanguinolenti. Adesso per stava in Germania, aveva
saputo, col marito e la figlia.
Tornando al Nostalgia, Pronek se ne sta in piedi con
le mani goffamente penzoloni lungo i fianchi, troppo sudate
per poterle mettere in tasca, troppo pesanti per poter
essere spostate con dei movimenti espressivi. Mirza
lo presenta a Sabina, compressa tra due amiche sgallettate,
che continuano a fargli domande che lui non riesce a
capire. La conversazione  ostacolata da silenzi ingombranti,
battute incomprensibili e voluminose risate. L'unica
cosa di cui Pronek si rende conto  il suo profumo
l'ancora che lo trattiene dall'essere spazzato via in questa
tempesta di idiozie, quel profumo di latte e limone che
proviene dalle invisibili praterie della sua pelle. Lui inspira
come uno scalatore giunto in cima, col mondo che si distende
ai suoi piedi.
Poi Pronek l'accompagn a casa lungo le stradine ripide
di Dzidzikovac. Quando, ansimanti, arrivarono a casa
di lei, si appoggiarono al muro accanto alle cassette delle
lettere depredate e malconce, senza dire niente. Un'automobile
di passaggio illumin una coppia avvinghiata su una
panchina nel parco, ed entrambi distolsero lo sguardo. Pronek
sapeva che, arrivato fino a quel punto, doveva chiederle
di uscire, ma non fu in grado di emettere una sola
parola. Alla fine, d'un tratto le afferr una mano e le baci
l'avvallamento tra l'indice e il medio, e il suo anello gli
sfior l'angolo della bocca. Lei disse: Ti ci  voluto un
po'. Lui disse: Mi ci vuole sempre un po'. Pronunciate
queste parole, ufficialmente uscivano insieme, e la sera
successiva si sarebbero incontrati di fronte al Nostalgija da
dove poi si sarebbero spostati in un luogo pi tranquillo
dove potersi toccare.
Poi vennero i giorni dell'innamoramento; dello zelo nel
trovarsi sempre d'accordo, qualsiasi cosa l'altro avesse da
dire; dei baci scambiati con circospezione nell'ingresso
buio del condominio di lei, con Pronek che le infilava le
mani sotto la camicetta sulla schiena; del tentativo di fendere
la calca di fronte al Nostalgija come se fossero una sola
cosa. E vennero i mesi delle palpate sulle panchine dei
parchi, nell'oscurit, interrotti di tanto in tanto da un
ubriaco che aveva una tenera nostalgia per le sue palpate,
anni prima, su quella stessa panchina, e che li metteva a
parte della sua paura per la Medea che lo attendeva a casa.
Aspettarono che i genitori di lei andassero via per il
week end per avventurarsi sul loro letto in occasione della
prima penetrazione, cui fece seguito un frenetico lavaggio
di lenzuola. Andarono a feste e in discoteca, cercando
di esplorarsi la bocca e il collo tra salti e avvitamenti.
Organizzarono anche serate romantiche: candele, vino,
canzoni struggenti che aprirono la strada a tenere carezze
e a una certa quantit di attenzione rivolta alle diverse
zone del corpo. Il tutto culminava quando facevano
l'amore, cosa che li inebriava e li faceva sentire felici di
essere vivi.
Pronek si sarebbe ricordato per sempre di quando aveva
visto in TV Sabina che, durante la cerimonia di apertura
dei giochi olimpici di Sarajevo, marciava davanti alla
squadra cinese: alta, smilza, elegante con quel suo vestito
bianco come la neve. Ricordava ancora il calore e la pace
che aveva provato in quel momento e che avrebbe interpretato
come un'epifania amorosa, un momento che, quando
il suo mondo croll, sarebbe diventato irripetibile.
Poi ci furono un paio d'anni di relazione. Lui, disponibile,
cerc di spiegarle perch Patti Smith faceva cagare.
Lei si sentiva a disagio con Mirza perch, diceva, la giudicava
sempre. Trascorsero un po' di tempo in compagnia
dei rispettivi genitori, cercando di sembrare educati anche
quando i genitori dicevano scempiaggini e facevano
battute di dubbio gusto sul matrimonio. D'estate andarono
in campeggio al mare, spesso litigando su chi dovesse
lavare i piatti. Lei gli disse che di donne non capiva niente,
e questo avvenne dopo che Pronek ebbe cercato di spiegarle
che a lui piaceva solo guardare le altre ma che non
gli interessavano affatto. Ogni tanto a lui venivano degli
attacchi di rabbia durante i quali distruggeva ogni cosa che
gli veniva a tiro: una volta spacc in due tutti i paletti che
sua madre usava per sostenere le piante, e Sabina, alla vista
di tutti i fiori chinati, si mise a piangere, come se si
fossero rotti la spina dorsale. Poi una sensazione si fece
furtivamente strada dentro di loro, la sensazione che l'amore
non fosse sufficiente a tenerli insieme: si sedettero
su una panchina sul Vilsonovo a guardare i palloni sgonfi
che turbinavano tra il fango della Miljacka. Avevano diciott'anni
e si sentivano vecchissimi.
E cos ruppero: lacrime; telefonate notturne senza senso;
alcune lettere scritte nella calligrafia dell'amore e dell'impotenza;
alcune sessioni notturne alla chitarra, interrotte
dagli assonnati genitori di Pronek che gli intimavano
di piantarla con quei piagnistei. Mirza gli disse che tutto
quel che non ammazza ingrassa, e gli regal il 45 giri
di l'd Rather Go Blind Than See You Walk Away from
Me. Era un pezzo mortalmente triste e Pronek lo mise su
di continuo, sprofondando nei cupi meandri del dolore.
A un certo punto della faccenda, finito il liceo, Pronek
and al ballo studentesco dove i ragazzi ubriachi che facevano
il trenino gridando di gioia lo irritarono tremendamente.
Presto lasci la festa e si mise a vagare per le
strade, ritrovandosi su una panchina sulla Miljacka a
guardare gli stessi palloni che come pianeti agitati continuavano
a roteare.
L'estate successiva fu lunga e tortuosa: trascorse alcune
settimane a Makarska con i genitori, la cui idea di vacanza
era starsene sdraiati su una spiaggia tutta sassi (molti
dei quali coperti di catrame), e giocare a ping pong, col
padre che stracciava tutti partita dopo partita. La sera, durante
la passeggiata di famiglia, Pronek camminava qualche
passo dietro di loro, cos che sembrava il sovrano, leccando
un gelato che, a dispetto del gusto scelto, aveva sempre
lo stesso sapore. La cosa peggiore per era che il padre,
nel tentativo di far comunella, lo portava fuori a bere.
Stasera gli uomini vanno a bersi una birra! annunciava
a mamma Pronek, anche se poi a lui faceva bere solo succo
di lampone. Pap Pronek raccontava al figlio una sfilza
di infinite storie inutili sugli antenati ucraini, sulla sua
infanzia povera e senza scarpe. Era importante che lui capisse,
diceva pap, che la famiglia era venuta su dal niente,
e che adesso potevano bere birra o succo di lampone
anche solo se avevano voglia, non perch avevano sete.
Adesso potevano andare in vacanza a Makarska: Ecco
qua! diceva il padre. E Pronek, guardandosi attorno, vedeva
una citt turistica di serie b, con un esercito di corpi
color aragosta in marcia, che si tirava dietro i corpi di bambini
urlanti; qua e l poi, un corpo attraente, ben al di
fuori della sua portata, abbarbicato a un braccio peloso,
gli ricordava la dolorosa assenza di Sabina. Certe volte il
padre gli raccontava le storie di quand'era nella polizia:
del secondino che aveva ucciso nove persone perch le aveva
viste coperte di moscerini; della madre che aveva ammazzato
il figlio con una coltellata alla schiena perch aveva
fatto tardi una sera; di un postino che aveva assalito il
vicino con una motosega ma poi era inciampato e si era affettato
via un piede.
Pronek, insonne, trascorse le notti nella stessa stanza
dei suoi genitori, sentendoli armeggiare sotto le lenzuola.
Senza chitarra, chiuso a diciott'anni in una camera con i
suoi eccitati genitori, arriv sull'orlo delle lacrime ma poi
si ferm l, costringendosi a pensare all'anno di servizio
militare, che ormai distava un paio di mesi soltanto.
Immagin la dura vita del soldato, immagin di fare migliaia
di flessioni sulle braccia, di strisciare sotto il filo spinato,
sbalordendo l'ufficiale in comando con la precisione
del suo tiro a distanza. Si vide tornare dall'esercito forte,
spalle larghe, faccia indurita e coperta di barba, e cicatrice
sulla guancia (filo spinato). Dopo aver fatto ingresso nel
piacevole territorio che si trova fra la fantasia e il sogno,
Pronek and in perlustrazione, stanando un'insospettabile
sentinella nemica pronta a spaccargli l'osso del collo o a
ficcargli un coltello in un rene. Elimin un cecchino appostato
in cima a un palazzo piantandogli una pallottola
in mezzo agli occhi. Poi trascorse dei mesi in trincea con
Mirza, condividendo il cibo, in attesa dell'attacco, e quando
il nemico invase la trincea ed ebbe la meglio, fece saltare
una granata a mano morendo per la libert. Quando
poi scivol nel regno dei sogni puri e semplici, all'orizzonte
comparvero dei funghi, insieme ai soldati nemici nudi ed
eccitati, mentre lui era chiuso in una caverna insieme a topi
e rane. Una volta il padre gli mise la pistola alla tempia
e gli chiese: Vuoi che ti uccida adesso o dopo i cartoni
animati? Pronek rientr con un sussulto alla realt di
un'afosa notte adriatica, mentre le cicale producevano senza
tregua un suono stridulo come se stessero segando gli
alberi di fuori. Il padre russava pacifico e Pronek vide i
piedi della madre che spuntavano da sotto la coperta, i calli
illuminati dalla luna.
Il padre di Pronek, che aveva qualche conoscenza nell'esercito,
voleva brigare per ottenere che Pronek prestasse
servizio nella polizia militare. Pronek invece sperava di
servire il suo paese nella banda dell'esercito, da qualche
parte nei dintorni di Sarajevo, ma era troppo affezionato
alle sue fantasie per rinunciare alla mascolinit che gli anfibi
della polizia militare gli avrebbero assicurato. Strane
tuttavia sono le vie dell'esercito: Pronek fin in un'unit
di fanteria di stanza nella citt macedone di Stip dove, essendoci
oltre al distaccamento militare soltanto una fabbrica
di dolciumi, si sentiva un persistente odore di chewing 
gum al cocco.
Quasi con l'intento di punirlo per le sue fantasie, l'esercito
aveva un'idea di che cosa significasse diventare uomini
esattamente opposta a quella di Pronek: il suo principale
strumento erano le umiliazioni continue. Dapprima
le matricole passarono da una fureria, dove i soldati incaricati
di assegnare le divise gettavano loro addosso pezzi
di uniformi cercando di azzeccare la taglia o semplicemente
dando retta al ghiribizzo del momento. Pronek ricevette
una camicia troppo piccola, una bustina troppo
grande, calzoni in cui sarebbe comodamente entrato anche
un altro uomo di piccola taglia, e mutande del tutto
prive di elastico. Poi, dopo avergli rasato il cranio, lo spedirono
sotto la doccia in compagnia di altri duecento soldati,
uno dei quali decise di pisciargli su una gamba, impartendogli
cos una sorta di battesimo. L'acqua delle docce
era fredda e Pronek rimase troppo a insaponarsi, ma
prima che facesse in tempo a sciacquarsi venne interrotta.
Adesso diamo un'occhiata a Pronek, mentre esce dalle
latrine. Ecco un soldato nuovo di zecca dell'esercito popolare
jugoslavo: la bustina che gli preme sulle orecchie e
gliele spinge all'infuori; i pantaloni che gli sventolano intorno
alle gambe; le mutande che gli scivolano gi fin quasi
alle ginocchia, impedendogli di camminare. Portandosi
dietro i vestiti civili in un sacco bianco maleodorante, Pronek
vacilla verso la terra promessa della maturit con gli
occhi che gli lacrimano a causa dello shampoo che gli cola
dalla fronte.
Pronek si rotol nel fango, si precipit in cima alle colline
e ne discese, attravers di corsa una foresta con addosso
la maschera antigas, fin contro gli alberi, percorse
a passo di marcia le pianure macedoni e mont di guardia a
minacciosi magazzini, imparando a dormire in piedi. Al
poligono di tiro si rivel men che mediocre, perch quando
premeva il grilletto chiudeva gli occhi. Rub ai commilitoni
le calze pulite, e guard le foto delle loro fidanzate,
che al momento, presumibilmente, si stavano scopando
qualcun altro. Pronek mostr loro la foto di Sabina
bella, in costume da bagno su una barca, e pentendosene
non appena quelli attaccarono con le battute lubriche.
Sopport in silenzio le urla dei caporali e le grida del
comandante del plotone, il capitano Milosevic, il quale
aveva la passione di dare l'allarme nel cuore della notte e
farli restare sull'attenti per ore e ore. Cerc di non cascare
dal sonno durante le lezioni di scienze politiche, quando
il capitano Milosevic spiegava come l'America fosse destinata
al socialismo. Non c'era mai un momento in cui si
riuscisse a stare soli: in bagno, nelle camerate, alla mensa,
la notte, la mattina, nei sogni, c'era sempre qualcuno: ragazzi
magri, maleodoranti, sempre disposti a parlare di
donne e sempre all'erta contro i sotterfugi degli omosessuali,
sempre pronti a mangiare e ubriacarsi, sempre con
lo stesso repertorio di battute perlopi incentrate sulle
scorregge. Talvolta al giuramento delle matricole, nel corso
dei festeggiamenti per gli anniversari di partito, compariva
un'orchestra e Pronek guardava malinconico il chitarrista
che accarezzava le corde con aria assorta, suonando
una canzone sullo spirito gioioso della gente.
Mentendo ai genitori, Pronek spacci il suo soggiorno
nell'esercito per un'esperienza che lo aveva avvicinato ad
altri ragazzi provenienti da tutta la Jugoslavia, cosa che
rafforzava la fratellanza e la coesione che rendevano il paese
forte e unito. Certe volte agghindava le sue lettere con
apprezzamenti sulla semplice vita del soldato, oppure dichiarandosi
orgoglioso che il buon popolo jugoslavo, compresi
i suoi genitori, potesse dormire sonni tranquilli ora
che lui vegliava sulla loro libert. La sua veglia, in realt,
era dovuta pi che altro alle frenetiche masturbazioni notturne
di Spasoje, un pastore che aveva passato gli ultimi
dieci anni da solo con le pecore sulle montagne del Sud
della Serbia e a cui piaceva, negli spasimi della sua solitaria
passione, sbattere i piedi contro le sbarre della branda.
La storia vera Pronek la raccont a Mirza il quale gi la
conosceva, avendo ramazzato i ponti delle navi in marina
e avendo subito le sue stesse umiliazioni. Erano entrambi
arrivati alla conclusione che solo a un idiota poteva piacere
l'esercito, e si sentirono in colpa per non essere sufficientemente
patriottici, per non essere pi forti, per il disprezzo
che provavano verso quei commilitoni soddisfatti
del piacere di masturbarsi e fumare cicche scadenti. Consapevoli
che la censura dell'esercito avrebbe potuto leggere
la loro corrispondenza, diedero sfogo alla loro pena nel
gergo di Sarajevo, che purtroppo non sono in grado di tradurre
con accuratezza tale da renderne l'impenetrabilit.
Dopo tre mesi di addestramento in fanteria, Pronek era
ancora ben lontano dalla mascolinit promessa. Anzi, quando
fu assegnato alle cucine, fece anche un passo indietro.
Era un incarico comodo, proprio perch non implicava quasi
per niente l'uso del cervello: lavava grattacieli di teglie
e piatti e pelava galassie di patate. Pronek lavorava, mangiava
e dormiva mentre il tempo procedeva a passo di lumaca.
Aveva un compagno pelapatate, Ahmed, un ragazzo
bosniaco di Banja Luka. Ahmed era un cuoco, ma era
stato degradato dopo che in pi di un'occasione aveva risposto
ai superiori, i quali, a suo dire, erano solo dei figli
di puttana. Era un tipo grande e grosso e peloso che parlava
sempre in modo brusco e stizzito, come se si sentisse
insultato dalla risoluta esistenza degli altri. La prima volta
che pelarono insieme le patate, Ahmed continu a osservare
ingrugnito i modi taciturni di Pronek, criticando
lo spreco delle bucce tagliate cos spesse e continuando a
mostrargli quale doveva essere la giusta inclinazione della
lama. Ben presto venne fuori che Ahmed conosceva il cugino
di Pronek di Banja Luka e che riteneva la sevdah la
versione bosniaca del blues, e se non ci credeva gli disse di
ascoltare John Lee Hooker e Zaim Imamovic. Cos produssero
un loro repertorio di sevdah blues che descriveva la
fatica di pelare le patate e l'orrore dell'esercito e delle donne
lontane. Ad Ahmed piacevano i libri, avrebbe studiato
letteratura finita la naja, e raccontava a Pronek la trama
abbreviata e un po' contorta degli ultimi romanzi che
aveva letto. Gli piacevano gli hard boiled con i detective,
e anche Dostoevskij. Diede a Pronek L'idiota ma lui lo
trov mortalmente noioso e non riusc mai a finirlo, anche
se disse che ne aveva apprezzato la filosofia. Dopo che,
un mese prima del previsto, anche Ahmed se ne torn a
casa, Pronek dorm da sedici a diciotto ore al giorno, alzandosi
solo per mangiare e controllare la pelatura delle
patate ad opera dei nuovi in cucina, che avevano le mani
coperte di tagli e incisioni, e i secchi di fronte pieni di acqua
rosso sangue.
Tornato dal servizio militare, Pronek si rifiut di rispondere
a qualunque domanda dei suoi, e forn loro svariate
ragioni per cui essere fieri del suo nuovo status di
adulto. Poi si iscrisse a Lettere alla facolt di Filosofia. Fece
quella scelta principalmente perch Ahmed gli aveva
detto che non c'era da studiare molto, bastava leggere parecchi
romanzi, e per il resto si poteva cazzeggiare alla
grande. Dopo un mese dall'inizio dell'anno smise di frequentare
i corsi. Era troppo difficile per lui svegliarsi al
mattino per andare a lezione sapendo che avrebbe dovuto
sciropparsi i presuntuosi professori in giacca e cravatta che
concionavano sulla Grecia antica o la vita dei santi serbi.
N sopportava la vista delle ragazze cos graziose e modeste,
pronte a passarsi la vita chiuse in biblioteca; o dei ragazzi
sciatti, coi denti marci e la barbetta caprina, per i
quali era sempre incerto il confine tra l'essere ubriachi o
ispirati. Non che Pronek li odiasse o li disprezzasse, era solo che a vederli gli si stringeva il cuore dalla tristezza. Non
capivano come fosse tutto falso e inutile: le future bibliotecarie
che prendevano appunti su appunti; i poeti che scribacchiavano
le loro ultime confessioni su un taccuino pieno
di orecchie; il professore che con voce monotona leggeva
del santo che aveva patito in cima alla montagna.
Cos Pronek saltava le prime lezioni e passava la mattina
a letto, fissando il soffitto, un puntino qua uno l,
zanzare uccise anni e anni prima, sentendosi come se un
gatto nero gli si fosse appollaiato sul petto, facendogli le
fusa in faccia, pronto ad artigliargli un occhio se appena
si azzardava a muovere un dito. Si lambiccava il cervello
alla ricerca di una ragione per liberarsi del gatto e alzarsi,
ma non gliene veniva in mente nessuna.
Fu in una di queste mattine che Pronek entr nel suo
periodo di produzione poetica. I primi versi che scrisse nella
sua lingua madre potrebbero essere cos tradotti: Cos'
quella cosa che mi cresce addosso / Come un tumore in
un giorno di sole? La poesia non riguardava nulla di particolare,
se non il suo desiderio di liberarsi di quella propensione
a fissare il soffitto, e la intitol L'amore e i tumori.
Scrivere la seconda fu ben pi arduo: rimase seduto
di fronte all'abbacinante foglio bianco cercando di spremersi
alla ricerca di un qualcosa che aveva bisogno di esprimere.
Ancor prima di comporre un solo verso, aveva gi
il titolo: Il sonno profondo. Cos accadde che si alz dal letto
per scrivere delle poesie che di rime, stanze, per non
parlare di significato, non avevano neanche l'ombra. Presto
cominci a credere che quel che scriveva non fosse poesia
ma qualcos'altro, qualcosa di pi profondo e ineffabile,
che esprimeva il senso della vita: un cuore vibrante, le
lacrime che si nascondevano ai suoi occhi, la liberatoria
perdita di ogni speranza. Quelle poesie erano dei blues, gli
assicur Mirza, non c'era dubbio, e Pronek ebbe un'epifania:
si vide vecchio e con la pelle nera, seduto sotto il
portico di una baracca con una chitarra vagabonda in mano,
intento a raccontare dei suoi dolori e delle sue peregrinazioni
metafisiche. Era anche cieco: tutto quel che gli
riusciva di vedere era il buio della propria anima.
Ben presto L'amore e i tumori divenne una canzone
blues. Lo stesso avvenne con Il sonno profondo, Nascondo
le lacrime ai miei occhi e Non chiudere gli occhi. Mentre i
suoi sgobbavano per mantenerlo, Pronek passava le giornate
in camera sua a cantare, ululare (come Howlin' Wolf)
e gridare (come Screaming Jay Hawkins). Qualche volta
attingeva la sua ispirazione cos in profondit che il vicino,
un autista del turno di notte, batteva furibondo i pugni
contro il muro e si offriva di strangolarlo con le sue nude
mani.
Accadde allora che, dal dolore e dalla baraonda, nacquero
i Blind Jozef Pronek and Dead Souls, e Mirza,
naturalmente, fu la prima anima morta del gruppo. La
band si esib nello stipatissimo circolo studentesco di
Odontoiatria, che senza molta originalit si chiamava Zub
(cio dente), poi al circolo di Medicina, chiamato con un
briciolo di originalit in pi Kuk (l'anca), di fronte a un
pubblico di studenti ubriachi, eccitati e indifferenti.
Pronek, bat bat bat, batteva il piede per tenere il ritmo come
faceva Blind Lemon Jefferson con il bastone, e Mirza suonava
i suoi brevi, accorati a solo, ma risultarono impercettibili
gli altoparlanti, sommersi nel frastuono degli studenti
che cercavano di dimenticare gengive sanguinolente,
feti sottovetro e cuori spugnosi. Certe volte, tutto invece
funzionava alla perfezione, e il fumo emesso dalle narici
dei ragazzi aleggiava verso di loro formando un'aura nebbiosa
come la bruma che si leva dalle paludi sul Delta.
Pronek vedeva un paio di occhi che lo osservavano galleggiando
sulla superficie della folla, e pareva volessero scrutarlo
fin dentro alla sua anima di peccatore. Anch'io, giacch frequentavo
il Kuk e lo Zub, avrei potuto essere il proprietario
di un paio di quegli occhi, ma non ricordo di aver mai
sentito una blues band in quei locali, o forse  solo che ero
troppo ubriaco per rendermene conto. Verso la fine della
canzone Pronek chiudeva sapientemente gli occhi, dando
cos l'idea di essere piombato nei propri abissi. Quegli
sguardi che gli si muovevano sul viso e sul collo gli facevano
il solletico, come ragni dalle gambe lunghe e flessuose.
Ben presto, Mirza e Pronek reclutarono Zoka, un bassista,
e il percussionista Sila, un punk che lavorava nella
squadra manutenzione al reparto maternit dell'ospedale
e a cui piaceva bere come un matto al Kuk. Sila chiese
a Pronek di spiegargli il significato delle canzoni, perch
non gli piaceva suonare pezzi che non capiva. Ma
Pronek non  che sapesse con esattezza di cosa parlavano
quelle canzoni, a parte il fatto che esprimevano i suoi sentimenti.
Cos, sotto lo sguardo ferocemente inquisitorio
di Sila, si vide costretto a dipanare un'articolata esegesi
delle canzoni, paragonando implicitamente se stesso a
John Lee Hooker e a Dostoevskij, cosa che non contribu
in alcun modo a spiegarne i testi. Alla fine Pronek fece
ricorso ad alcuni riferimenti calcistici per spiegare che
L'amore e i tumori raccontava di una partita che era chiaro
avremmo perso ma che ciononostante volevamo disputare,
mentre Non chiudere gli occhi riguardava la consapevolezza
del ruolo in cui si voleva giocare sul terreno dell'universo.
La band fece altri provini, poi addirittura qualche
spettacolo a Zenica e Mostar, dove rischi anche di
farsi malmenare perch un idiota in bermuda aveva chiesto
della musica normale e Sila si era retoricamente scopato
sua madre. Sarajevo era una citt in cui di star non
ce n'erano, perch tutti si conoscevano e tutti si ricordavano
dei tempi in cui si rotolavano nel fango o giocavano
a biglie, e se ti mettevi a esagerare i bulletti locali pensavano
subito a rimetterti a posto. Per la strada principale
per le ragazze sorridevano a Pronek, a Mirza e perfino a
Sila. Un poeta coi denti marci iscritto a Lettere gli disse
che loro si aspettavano da lui grandi cose. Poi, il moroso
della cugina di Mirza, che lavorava per un giornale studentesco,
chiese a Pronek se aveva voglia di scrivere delle
recensioni musicali. I soldi sono pochi, gli disse,
ma almeno avrai una voce. Io ce l'ho gi una voce, ribatt
Pronek ma poi acconsent.
Un paio di anni dopo aver lasciato l'esercito, un marted
mattina, Pronek si svegli felice, salt gi dal letto e
usc dalla sua camera canticchiando Something Stupid di Sinatra.
Augur una buona giornata agli strabiliatissimi genitori
e addirittura prese il caff con loro mostrando qualche
interesse per la loro salute. La madre soffriva di dolori
artritici e il padre era stato retrocesso a un lavoro di
ufficio perch era arrivata gente nuova, spieg, che aveva
un unico elemento qualificante, ovvero l'etnia. Poi Pronek
si rec alla redazione di Valter, il giornale studentesco,
dove port una feroce stroncatura del nuovo album dei
Bijelo dugme, che descrisse come la forma pi bassa di
meschineria balcanica camuffata sotto una pretenziosa
glassa hard rock presa pari pari dagli stadi americani, e
continu a ripetere tra s questa frase come una poesia.
Il problema della felicit era che per il blues non costituiva
una buona base. A Pronek sarebbe piaciuto fare una
cover di Something Stupid ma quel pezzo col blues non c'entrava
niente, neanche in Bosnia, paese che pi lontano dal
Mississippi di cos non si poteva. Sila si rifiut di suonare
Something Stupid e disse che le loro canzoni dovevano
essere pi heavy. Ci voleva pi acciaio, e disse che a lui
ormai interessavano i Cult. Poi port dei pezzi che aveva
scritto lui, programmaticamente non in inglese, i cui titoli
tradotti suonavano tipo Scavati la tomba, fratello discotecaro
e Taglier la gola dell'amore.
Quando, nell'estate del 1990, Mirza e Pronek andarono
al mare, il problema non era ancora stato risolto. Trascorsero
le vacanze intrattenendo turbe di ragazze bionde
e abbronzate, ceche o ungheresi, portandosele a letto abbastanza
di frequente e abbandonandosi alla fantasia che
la vita sarebbe durata per sempre. Il piovoso giorno di agosto
in cui fecero ritorno a Sarajevo e dovettero salutarsi,
ebbero la sensazione che qualcosa fosse finito. E cos era:
i Blind Jozef Pronek non avrebbero pi suonato per mesi
perch Zoka stava preparando un esame di medicina e Sila
aveva scoperto l'eroina e si faceva le pere nei cespugli
lungo la Miljacka. Pronek scrisse delle nuove recensioni e
raramente si mise a suonare le vecchie canzoni dei Beatles
con Mirza. Si rifece persino vedere in facolt e, disse anche,
gli piaceva molto leggere La Divina Commedia. Trascorse
un po' di tempo col padre, costretto ad andare in
pensione, col quale faceva passeggiate in montagna. Il padre
gli raccontava varie storie: un caso di omicidio mai risolto
con un arbitro di calcio ritrovato nella Miljacka col
culo squartato; un prozio che se n'era andato dall'Ucraina
e si era trasferito a Chicago, dove lavorava in un albergo
come detective mentre il fratello aveva optato per
la Bosnia; una vecchia canzone ucraina che sua madre cantava
sempre e che lui ancora si ricordava parola per parola.
Si fermavano a osservare Sarajevo in fondo al calderone
delle montagne: le strade che si incurvavano come pieghe
su un palmo gigantesco; la gente che si riversava per
le vie tipo colonne di formiche; le case che riflettevano il
sole al tramonto e parevano avvolte dalle fiamme. Era incredibile,
disse il padre, come ci si ricordasse delle cose
successe anni e anni prima mentre ci si dimenticava di quel
che era successo il giorno precedente.
Dopo uno iato di sei mesi, nell'inverno del 1991 Pronek
rimise insieme la band ma la prima prova risult alquanto
fiacca: le canzoni erano deboli e vacue, completamente prive
di sentimento. Alcuni giorni dopo, Pronek e Mirza andarono
nella sala prove, il seminterrato a casa della nonna
di Zoka che era sorda, e scoprirono che tutti gli strumenti
erano stati rubati. Molti mesi pi tardi scoprirono
che a fregarseli era stato Sila, il quale aveva poi rivenduto
tutto per comprarsi dell'eroina dopo che all'ospedale
era stato sorpreso a rubare nei portafogli delle donne in
travaglio.
Pronek rest a guardare l'anno 1991 passargli davanti
come un treno, con la fila di finestrini illuminati che correvano
nella notte, senza riuscire a discernere la faccia delle
persone in viaggio verso chiss dove. Nel marzo del 1991
sogn che si faceva di eroina, e la quieta beatitudine a cui
si abbandon durante quel sogno fu cos piacevole che si
svegli temendo di essere diventato tossicodipendente senza
neanche aver toccato la droga. Nel mese di maggio si ritrov
spesso a bighellonare nei parchi e nel Vilsonovo, vellicato
dalla solleticante possibilit di abbordare le ragazze
sedute sulle panchine: le occhieggiava con sguardi smaniosi
finch queste prendevano e se ne andavano. A giugno in
Croazia cominciarono i tumulti: arrivarono notizie di scontri
fra i volontari croati, l'esercito e unit della morte provenienti
dalla Serbia, accompagnate dalle immagini di cadaveri
a cui erano stati cavati gli occhi e tagliati via i nasi.
A luglio Pronek fu invitato a visitare il Centro culturale
americano per conoscerne il direttore. Il giovane direttore
parlava un serbo croato spaventoso e Pronek, a pi
riprese tentato di correggerlo, fece non poca fatica a
seguirne il discorso. Il direttore disse che quel che Pronek
aveva scritto li aveva favorevolmente colpiti, e gli chiese
della sua vita e del lavoro. Con un paio di frasi brevi e
prive di avvenimenti Pronek fece un rapidissimo riassunto
della sua vita, tracciandone un quadro che gli parve assolutamente
disonesto. Addirittura temette che l'americano
lo avrebbe accusato di mentire, tirando fuori foto e
documenti che provavano tutto il contrario di quel che
aveva dichiarato: non aveva mai avuto nessuna band; non
aveva mai studiato l'inglese; nell'esercito non aveva mai
messo piede: Ed ecco qui una foto di lei che suona la fisarmonica
al matrimonio di suo cugino! Il colloquio, pens
Pronek, era stato una catastrofe. Quello stesso mese il
padre gli disse che un tale di sua conoscenza, membro dell'associazione
degli ucraini di Bosnia, cercava qualcuno
che volesse frequentare un corso estivo a Kiev per imparare
qualcosa in pi sulla loro cultura. Pronek non aveva
il minimo interesse per la sua cultura, e aveva gi sofferto
abbastanza attraverso le storie raccontate dal padre, ma
pens che lasciare Sarajevo e la guerra in Croazia per un
mese almeno avrebbe giovato alla sua salute mentale. Cos
and in Ucraina.
Questa per  tutta un'altra storia: io in Ucraina non
ci sono mai stato, quindi toccher a qualcun altro raccontare
quella parte della sua vita. In Ucraina comunque conobbe
una donna che un giorno sarebbe andato a trovare
a Chicago, approdando cos nel luogo in cui da allora in
poi sarebbe infelicemente vissuto e dove io in un'aula scolastica
lo avrei riconosciuto. So che si trovava a Kiev quando
avvenne il colpo di stato e l'Unione Sovietica croll, cosa
che fece preoccupare non poco i suoi genitori: tanto il
crollo quanto la sua presenza laggi. Ritorn pi vecchio,
forse anche pi saggio, essendo stato testimone di un avvenimento
storico ed essendosi anche innamorato. Scherzando,
diceva che era andato in Urss per sistemare un paio
di cosette e adesso era pronto a darsi da fare in Jugoslavia.
Quando fece ritorno a Sarajevo, la citt era oppressa
da una coltre pesante. Mirza, studente di legge in un tempo
senza legge, si stava dando da fare per trasferirsi in Canada
perch, disse, a Sarajevo non riusciva pi a pensare:
era come se il suo cervello fosse stato invaso da serbi e
croati pronti a tagliarsi la gola. Pronek, che non resisteva
pi a casa coi suoi che parlavano di come presto sarebbero
morti, si mise a frequentare bar e locali. Guardava la gente
mezza addormentata che ballava e rimorchiava chiunque
fosse rimasto sulla pista. E cos fece anche lui, e all'alba
si ritrov a palpeggiare nel parco della citt una donna
di cui non era riuscito ad afferrare il nome e di cui, nauseato,
sentiva la puzza di birra nell'alito. Il mattino dopo
odi se stesso ma, riflett, chi non odiava se stesso? Smise
di scrivere poesie e anche di suonare la chitarra, per
continu con quelle stupide recensioni che nessuno leggeva
(Nella mente di un figlio di pap gli a solo alla chitarra
sono i patimenti di uno schiavo e sembrano masturbazioni
amplificate). Un tipo che conosceva, una sera gli offr
dell'eroina ma quando lo vide vomitare dopo essersela
sfregata sulle gengive perch, disse, aveva perso la siringa,
lasci perdere.
Ancora pi spesso Pronek and a camminare in montagna
col padre. Ormai era autunno, e visto che faceva
freddo e umido non si spingevano mai troppo lontano, specie
da quando avevano sentito dire che c'erano delle pattuglie
armate che sparavano alla gente se si avvicinavano
troppo alle loro posizioni. Pap Pronek, in effetti, aveva
visto delle unit militari scavare delle trincee sulle montagne
intorno a Sarajevo, ma aveva pensato che servissero
a proteggere la citt. L'ultima volta che Pronek and a
passeggiare col padre, in ottobre, si fermarono a guardare
la citt infagottata nel crepuscolo. Si sentiva un fragore
sordo, un botto tremendo, come l'eco del Big Bang. Era
il prodotto di tutti i rumori della citt, disse il padre: lo
sferragliare degli autobus e delle lavastoviglie; la musica
proveniente dai locali e dalle radio; i piagnistei dei bambini
viziati; le porte sbattute; le auto messe in moto; la
gente che scopava, e diede al figlio una gomitata. Alzando
lo sguardo videro su in cielo le stelle, del tutto indifferenti.
Alcune non esistevano neanche pi, disse Pronek,
erano diventate buchi neri. Buchi neri, disse il padre, e di
nuovo gli diede di gomito.
In novembre ricevette una telefonata dal Centro culturale
americano nella quale la segretaria del direttore (il
direttore era partito perch Sarajevo stava diventando
troppo pericolosa) gli comunic che essendo lui un giovane
giornalista interessato a promuovere il valore della libert,
era stato invitato a visitare gli Stati Uniti dove
avrebbe potuto apprendere qualcosa in materia. E dove
posso andare? chiese subito, non sapendo bene che tipo
di rapporto avesse con la libert.
Eccoci quindi all'aeroporto di Sarajevo nel gennaio del
1992. Il padre lo accompagna senza neanche entrare nell'aerostazione
perch non c' parcheggio. Pronek resta a
guardare il vecchio macinino, che si allontana con il padre
che si piega verso il volante, come se gli avessero sparato
alla schiena. Ne vede il collo irsuto, gli occhi vecchi e stanchi
riflessi nello specchietto. D'un tratto, trainando la valigia
con le rotelle posteriori bloccate che si lascia dietro
due tracce parallele come i talloni di un cadavere,  preso
da un'immensa tristezza. Poi, al ristorante, aspetta che sia
l'ora del suo aereo sorseggiando un caff che sa di aceto.
Osserva un ammasso famigliare: borsoni, valigie, bambini
circondato da uomini che fumano e donne che si asciugano
gli occhi.
Poi, sull'aereo, allaccia la cintura e guarda con circospezione
le montagne intorno a Sarajevo. Il sedile accanto al
suo  vuoto. L'aereo sale, il suo stomaco scende, ma Pronek
fa ben attenzione a non mostrare che ha paura di morire.
Guardando gi vede una fila di puntini che sgocciolano
fuori dall'aerostazione, a seguire la scia di un altro aereo.
Uno di quei puntini  la mia testa, con un medaglione
di calvizie al centro. Seguo Pronek come un'ombra e mi
avvio verso il mio aereo e il mio destino poi, alzando lo
sguardo, vedo un aereo che sparisce dentro le nuvole.
Pronek d un'ultima occhiata alla citt distesa nella valle, come
per baciare un morto, mentre la nebbia s'insinua tra
le case. E ignaro di me, come un muro  ignaro di un'ombra che gli danza sopra.
Il velivolo penetra nelle nuvole e Pronek non riesce a
vedere pi niente. Quando l'aereo sbuca dalla scura matassa
lanosa delle nubi e si staglia nel cielo luminoso senza
stelle, Pronek non ricorda ormai pi che cosa  successo
il giorno precedente. Il sole splende attraverso l'obl, cos lui abbassa la tendina.
...
.
...
3. Fatherland.
...
.
...
 ora che conosciate le mie decisioni pi segrete. Chicago,
Londra, Amsterdam, Vienna, poi Varsavia, dove presi
un treno sgangherato diretto in Ucraina. Quando salii a
bordo, trovai lo scompartimento ingombro di pesanti nubi
di fumo e di una misteriosa acqua di colonia chiamata
Antarctica: prima che il treno lasciasse la stazione, vidi che
l'uomo sulla cuccetta di fronte se ne gettava addosso generose
manate prendendole da un'algida bottiglietta blu.
Poi si sbotton la camicia, come in uno strip fatto apposta
per me, rivelando a poco a poco la sua ingrigita tappezzeria
e fermandosi a un centimetro dall'ombelico. Adesso mi
verrebbe da pensare che l'imbarazzo di allora nasceva dalla
sensazione di vivere un momento memorabile ma, ne sono
certo,  un'interpretazione a posteriori. L'uomo si accese
una sigaretta, apr con impazienza un libriccino con
in copertina una provocante signorina pettoruta dall'aria
afflitta, e un titolo che, facendo io un uso occasionale e
zoppicante dell'obsoleto dialetto ucraino, decodificai come Il Signore della Mezzanotte.
Il Signore della Mezzanotte mi offr a pi riprese un
sorso da una bottiglia untuosa. Poi, dopo averne tracannato
d'un fiato il contenuto, si lasci cadere sul letto cos
di peso che i miei sogni furono improvvisamente smossi
da una scossa di terremoto: la crosta terrestre si squarciava
inghiottendo torme di persone; percosse da una frustata,
le strade sbalzavano via le automobili come scatole
di fiammiferi; le case si accartocciavano su se stesse.
Mentre il treno correva serpeggiando attraverso la Polonia, io
mi trascinai da un incubo all'altro: tutti sequel di quel primo
terremoto nei quali apparvero un supermercato Wal Mart,
la Sears Tower nonch topi, nanetti, scope e altri
parafernalia freudiani. L'ultimo sogno si svolgeva alla frontiera
sovietica: un manipolo di uomini in uniformi stazzonate
e smisurati cappelli piatti erano fermi sotto una
doccia di luce giallastra infestata dai moscerini. Poi, dopo
essere scomparsi nell'ombra, salivano sul treno. Osservavano
prima la faccia intontita del Signore della Mezzanotte
poi il suo passaporto, come per confrontarli, finch
non furono sicuri che corrispondevano. Quindi sfogliavano
il mio passaporto americano determinati a non farsi impressionare
n dalle sconfinate libert che sottintendeva
n, tantomeno, dalla raccolta di visti che avevo collezionato
nelle mie esistenzialistiche peregrinazioni. Nonostante
tutto mi lasciavano passare la frontiera, anche se
con una sprezzante espressione di disgusto con la quale intendevano
che avrebbero anche potuto trattenermi, o persino
farmi sparire, se avessero voluto. Quel che volevano
per erano cose ben pi remunerative, cos il passaporto
quasi me lo gettarono addosso. Andai a fare colazione nel vagone ristorante.
Era molto generoso definire vagone ristorante i pochi
tavoli coperti da tovaglie che parevano tele del Jackson
Pollockovic locale. Un cameriere annoiato a morte leggeva
i giornali e con tutto se stesso chiedeva, implorava
i viaggiatori di andarsene e non farsi vedere mai pi. Due
uomini seduti si sfioravano di tanto in tanto con le fronti
sopra il portacenere vuoto posto al centro geografico del
tavolo. Discutevano di qualcosa davanti a un bicchiere di
vodka (che per qualche momento sperai fosse acqua) animati
da appassionati slanci di retorica famigliare. Da quel
che potevo capire, la questione centrale della discussione
era un certo Evgenij, il quale aveva la particolarit di
essere uno sporco bastardo e insieme l'uomo pi gentile sulla
faccia della terra. Con Evgenij non si poteva mai dire:
non avrebbe esitato a piantarti un coltello tra gli occhi ma,
se glielo chiedevi, si sarebbe privato persino della canottiera
per dartela. I due annuirono, si baciarono e tracannarono
un bicchiere di vodka, poi un altro ancora. In quel
momento fui colpito, ho qui ancora una cicatrice a forma
di oceano, dall'idea che di me non ci fosse nessunissima
ragione di parlare, che ero estraneo a qualsiasi discussione
avesse avuto luogo nel mondo in qualsiasi momento. E
provai una grande invidia per quell'Evgenij, il pi generoso dei figli di puttana.
Tornai alla mia cuccetta dove mi riaddormentai, e mi
svegliai soltanto quando il treno, alle porte di Kiev, rallent
con uno scossone. Il Signore della Mezzanotte si tir
su a sedere con un grugnito, si diede una raspata al petto,
poi si raschi la gola e come se niente fosse scaracchi dentro una bottiglia vuota.
Il caldo umido della sera, le strade coperte da una scura
placenta oleosa. Trovai ad aspettarmi un tizio di nome
Igor, che aveva in mano un cartello con su scritto il mio
nome. Era biondo, con gli occhi azzurri, muscoloso come
un maratoneta e di intelligenza circospetta, dalle mille sfumature,
come si dice. Anche se adesso lo descrivo come
un dato di fatto, all'epoca per me non fu niente pi di una
sonnolenta impressione. Scesi dal treno mettendo i piedi
su uno sbuffo di vapore (anche se il treno non era a vapore:
abbiamo qui a che fare con un remake della scena in
cui la Karenina all'arrivo viene accolta da Karenin e dalle
sue banali enormi orecchie) e mi avviai verso la stazione
tra donne appena arrivate che baciavano uomini in attesa.
Salii sull'auto di Igor che puzzava di vomito e pino silvestre,
e un tale di nome Vladek prese silenziosamente posto
sul sedile dietro inalberando un magnanimo sorriso.
Scivolammo lungo le vie di Kiev, passando dal buio alla
luce, e dalla luce al buio. Stanco e intontito com'ero non
riuscii a spiccicare una parola, ma cercai di capire che cosa
diavolo Igor dicesse in quel suo ucraino gutturale, anche
se adesso non lo ricordo pi. Ricordo solo che di tanto
in tanto mi voltavo verso Vladek per controllare se esisteva
ancora, e lui rideva con l'entusiasmo demente della
sua impettita esistenza: arcuava le sopracciglia e mi faceva
l'occhiolino, quasi ci fossimo ritrovati a cospirare insieme in un misterioso complotto.
Nell'edificio era tutto in un ordine perfetto: i tappeti
stesi belli dritti nell'ingresso, le pareti di un bianco come
la neve a Natale. Igor mi disse che in realt quel posto era
una scuola del Partito ma che d'estate loro potevano servirsene.
Vladek apr la porta di una camera in cui entrai con riluttanza
e, dopo aver lasciato cadere le mie valigie, mi fece
un ultimo occhiolino. Il mio futuro compagno di stanza,
a torso nudo e con un paio di calzoncini decorati con
delle ancore, stava sprimacciando un cuscino. Io sono
Jozef, disse, e mi porse la mano ancora calda di cuscino.
Jozef Pronek. Permettete che mi presenti anch'io: sono
Victor Plavcuk. Ufficialmente ero venuto qui allo scopo
di riavvicinarmi alle mie radici, ma in realt quel che cercavo
era qualcosa da fare mentre tentavo di capire che cosa
fare. Ora permettetemi di evocare le spalle spioventi di
Pronek, il mento squadrato e i suoi occhi: color nocciola,
scuri e profondi almeno un miglio. Adesso  cos che lo ricordo
l'entusiasmo  cosa ex posto facto, anche se allora
era molto diverso: il suo volto  una cartina logorata dal tempo.
Quando mi svegliai il mattino successivo, Jozef era ancora
a letto, cos, per evitare l'imbarazzo che si ha nello
svegliarsi in stanza con un estraneo, feci finta di dormire.
Lo sentii stiracchiarsi sotto le coperte e grattarsi (la schiena?
le gambe?) con tale costante vigore che per un momento
sospettai si stesse masturbando. Poi, dopo aver rovistato
tra la sua roba, se ne and chiudendo la porta e i
suoi passi riecheggiarono nel corridoio. Mi alzai con una
pesante palla di acciaio sullo stomaco: la solita mattutina
inanit, quando tutto quel che facciamo a questo mondo
pare sfinito, stantio, esausto e inutile. Disfai le valigie e
appesi le camicie accanto a quelle del mio compagno di
stanza. Il colore predominante delle sue era tetro Europa
dell'Est, e le scarpe da ginnastica in fondo all'armadio erano
tutte scalcagnate. Cos, intenzionalmente, misi i miei
indumenti accanto ai suoi: i sandali, le scarpe da ginnastica,
i mocassini, e una sontuosa collezione di pantaloncini
kaki o colorati bisognosi di essere stirati. Per un istante
non riuscii a ricordare perch li avessi portati: l'arbitrariet
di quelle scelte mi fu improvvisamente chiara, e tutte
le decisioni mai prese in vita mia mi parvero assurde.
Mi piaceva (e mi piace ancora oggi) l'odore dei suoi vestiti,
l'odore stantio di una vita vissuta.
Quando il mio compagno di stanza rientr, ero seduto
sul letto con la testa fra le mani a meditare sulla necessit
di tagliarmi le unghie dei piedi.
Buongiorno, disse con calore costringendomi a rispondere.
Come va? chiese. Io ero abbastanza stanco.
Vuoi un caff? chiese. Bosniaco. Certo, dissi io.
Voi americani dite sempre certo, fece. Non c'era
ragione di mettersi a discutere, cos dissi certo e lui ridacchi.
Io mi chiamavo Victor. Lo so, fece lui. Mise un pentolino
con un lungo manico sul tavolo fra i nostri letti. Ci
infil due affari che sembravano rasoi collegati a un cavo
elettrico e connessi tra loro da una specie di bottone, poi
mise la cima nuda del cavo direttamente nella presa. Mi
resi conto, con serenit, che con quella operazione stava
mettendo a rischio la propria vita, nonch la mia salute mentale.
L'ho imparato nell'esercito. Sei stato nell'esercito? In quale?
Jugoslavo.  obbligatorio. Un sacco di tempo fa, quando avevo diciott'anni. E adesso quanti ne hai?
Ventiquattro, disse.
Aveva un naso tondo, che pareva gonfio, e labbra spesse
e carnose che teneva sempre aperte. E gli occhi pi scuri
che avessi mai visto, due biglie perfette. Sorbimmo il
caff, che era troppo amaro e aspro, e io senza dare nell'occhio
lo lasciai da parte. Gli uccellini cinguettavano fuori
dalla finestra e sembrava che qualcuno al piano di sopra
stesse ballando il tip tap. Era di Sarajevo, in Jugoslavia.
Tempo prima aveva una band musicale e scriveva per alcune
riviste. Suo padre, come il mio, era ucraino, anche
se era nato in Bosnia. Lui era venuto in Ucraina per visitare
la terra del nonno, ma anche per tenersi un po' alla
larga dalle cose folli che stavano succedendo in Jugoslavia.
Si era fatto l'idea che quelli (quelli chi?) ti riempivano
la testa di idee poi a te toccava svuotartela. Mi vennero
i crampi allo stomaco, dovevo andare in bagno.
Dobbiamo mangiare colazione, disse. Ti aspetto.
Certo.
Fu proprio durante il mio soggiorno nell'Europa dell'Est
che imparai ad apprezzare le cose semplici, e la caffetteria
in cui entrai seguendo Jozef, e di tanto in tanto
pestandogli i piedi (non avevamo ancora sincronizzato i
nostri passi), era di una semplicit spettacolare. La stanza
era immersa in una luce grigiastra e la vetrata dava su un
parcheggio dove c'era solo una gigantesca Volga nera, come
un tricheco arenato. Su una parete c'erano dipinti degli
uomini chinati, con lo sguardo infuocato e una montagna
di muscoli che pulsava sotto la tuta da lavoro. Di fronte
a loro donne in abiti tradizionali abbracciavano alti fasci
di grano un tempo dorato e adesso solo giallo slavato. Una
lunga fila di persone faceva stridere i vassoi trascinandoli
sopra una barra, in direzione del cibo. Alcuni, a giudicare
dai vestiti puliti ma stropicciati, erano stranieri e si guardavano
intorno nel tentativo di capire dove fossero finiti.
Prendemmo un vassoio anche noi. Erano appiccicosi, ancora
umidi negli angoli e puzzolenti di grassume socialista.
Ammonticchiai sul vassoio diversi gommosi pierogi e
una tazza di t limpidissimo. La ragazza davanti a noi, che
aveva delle braccia che erano ossa coperte di pelle, Jozef
la present: Vivian, mise sul proprio vassoio un pierogi
che pareva un orecchio mozzato e bruciacchiato. Mi pass
l'appetito all'istante. Mi sedetti di fronte a Jozef e mentre
lui masticava il suo pierogi, io sorbii il t completamente insapore.
Tu cosa stai facendo? mi chiese, guardandomi dritto negli occhi.
Bevo il t, dissi, tutt'a un tratto incerto su quel che in realt stavo facendo.
No, nella vita.
Ah, dissi. Nella vita La mia vita. La maturit 
tutto e io non l'ho ancora raggiunta. Sto scrivendo la tesi di dottorato.
Ho capito. Che cosa studi? Sia chiaro, questa era
una conversazione in cui proprio non mi volevo imbarcare.
Non mi andava si sapesse in giro che non facevo quel che dicevo di fare.
Shakespeare, dissi.
Shakespeare cosa? Era un vero bastardo, e non mi
staccava gli occhi di dosso. Brutto spaccapalle, perch non
guardi un po' da un'altra parte, guarda quelli l sulla parete
con lo sguardo di fuoco, guarda Vivian che rosicchia
il pierogi, pronta a un attacco di bulimia. E come si chiama la tua tesi?
Probabilmente arrossii. Seduto di fronte a quel Jozef
che veniva da un paese che cadeva a pezzi, lanciai occhiate
disperate alla zucca di marmo di Lenin, immerso fino
al collo nella cazzutissima Kiev. Queer Lear, risposi, e
stavo per aggiungere: Collasso e trasformazione della mascolinit in Re Lear, ma Jozef disse:
My little horse he thinks it is queer, that there is no house near.
Non queer in quel senso, nel senso di gay, dissi. Ci di cui mi occupavo, pensai, non aveva la minima applicazione
pratica, avrei potuto passare giorni a spiegarlo a Jozef, ma non sarebbe servito a niente. Colsi l'occasione per cambiare
discorso. Ti piace Robert Frost?
L'ho letto all'universit, disse. Studio anch'io leterratura... letterettura... cio libri.
Mentre cercava faticosamente di articolare la parola letteratura
gli venni in soccorso. Era difficile anche per me
pronunciarla, e sorrisi comprensivo col desiderio di abbracciarlo
come un fascio di grano. Ancora oggi, quando
insegno, se sono costretto a pronunciare la parola letteratura
vengo colto da una strana sensazione: mi prudono i
capezzoli e gli occhi mi si riempiono di lacrime.
C' stato un tempo, lo confesso tranquillamente, in cui
pensavo che ci fosse un che di nobile nel non sapere dove
si era diretti. Pensavo che sentirsi spersi fosse come ritrovarsi
a met dei capitoli del proprio Bildungsroman. Poi
per, nell'erta scalata verso l'autoconsapevolezza, provai
una grande sensazione di solitudine. Nel tentativo di capire
che cosa fosse la vita, prima ancora di cominciare a
vivere, e di chi fosse la responsabilit, mi diedi a leggere
e a pensare, a pensare e a leggere, nonch a bere. Poi andai
all'universit. In una classe popolata da personaggi solitari
e insicuri che setacciavano la letteratura di secoli
prima alla ricerca di persone come loro, imparai quanto il
desiderio fosse importante. (La tesi dell'insegnante che
con essa intendeva guadagnarsi fama accademica s'intitolava
Karaoke e Rappresentazione). Una volta mio padre mi
chiese che cosa desideravo dalla vita e fui felice che avesse
usato la parola desiderare, perch all'epoca mi consideravo
un esperto in materia. Mio padre era il genere di persona
che accomodava magnetofoni o sedie antiche per restaurare
l'ordine originale delle cose: a lui non interessava
fare ricerche, ma restaurare. Ad ogni modo, seguii le tracce
del desiderio, ma non mi condussero da nessuna parte
cos, a forza di vagare e girare, diventai uno di quei tipici
turisti americani esistenzialisti, con Jack Kerouac a
mo' di agente di viaggio. Per ragioni che all'epoca non
riuscii a comprendere appieno, l seduto davanti a Jozef,
a cercare di rispondere a domande che lui non aveva nessun
diritto di farmi, ebbi la terrificante sensazione di essere arrivato alla fine del viaggio.
Tu mangi quella roba? mi chiese Jozef indicando gli avanzi della mia triste colazione.
No, dissi.
Posso mangiarla io?
Certo.
Afferr un pierogi e lo divor in un boccone.
Sempre certo.
Certo, dissi ridacchiando di piacere dato che eravamo
gi alle battute d'intesa. Si alz con il vassoio tra le
mani e disse: See you later, alligator. Io resistetti all'istinto
di seguirlo e rimasi a studiare le varie forme delle
macchie di unto sul tavolo e il rapporto con le righe dritte
che lo attraversavano: una configurazione che in quel
momento sembr molto sensata, quasi fosse un messaggio
codificato. Guardai Vivian. Ciao, sussurr appena e
annu, come per dire che lo intendeva davvero.
Anche Vivian era all'universit, ma si occupava di lingue
slave: ne parlava cinque, compreso l'ucraino. Studiava
a Madison. Ce n'erano altri di americani, mi disse, indicando
con un gesto vago la fila di persone in coda che
non accennava a diminuire. Will, per esempio, che faceva
il tennista, ed era di Nonsodove in California. Poi c'era
Andrea di Chicago. E infine Mike e Basil, ma non facevano
mai colazione. Vivian suggellava la fine di ogni frase
con un cenno di assenso e di tanto in tanto rincalzandosi
una ciocca di capelli dietro un orecchio sul cui lobo
aveva eretto una recinzione di anellini. Continuava a tenere
lo sguardo sul piatto e non riuscivo a guardarla negli
occhi. Portava una camicia con un motivo di girasoli e
un'ampia scollatura che esponeva il suo petto magro di gallina
e la lieve curva dei seni. Mi disse che il posto era okay,
che lei usava moltissimo la biblioteca e che il giorno dopo
di buon mattino avremmo preso tutti insieme un treno per
Lvov, dove ci saremmo trattenuti un paio di giorni. Mi lamentai
di non essere stato informato, che fine aveva fatto
la vecchia solidariet degli americani in un ostile paese
straniero? poi me ne andai deciso a passare il resto della
giornata a dormire. Buonanotte, signora, buonanotte, dolce signora, buonanotte, buonanotte.
Ci alzammo tutti all'alba, Jozef mi aveva svegliato da
un sonno pesantissimo, e dopo esserci ripuliti gli occhi
dalle crosticine notturne, ci trascinammo fin su un autobus
che puzzava di sigarette forti e olio per motori. L'autobus
ci port alla stazione ferroviaria percorrendo le stesse
strade desolate per le quali avevo vagato il giorno prima,
cosa che mi diede la forte sensazione di muovermi in
circolo, anche se qua e l oggi c'erano vacillanti operai mattinieri.
Dietro ogni angolo ci tendevano imboscate statue
di Lenin o di qualche altro eroe socialista, invariabilmente
protese in avanti a sottintendere un qualche futuro.
Avrei voluto far notare tutto questo a Jozef che era seduto
qualche fila pi in l, troppo lontano per chiacchierare,
ma abbastanza vicino per essere consapevole della mia presenza.
La stazione era affollata di gente che, in attesa della
straziante partenza, si tirava dietro valigie stracolme e
mocciosi denutriti. C' una storia nella vita di tutti gli uomini
che raffigura la natura dei tempi andati. Io, pensoso
e meditabondo, mi ritrovai strizzato nel bel mezzo di una
marmaglia straniera in una nube di spossatezza e aglioso sudore.
Guarda, siamo come sale che scivola da dita, disse
Jozef. Immaginai una quantit di granelli di sale, tutti
uguali, che scivolavano dal palmo grinzoso di Dio. Era, a dir poco, umiliante.
Sul treno di sale ce n'era decisamente troppo: masse sovietiche
ovunque, con la loro solita espressione disperata:
donne con grossi involti ammonticchiati sul pavimento;
uomini dal respiro rantolante abbandonati sulle reti portabagagli;
sudore, fermento, onnipresente puzzo cipolloso;
cartine delle lande sovietiche che scolorivano alle pareti;
foto sbiadite di laghi lontani; sferragliamento, stridii
e clangore; la totale, completa impossibilit di trovare una
posizione comoda. Pensai che se in Unione Sovietica fosse
mai scoppiata un'altra rivoluzione, avrebbe preso l'avvio
su un treno o su un qualche altro mezzo di trasporto
pubblico: con una scintilla prodotta dallo sfregamento di
due culi sudati. Cercai di sopravvivere all'arrembaggio prerivoluzionario
mettendomi alle calcagna di Jozef il quale,
sorridente, riusciva a fendere la folla, e il mare dei corpi
si apriva al suo passaggio. Trovammo posto in piedi nello
scompartimento occupato dai nostri compagni di scuola,
anche se gli unici che riconobbi erano Vivian e Vladek.
C'era padre Petro, che Jozef chiamava padre Petrol,
un giovane prete canadese cicciotto ma affusolato che, parlando,
continuava ad accarezzarsi la tetta destra. Immaginai
d'un tratto un futuro in cui la parrocchia, che si trovava
da qualche parte in una delle province del Canada
occidentale, era travolta da una sollevazione popolare dopo
che padre Petrol veniva sorpreso ad accarezzare, seppure
in modo innocente, un bel bambino. C'era Tolya,
una ragazzina di Toronto o gi di l, che approfittava di
ogni occasione per strofinare i suoi meloni contro Jozef, il
quale reggeva agli assalti con espressione da zio divertito.
Vladek, l'uomo con la faccia da Komsomol (Jozef), occhi
spalancati, lentiggini, e un ricciolo malizioso sulla fronte,
continuava ad abbracciare Tolya, cercando di allontanarla
da Pronek e condividendo la sua fiaschetta di vodka
senza fondo con chiunque fosse interessato, me compreso.
Nonostante la mia aria pudica pedante, presi anch'io qualche
vigorosa sorsata, che mi escori la gola e mi assicur la
stima della folla e un sorriso di Jozef. C'era Andrea, una
donna di Chicago con la quale cercai di non incrociare lo
sguardo per il timore di intravedere qualche comune conoscenza,
e lei fece altrettanto: come tutti i turisti, volevamo
credere di essere i soli stranieri fra i locali. Jozef continuava
a lanciarle delle occhiate col labbro superiore che
fremeva sull'orlo di un sorriso seduttivo. Poi, seduta nell'angolo,
c'era Vivian, che rifiutava di bere e, incredibilmente,
cercava di leggere, anche se alla fine rinunci e si
mise a chiacchierare con padre Petrol, da quel che riuscii a
capire, di martiri e santi. Nello scompartimento successivo
dove avevo sbirciato con la speranza, nonostante tutto,
di trovare posto a sedere, c'era Will con altri due tipi,
che dalla camicia di flanella e la variet di ammennicoli
da viaggio mi parvero americani: avevano zaini pieni
di tasche, borsellini appesi al collo, orologi digitali con una
quantit di piccoli schermi utilissimi.
Ovviamente, i finestrini erano bloccati e di l a un paio
d'ore l'umidit cominci a disegnare luccicanti motivi sui
vetri; le pareti erano appiccicose, la pelle mi prudeva e continuavo
ad annaspare alla ricerca di un po' d'aria.
Restai in piedi con le ginocchia rigide. Il treno correva
in una foresta brumosa tra un plotone di alberi schierati a
scandirne visivamente l'ipnotico sferragliare, poi si ferm
nel cuore di una forra. Nel silenzio pi totale alcuni alberi
a picco sulla gola erano chini a osservare due cerve muscolose che brucavano.
Che belle, disse Jozef.
S, feci io.
Come si fa a ucciderle? Non capisco, disse Jozef.
Neanch'io, dissi.
Le cerve sollevarono il muso verso di noi come se avessero
capito che parlavamo di loro. Jozef non disse nulla,
ma lentamente alz una mano in un cenno di saluto. Una
delle cerve fece un piccolo passo avanti, come per vederci
meglio: giuro che sapevano che le stavamo osservando,
e videro Jozef fare ciao con la mano. Sembr un gesto normale,
naturale, il semplice cenno di una mano, ma io non
osai farlo perch c'era Vivian che mi stava guardando ed ero imbarazzato.
Il treno si rimise in marcia, lo sferragliare dei vagoni
cominci ad aumentare, poi le cerve, girate le terga, scattarono
via di corsa. Jozef e io restammo in silenzio per quasi
un'ora, con la schiena premuta contro il freddo umido
del vetro. Mi capita spesso di ripensare a quel momento
(la bruma umida del mattino; la vischiosit in cui eravamo
tutti scivolati; l'allegrezza che Jozef trasmetteva col suo
corpo eccetera eccetera), e ogni volta mi ritrovo ad ammettere
di non aver mai avuto, dunque neanche perso, un qualcosa
che Jozef invece possedeva, cio la capacit di rispondere
e interloquire col mondo. Poi arriv Lvov e scendemmo
insieme dal treno, in un'aria pungente ed eccitata.
Tirammo all'unisono un respiro profondo, quasi ci tenessimo
per mano: amici, in che paese eravamo?
Fu a Lvov che Will il tennista fece pienamente ingresso
nel mio campo visivo. Si era piazzato di fronte alla tetra
stazione ferroviaria di Lvov con le braccia spalancate,
dando sicure indicazioni ai sonnolenti viaggiatori che per
caso gli capitava di incontrare. Aveva gli occhi di un azzurro
penetrante, atletiche braccia da tennista, con il sinistro
asimmetricamente pi grosso del destro, e il corpo
robusto e atticciato del contadino ucraino, limaccioso
residuo della pozzanghera genetica dei suoi progenitori.
Ben presto mi lasciai andare alla sua saggia guida, e lui condusse
me, Vivian, Vladek, Tolya e gli altri verso un autobus
del tutto identico a quello che ci aveva trasportati a
Kiev. Io, seduto accanto a un finestrino, avevo preso a guardare
fuori quando Jozef si lasci cadere di peso vicino a
me. Davanti a noi, Vladek raccontava in un inglese penoso
un'orrida barzelletta a Vivian, la quale si sforz di emettere una graziosa risatina.
Mi svegliai di fronte a un edificio cupo con la guancia
schiacciata contro l'osseo promontorio della spalla di Jozef.
Will ci inform, aveva sempre l'aria di sapere dove ci trovavamo
e perch, che quello era lo studentato e li ci avrebbero
ospitati durante il soggiorno a Lvov. Gli studenti che
entravano e uscivano ritraevano la testa fra le spalle conficcando
il mento nel petto, di umore chiaramente scontroso.
Di sicuro, immaginai, in quello studentato le docce non funzionavano.
Josef e io condividevamo una camera a dir poco ascetica:
pareti nude (sebbene la mia memoria continui ad alzarsi
in punta di piedi per appendere un'immagine di Lenin);
letti con la testiera di ferro e materassi sottilissimi e infossati;
una sedia vacillante e una scrivania ancor pi vacillante,
con due chiodi simmetricamente conficcati sull'interno
delle gambe posteriori a mo' di strumento di tortura per gli studenti.
D'un tratto Will ci piomb in camera per chiederci
in realt chiedere a me, visto che Jozef continuava a ignorarlo
se andava tutto bene. Tutto bene, risposi. Poi Will
annunci che stava cercando di capire se non era possibile
trovare una sistemazione migliore e spar.
Chi  quello? disse Jozef. Non mi piace.
 a posto, dissi io. Vuole solo darci una mano.
Forse, disse Jozef e improvvisamente se ne and.
Io non volevo essere abbandonato in quel posto spaventoso,
ma non potevo prendere e seguirlo. Cos restai l da
solo seduto su un letto che reagiva cigolando a ogni mia
pi piccola contrazione muscolare, fissando la parete vuota
che reclamava un'immagine di Lenin. Mi schiacciai le
mani fra le ginocchia finch quasi non le sentii pi, trasformate in pappa dalla paura.
Ripensai al giorno in cui mio padre si decise a portarmi
a una partita di baseball; erano anni che lo pregavo, e
mia madre aveva insistito per settimane. Ma lui lo odiava
il baseball: prendere a bastonate senza motivo una pallina
e rimbambirsi dalla noia, ecco cos'era per lui. Sebbene
avesse tenuto a informarmi che non mi avrebbe comprato
n bibita n hot dog, ero raggiante per l'eccitazione. Ci
sedemmo sulla gradinata del Wrigley Field. Io mi ero portato
dietro il guantone da baseball (regalo della mamma)
che era rimasto per lunghi mesi chiuso nell'armadio. Ero
sicuro che sarei riuscito a prendere una palla, era il mio
giorno, il mio momento fortunato. Durante l'inno nazionale
mio padre rifiut di alzarsi in piedi perch era ancora
ucraino, quasi The Star Spangled Banner offendesse la
sua ucrainit. Per fece alzare me, voleva che apprezzassi
l'America, perch io ci ero nato. Durante la partita si annoi
a morte e continu a guardare ossessivamente l'orologio.
Io non presi nessuna palla e al sesto inning ce ne andammo.
Odiavo mio padre perch era uno straniero merdoso:
fuori luogo, miserabile, sempre incazzato.
In quel momento Jozef rientr con una bella bottiglia
di vodka, svit il tappo e disse: Vuoi un goccio?
Accidenti, s, e buttai gi un sorso che mi bruci la gola.
A te piace il baseball, Jozef? gli chiesi.
 stupido, disse, bastoni palla, niente altro.
S, lo so. Allora gli raccontai dell'eterna incomprensione
tra il baseball e mio padre. E Jozef rest ad ascoltarmi
non con l'atteggiamento di U ci siamo passati tutti di
chi si sente costretto a stare a sentire, ma con vero interesse
e pazientemente proteso verso di me. Capisco adesso
che forse cercava di decodificare il mio inglese, cosa che
comunque non mi scoraggia dal pensare che lui mi capiva
meglio di chiunque altro, proprio perch era in grado di
andare al di l delle mie caduche parole. Mi raccont di
come lo castigava il padre: per ogni trasgressione (rubare
qualcosa o mettere le mani nelle tasche delle giacche del
padre) lo puniva con venticinque cinghiate, stabilendo anche
l'ora esatta dell'esecuzione, di norma. La sera dopo i
cartoni. Parlava con quel suo inglese smozzicato, saltando
gli articoli e strapazzando irrimediabilmente soggetto, verbo
e complemento oggetto. E tuttavia lo comprendevo alla
perfezione e immaginavo con chiarezza la sequenza delle
punizioni. Non c'erano n urla n grida, n violenze lasciate
disordinatamente al caso, l'esatto contrario di mio
padre, che scardinava gli sportelli dei mobiletti in cucina
e li scaraventava contro il muro. Dopo i cartoni andavano
in camera da letto e l venivano inferte le frustate, con tanto
di sedere rosso eccetera eccetera e, lo devo confessare,
invidiavo moltissimo Jozef per quei momenti che aveva assaporato.
I padri, disse Jozef. Loro sono strani.
Poi parlammo delle nostre madri e delle loro sofferenze
domestiche. Jozef ricordava di come sperava sempre che
la madre andasse in camera da letto a fermare le cinghiate,
ma lei non era mai comparsa. Io gli raccontai di mia madre,che
prendeva le cose di cucina dagli armadietti e le sbatteva
per terra, spaccando i piatti e tirando come frisbee i
coperchi delle pentole che poi rimbalzavano contro mio
padre. Parlammo delle donne, del primo amore, argomento
che per parte mia dovetti rimpolpare e aggraziare un po'.
Parlammo della nostra infanzia, degli amici di un tempo
che adesso se n'erano andati, anche se quelli di Jozef erano
ancora tutti a Sarajevo. E le avventure assurde all'epoca
della scuola: di quando inalammo il Kool Aid per saltare
l'ora di biologia (Jozef); di quando, a quattordici anni,
siccome avevamo provato a fumare l'erba, alla lezione
di ginnastica avevamo poi fifa di scendere dalla fune (io).
I triti atteggiamenti ribelli che nella nostra adolescenza
sembravano rivoluzionari: dire vaffanculo, puttana! a
una suora (io); lanciare una spugna fradicia contro un ritratto
di Tito (Jozef). Paragonammo Chicago e Sarajevo,
quanto le trovavamo fantasticamente orrende e schifosamente
provinciali. Avevamo la bocca secca: la vodka ci
aveva diluito il sangue e ci era finita dritta nel cervello.
All'alba ero cos sbronzo ed eccitato che mi venne voglia
di abbracciarlo, ma temevo pensasse che ero strano. Quando,
finalmente, andammo a letto, rimasi sdraiato con gli
occhi aperti a guardare i raggi del sole che strisciavano sulla
parete sopra il letto di Jozef, scoprendo delle macchie a
forma di isole del Pacifico. Il cuore mi galoppava nel petto
e sentivo Jozef che ancora bisbigliava raccontandomi
del buffo modo in cui aveva perso la verginit. Il suo respiro
continu a vellicarmi i lobi delle orecchie anche mentre
si agitava nel letto; e la dolce infermiera ancora non arrivava
ad accarezzarmi i riccioli.
Oh Lvov, coi tuoi antichi, sconciati monumenti, vestigia
dei fasti d'epoca borghese; le tue facciate mitteleuropee
con i fregi appena distinguibili sotto la spessa lordura
del progresso; le tue piazze e le statue di eroi senza nome
e di poeti sconosciuti! Ho forse dimenticato di dire che
non ero mai stato prima in Ucraina? Tutto quel che sapevo,
l'avevo sentito da mio padre, il quale aveva lasciato
quei luoghi ormai da molto tempo. Jozef e io girellammo
per le strade della citt vecchia e restammo quasi nauseati
dal paesaggio geometrico dei quartieri nuovi. Per Jozef
tutto aveva l'aspetto familiare delle citt dell'Est europeo,
mentre a me pareva un sogno sognato in un altro sogno.
Laggi da qualche parte, ma esattamente dove non lo sapevo
c'era la Lvov in cui mio padre era cresciuto e da
cui era poi partito, e che io, da figlio disgraziato qual ero,
non avevo il minimo interesse di mettermi a cercare.
Jozef al mattino aveva assoluto bisogno di caff, cos si
mise alla ricerca di un locale. Trovammo un bar armeno
dove bevemmo un liquido limaccioso abbastanza simile al
caff bosniaco di Jozef. Io, che di solito prendo solo tisane,
con quel caff che si poteva spalmare su una fetta di
pane, diventai nervoso e ciarliero e non riuscii pi a tenere
la lingua a freno. Mi venne l'urgenza di raccontare tutto,
e anche alla svelta. Raccontai di mio padre, di come era
nato a Lvov. Raccontai delle cose che non mi aveva mai
detto e che io venni a sapere sentendo mia madre che inveiva
quando litigavano. Gli raccontai che mio padre era
entrato a far parte di un'organizzazione ucraina segreta,
anzi segretissima, allo scopo di preparare una guerra di liberazione:
provavano un odio profondo per russi, polacchi
ed ebrei. Poi, a diciott'anni, nella seconda guerra mondiale
si era unito ai partigiani di Bandera che combattevano
i bolscevichi e cercavano di non entrare in conflitto
con i tedeschi. Lo stesso Bandera era stato fatto prigioniero
dai tedeschi, e in seguito, dopo la guerra, era stato
ucciso dal KGB e... Lo so, disse Jozef. Ad ogni modo
mio padre e i suoi compagni si erano nascosti nei boschi
vicino a Lvov, attaccando di tanto in tanto un convoglio
di approvvigionamenti, e pagando un alto prezzo in termini
di vite umane. Avevano bevuto l'acqua dai pozzi avvelenati
e mangiato i resti del bestiame che trovavano nei
villaggi a cui i tedeschi o i bolscevichi avevano appiccato
il fuoco. Cos erano morti anche di malattie degli animali,
con la faccia coperta di pustole purulente. La vita di un
uomo valeva quanto quella di un animale. I pochi che erano
riusciti a sopravvivere erano rimasti coinvolti negli
scontri e nelle carneficine che erano seguiti alla sconfitta
dei tedeschi ed erano finiti, ben contenti, prigionieri nei
campi di concentramento degli alleati. Mio padre che aveva
studiato musica, era un baritono, in quei campi si era
messo a cantare: antiche ballate ucraine, arie italiane, e
chanson parigine di prima della guerra che, chiss come,
erano arrivate fino a Lvov. Poi era andato in Inghilterra,
a Liverpool, a lavorare nei docks. Quindi in Canada, dove
aveva messo in piedi la Opera Society ucraino canadese di
cui era l'unico membro, e si era messo a disposizione per
cantare ai matrimoni e ai funerali, perlopi funerali. Dopodich
era andato a Chicago e aveva concepito la mia miserevole persona.
Mio padre dipingeva i suoi giorni pre americani con
una profusione di dettagli scollegati: come, in tempo di
guerra, quando avevano delle sigarette le dividevano sempre,
e se non ne avevano fumavano la lanugine delle tasche;
come lui fosse il cantante pi bello e dotato di tutta
Lvov; come i prigionieri di guerra si erano messi tutti a
piangere quando lui aveva cantato L'Ucraina non  ancora
morta; come lui e il suo migliore amico si erano abbracciati
nella neve, cercando di scaldarsi a vicenda col fiato finch
il suo migliore amico non aveva smesso di respirare;
come aveva cantato l'opera una sola volta, a Kitchener, in
Canada, dove avevano fatto il gravissimo errore di dargli
la parte di Wotan, in una produzione locale della Valchiria.
Certe volte, a casa, d'un tratto attaccava La canzone
del fuoco sacro mettendomi addosso una fifa tremenda.
Ragazzi, avevo proprio dato la stura, non la smettevo
pi di blaterare, ed  possibile che Jozef di gran parte del
mio monologo non abbia capito un accidente. Tant' che
a un bel momento, di punto in bianco, dandomi anche un po' fastidio mi disse:
Sai, Bandera quando era giovane, vuole essere forte,
non avere dolore. Cos mette dito in porta, poi chiude per
vedere quanto sente dolore. Lo fa tutti giorni.
Che potevo dire? Cos dissi: Che idiozia.
Comunque, dopo la dbcle dell'Opera Society, mio
padre si mise a fare l'autista di camion e una volta mia madre
disse che una delle cose che gli capit di trasportare
oltrefrontiera furono degli stranieri. Alla guida del suo camion
arriv fin negli Stati Uniti e a Chicago conobbe mia
madre, un'irlandese del South Side che all'epoca era una
ragazza di diciannove anni. Probabilmente allo scopo di
procurarsi la cittadinanza americana la mise incinta
(segreto che mia madre rivel urlando in una delle loro liti
pi violente). In ogni caso la spos: vuoi per senso di responsabilit,
vuoi per il passaporto, ma dubito che sia stato
per amore, perch era difficile trovare la bench minima
traccia d'amore nei gesti e nelle parole di mio padre.
Mio padre era, io lo posso attestare, un uomo disadattato.
E come romanzo americano, disse Jozef.
Gi, feci io.
La ragione era forse che il mio fratello pi grande, nato
qualche mese dopo le loro nozze, mor in Vietnam (Vietnam,
guerra grande, disse Jozef). Di lui ricordo una vaga
presenza in uniforme, un qualcuno che mi tirava la palla
da baseball cercando di non centrarmi sul naso. Qui sulla
scrivania (ecco, date un'occhiata) ho una sua foto sorridente:
 in uniforme, e nella mano sinistra ha un guantone da
baseball che sbadiglia come una pianta carnivora. Mio fratello
fin a pezzi su una mina. Anni dopo ricevemmo la visita
del suo compagno d'armi, che in cambio della storia
vera cercava di tirar su qualche spicciolo per farsi un goccio.
Descrisse la morte di mio fratello con una serie di dettagli
patologicamente sanguinolenti: intestini fuoriusciti
che ancora palpitavano sul terreno, urla disumane, un cecchino
vietcong che gli sparava a un ginocchio eccetera eccetera.
La mamma rinfacciava a mio padre la morte di mio
fratello, gli rinfacciava tutte le balle sull'esercito, tutte le
stronzate sul dormire nei boschi, le cose che avevano indotto
mio fratello a credere che l'esercito tirasse fuori il
carattere dagli uomini. L'esercito ti uccide, urlava lei, il carattere
te lo manda a puttane, e adesso mio figlio neanche
esiste pi. Mio padre pensava che un uomo avesse bisogno
di farsi un po' di carattere, e una vita dolorosa te lo
forgiava, proprio come la porta lo aveva forgiato a Bandera.
Cos, l'assenza di mio fratello, il velo della sua morte
sulle pareti di casa, queste cose qui, avevano forgiato il
mio di carattere. Mio padre, vecchio figlio di puttana, non
ne parlava mai. Continuava ad andare in chiesa in Chicago
Avenue, continuava a cantare nel coro, ma teneva il
becco eternamente chiuso. Mio fratello fu ucciso una settimana
prima di essere congedato. Aveva ventitr anni, si chiamava Roman.
Molto interessante, disse Jozef. In mia lingua roman significa linguaggio.
Ma vaffanculo, gli dissi. E quella fu la prima volta
che mi incazzai con lui. L'incazzatura per non dur molto:
ci sedemmo sull'autobus uno di fianco all'altro, in silenzio,
e proprio mentre stavo per dirgli che mi dispiaceva,
mi accorsi che aveva chiuso gli occhi, il ragazzo sventato.
Mi aveva appoggiato la testa sulla spalla e un filo di
saliva gli gocciolava da un angolo della bocca e mi colava
sulla manica: gli avvicinai una mano alla nuca e la tenni a un soffio dal suo collo delicato.
Far ritorno a Kiev, un paio di giorni dopo, fu come tornare
a casa: l'odore di grasso e aceto socialista mi era familiare
come la cucina di mia madre; nella stanza nuda, un
paio di calze di seta che mi ero sfilato quando ero arrivato
mi attendevano arrotolate sotto il letto. Jozef lasci cadere
la valigia, salt fuori dalle scarpe e si butt sul letto.
La testiera in ferro lasci una cicatrice sul muro. Io feci lo
stesso, ma con un po' pi di cautela. Ci allungammo sul
letto e in silenzio fissammo il soffitto, mentre non meglio
precisate parole mi serravano la gola: avrei voluto dire
qualcosa perch sembrava che il silenzio disfacesse la nostra amicizia.
Quello  microfono, disse Jozef indicando il dispositivo
antincendio sul soffitto, con tono spaventevolmente sicuro. Forse anche telecamera.
Ovviamente era una cosa tutt'altro che insensata: eravamo
in Unione Sovietica, in uno studentato del Partito,
e se a Kiev ci fosse stata anche solo una telecamera, probabilmente
l'avrebbero piazzata proprio li. Cominciai a ricordare
tutto quel che potevo aver fatto sotto lo sguardo
del dispositivo antincendio: mi ero dato una scrollata al
pisello nudo; in mutande avevo cantato a squarciagola e
fatto qualche passo di danza; mi ero sdraiato sul letto di
Jozef e gli avevo odorato il cuscino; avevo ispezionato la
sua valigia e toccato tutte le sue cose. Immaginai l'uomo
che mi stava osservando: un tipo annoiatissimo, coi baffi
e una cravatta coperta di macchie; le ascelle incrostate
di sudore; intento a una partita a scacchi contro un collega
tormentato dall'ulcera; indifferente allo sfarfallio degli
schermi finch qualcuno non notava su uno i movimenti
di un americano puzzolente. E, dopo un po' di
oh oh oh e ah ah ah, chiamava un paterno superiore che si
presentava serissimo e impeccabile. Non gli interessava
un accidente se mi mettevo le camicie modaiole di Jozef.
Odiava la mia debolezza, come mio padre la volta che mi
aveva sorpreso a masturbarmi, e ordinava agli altri due di
tenere la telecamera accesa e di portargli le registrazioni tutti i giorni.
La telecamera mi dava un fastidio tremendo perch il
senso di sovranit su se stessi, l'idea della completezza del
proprio corpo, dipende interamente dall'illusione che nessuno
ci possa guardare dentro, che le uniche persone autorizzate
a entrare dentro di noi sono quelle a cui vogliamo
bene e che conosciamo perfettamente.
Jozef, invece, faceva ciao alla telecamera e diceva: Salve
compagni. Io mi chiamo Jozef Pronek e sono spia.
Ma che dici, facevo io. Smettila.
E questo  mio amico Victor, anche lui spia. E americano,
lavora per Cia.
Sta' zitto.
Per favore venite arrestarlo. E stato cattivo. Vi dico tutto quanto so di lui.
Piantala, urlai. Piantala.
Allora la piant, altro strano silenzio, ma poi si alz
e usc dalla stanza e mi lasci l da solo con la telecamera
che mi ronzava sopra la testa.
Nonostante l'incidente della telecamera, dopo il ritorno
da Kiev le giornate scivolarono tranquille. Quando ci
svegliavamo, io e il mio amato compagno di camera, la mattina
era immersa in un sole meraviglioso. Tra i ricordi della
vista che si godeva dalla nostra stanza c' un'improbabile
chiazza di neve che copriva il parcheggio e i rami degli
alberi ritti come matite, che lo delimitavano (oltre ai
quali, venni a sapere, c'era Babi Yar). Quella neve in realt
era solo una luce estiva cos abbagliante da sbiancare ogni
cosa. Jozef era una di quelle persone sempre di ottimo
umore al mattino: cominciava la giornata canterellando i
motivi che erano stati la colonna sonora dei suoi sogni (riconobbi
per esempio Something Stupid e Nowhere Man);
poi gironzolava in mutande, cianciando a non finire. Fu
in una di quelle mattine che mi raccont delle sue numerose
fidanzate; della sbandata per Andrea (che, ammise
candidamente, gli provocava considerevoli erezioni); della
sua band (Blind Jozef Pronek and Dead Souls), e del suo
migliore amico, che era la chitarra ritmica della band; dei
suoi antenati (un prozio trucidato da Stalin; un altro che
lavorava nelle ferrovie austriache; un altro ancora che,
molto tempo prima, aveva fatto il direttore d'orchestra in
Cecoslovacchia); e mi raccont della famiglia (genitori, zie
e zii a cui era difficile stare dietro).
Ricordo che mio fratello faceva i sollevamenti a torso
nudo di fianco al mio letto e io mi svegliavo sentendo gli
ansimi, i grugniti e il rumore secco del suo petto contro il
pavimento. A volte mi destavo impaurito e allora lui mi
consolava, accarezzandomi i capelli, sorridendo. Poi contraeva
lo stomaco e a me sembrava che gli venissero delle
convulsioni dolorosissime, per niente gli rovinava mai il
buonumore mattutino. Io sono l'esatto contrario: tutta
quella gioia l'avevo persa, chiss dove, un bel po' di anni
prima. Cos assorbivo passivamente l'allegria di Jozef, senza
mai rispondergli e perlopi sperando che la piantasse,
convinto che quello stesso entusiasmo mattutino lo avrebbe
avuto anche parlando a un armadio. Io volevo starmene
per conto mio ma con Jozef era difficile: prendeva la
tua vita a secchiate di acqua gelida, te le rovesciava sulla
testa e ti faceva annaspare in cerca d'aria.
Poi andavamo a far colazione, scendendo le scale con
passo sincronizzato mentre Jozef mi teneva una mano gentilmente
appoggiata sull'osso del collo. Capitava di rado
che fossimo da soli al tavolo, d'un tratto saltava fuori
una schiera di suoi amici, cosa che mi rendeva reticente
o, peggio, mi faceva pronunciare frasi insensate che suonavano
come citazioni sbagliate e pretenziose: Tutti conoscono
qualcuno che  morto; Le parole sono diventate
cos false che detesto utilizzarle per dimostrare qualcosa.
Joseph si perdeva ad amoreggiare con Andrea e a
scambiare con lei occhiate d'intesa (Hai fatto bei sogni?),
il che mi faceva subito pensare alle sue erezioni;
stuzzicava padre Petrol (Hai sognato delle belle ragazze?),
facendogli arrossire ogni singola pustola dalla vergogna;
salutava i due ragazzini polacchi, i gemelli che seguivano
padre Petrol come una doppia dose di tentazione
(Vi siete scambiati il nome ieri sera?); provocava
Vladek chiedendogli che genere di informazioni avesse
passato al KGB (Diglielo che sono una spia); faceva una
battuta volgare a Vivian, che non gli era simpatica perch
era vegeteriana (Ho io salsiccia per te); e rivolgeva la
parola anche a Will, assorto nell'International Herald
Tribune che si era portato dietro (Che notizie sono?);
poi imbarazzava sia Tolya sia me suggerendoci di fare l'amore
dopo colazione. Tutti noi ruotavamo intorno all'asse
del mattutino buonumore di Jozef, ma erano traiettorie
che potevano far venire la nausea.
Dopo dovevamo andare a lezione per approfondire la
nostra conoscenza della storia e della cultura ucraina. Io
di solito saltavo le ore di lingua ucraina, ma cercavo di andare
a quelle di storia. Per la storia nutrivo grossomodo
lo stesso tipo di interesse che avrei avuto guardando a bocca
aperta un incidente ferroviario; in pi c'era il fatto che
a lezione veniva anche Jozef. Ci sedevamo nelle file pi
in alto dell'aula ad anfiteatro, quasi alla stessa altezza degli
sguardi di Marx, Engels e Lenin, e osservavamo la
schiena smunta di Vivian china a prendere appunti, Will
sempre con la mano alzata, e un gracile professore di Toronto
che aveva scritto un libro di un migliaio di pagine
sulla storia ucraina. Io prendevo appunti un po' a caso,
pi che altro come residuo di un'abitudine acquisita all'universit,
mentre Jozef si affannava a disegnare nugoli
di farfalle e dissennati rettangoli. Ero cresciuto nutrendomi
della personale interpretazione di mio padre della
storia ucraina, secondo cui le frequenti e invariabili sconfitte
erano in realt un trionfo dei martiri; gli intellettuali
debosciati e i politici esitanti traviavano i cittadini e tradivano
gli eroi; i pogrom in realt erano stati istituiti per
autodifesa; gli ucraini preservavano l'ortodossia cristiana
dai polacchi e dai comunisti. Storia inutile, si? disse
Jozef. A lui era piaciuta molto la storia inutile dei cosacchi
che, come parte del rituale, tiravano fango contro il
capo appena eletto. Secondo Jozef, era una cosa che dovevano
fare tutti, aggiungendo anche un po' di merda al
fango. Un giorno, quando una divisione delle SS ucraine
venne sbaragliata dall'Armata Rossa nella sua prima e unica
battaglia, le nostre ginocchia si toccarono e per la prima
volta sentii che mi si agitava nel ventre un animaletto
peloso, ma lo soffocai subito sotto il morbido cuscino della negazione.
La sera andavamo a passeggiare lungo il Dnjepr mentre
ci attaccavano le pi grosse flottiglie di zanzare che mai
si fossero radunate, un assalto dopo l'altro, con esemplari
che sembravano piccole cicogne: era difficile non pensare
a Cernobyl, e a come da quelle parti l'evoluzione avesse
preso una strada del tutto particolare. Percorrevamo
Andruvski Uzvis in lungo e in largo alla ricerca di una birra,
per finire, invariabilmente, in un ristorante armeno
frequentato da tutti gli stranieri che si trovavano a Kiev.
Una volta, in quel ristorante, tutto il gruppo della scuola
ordin un intero maialino: una vera cosa da re, secondo
Jozef. E deliziato si avvent sugli ossi, ungendosi le dita,
leccandosele, e sfidando tutti ad assaggiare il cervello, anche
se nessuno os eccetto Andrea (mentre Vivian impallidiva
all'altro capo del tavolo). Al solo pensiero di mangiare
il cervello di maiale a me veniva da vomitare, invece
loro, tutti goduti, continuarono a imboccarsi con decadenti
pezzetti di materia grigia. Strano  il sapore del desiderio.
Poi, tornati allo studentato, ci fermavamo a bere nella
stanza di qualcuno, a raccontarci aneddoti divertenti e a
chiacchierare, anche se adesso non ricordo pi di cosa.
Jozef si andava a infrattare con Andrea, mentre io mi facevo
attaccare un bottone da Vladek, che farneticava in russo
su come bere vodka da un vaso fosse il massimo del divertimento.
Padre Petrol pontificava (rivolto perlopi verso i
gemelli) sul valore spirituale dell'apicultura; e Vivian non
so come finiva sempre per sedersi vicino a me e cominciava
una conversazione pacata sulla pessima qualit del cibo
e sulle interruzioni dell'acqua allo studentato. Me ne
andavo via solo quando ero sicuro che Jozef non fosse pi
chiuso in camera nostra a chiavarsi Andrea al buio, mentre
un raggio di luna s'intrufolava nella stanza e gli solleticava
la curva schiena nuda da delfino.
Un giorno, tutti gli americani della scuola vennero convocati
nell'ufficio di Igor. Non posso certo dire che l'idea
di un'esecuzione di massa del nemico imperialista non mi
avesse attraversato la mente, tuttavia ci andai lo stesso.
Eravamo in sei: c'era Will, con i suoi capelli biondi, la bocca
mezza aperta e un sottobosco di peli gialli sugli avambracci
gonfi, che si present con una racchetta da tennis.
C'era Mike, da Schenectady, col quale mai mi era capitato
di parlare prima di allora: un grosso capoccione slavo e
un pizzicore all'inguine al quale faceva fronte toccandosi
di continuo la zona del pene (Giochi a tennis? chiese a
Will). C'era Vivian la vegetariana, con la pelle traslucida
e le giunture nodose. C'era Andrea, che con le lentiggini e
tutto il resto aveva una sua chicaghiana, slanciata bellezza
(Sei di Chicago anche tu? le chiesi. Sii, disse lei,
e questa fu tutta la nostra conversazione). C'era Basil di
Baltimora, posizionato in modo equidistante da tutti gli
altri, con gli occhiali dalla montatura leggera e un involto
di banconote ordinatamente piegate dentro una clip d'argento:
faceva il bancario (Faccio il bancario, disse). E
poi c'ero io, studente universitario, impantanato nel bel
mezzo di una tesi intitolata Queer Lear.
Cos, in un profluvio di pessimo inglese, parl Igor: il
presidente americano George Bush sarebbe venuto a Kiev
per una visita in nome dell'amicizia tra i due paesi. Il popolo
ucraino era felice di dare il benvenuto e ospitare il
presidente americano, perch provava un grande rispetto
per lui e voleva instaurare una profonda amicizia con il popolo
americano, e bla bla bla con tono stentoreo. Poich,
disse, noi parlavamo sia ucraino sia inglese, saremmo risultati
utili come interpreti. Certo, disse Will all'istante.
Sono orgoglioso di servire il mio paese, disse
Basil. Bush  un coglione, disse Andrea. Io non ci
penso nemmeno. Anche Vivian e Mike erano dello stesso
parere, poi toccava a me parlare. Da quel che ricordo,
sicuramente in modo impreciso, tutti quanti si voltarono
verso di me, al rallentatore, sporgendo lievemente il capo:
mi ci vollero alcuni lunghi momenti per decidere. Io sono
uno di quelli che prova sempre un certo imbarazzo quando,
alle partite di baseball, ci si deve alzare e voltare verso
la bandiera, eppure lo faccio sempre, sospinto dalla mano
invisibile di mio padre. N ho mai pensato che la morte
di mio fratello sia valsa qualcosa. Ma adesso era diverso:
c'era questa gente, in un paese straniero, io li conoscevo,
eravamo un noi. Ero stufo di sensazioni, sentimenti
confusi e inflessibili. Volevo andare in una direzione familiare.
Cos dissi Okay ed evitai lo sguardo di Andrea.
Il gioved sarebbe passato a prenderci un autobus. Ci
avrebbe accompagnato qualcuno del consolato. Igor ci ringrazi
molto e ci disse quanto era importante che la nostra
scuola partecipasse alla storica visita. Era senza scarpe,
aveva addosso soltanto delle calze bianche come la neve,
a parte una macchia rossa sulla sinistra dalla quale si
capiva che l'alluce sanguinava abbondantemente.
Ma c'erano gole da tagliare e altri lavoretti da sbrigare:
salimmo su un autobus scalcagnato, con i finestrini imbrattati,
probabilmente precedente all'epoca di Breznev.
Su quell'Arca decrepita salpammo in compagnia di altri
americani senza nome racimolati in tutta Kiev, che si misero
a sedere sui sedili davanti. Eravamo diretti all'aeroporto,
ci disse una ragazza dai capelli rossi con addosso un
vestito blu elettrico. Roberta, cos si chiamava, lavorava
al consolato e disse che era felice di conoscerci. Un secondo
dopo, per, gi ci aveva dimenticati, tutta concentrata
sulle strade di Kiev costellate di buche e sui suoi obiettivi,
tipo un certo incarico all'ambasciata di Mosca o una storia
con un bel tipo della Cia. Mi piaceva il suo modo di rastrellare
i capelli vaporosi con gli artigli color carminio.
Mi sedetti accanto a Vivian, attratto dal suo profumo
di sudore al cocco e dalla sua pelle luminosa. Quando afferr
la maniglia sul sedile davanti, vidi le vene di velluto
che sporgevano. La sentivo anche respirare, e la punta delle
trecce le tremava smossa dal respiro. Aveva le gambe
nude marchiate qua e l da alcuni lividi che spiccavano sulla
pelle d'oca, e la sua fragilit mi impaur. Vivian, consapevole
che la stavo osservando, continu a guardare dritto
davanti a s sorridendo solo di tanto in tanto, mostrando
le gengive con riluttanza.
Poi, quando Will scaravent il suo fisico da tennista
sul sedile di fronte a noi e disse: Roberta dice che forse
riusciremo a vedere il presidente, Vivian fece: Uau.
Arrivati all'aeroporto, in uno spiazzo laterale, non c'era
nessuno eccetto un tipo dalle spalle squadrate e la mascella
cubica; portava un abito scuro e occhiali da sole, e aveva
un aggeggio dentro l'orecchio e le mani come armi letali.
Esattamente come immaginavo dovessero essere le
guardie del corpo del presidente. Mi diverte sempre moltissimo
conoscere qualcuno che  la personificazione di un
clich: provo la piacevole sensazione che il mondo si vada
completando e che, anche senza il mio intervento, tutto
finisca al posto giusto e sotto controllo. I suoi occhiali da
sole riflettevano una copia in sedicesimo di Vivian. Ci accompagn
in una sala d'aspetto e, prima di scomparire,
con voce sintetica ci disse di attendere.
Noi ci sedemmo ad aspettare.
Ammazzammo il tempo, strangolando ogni singolo minuto
con le mani muscolose della noia mortifera. Nella
stanza non c'era niente di niente: niente quadri alle pareti,
niente giornali, niente carta e penna, niente scritte oscene
sulle sedie, e neanche mosche morte nelle plafoniere.
Scambiai con Vivian qualche informazione di poco conto:
il nostro dolce preferito da Dunkin' Donut (lo stesso:
Boston Kreme); il nostro programma preferito (Hogan's
Heroes); la canzone dei Beatles preferita (Yesterday,
Nowhere Man), il condimento da insalata preferito (lei nessuno,
a me non ne veniva in mente neanche uno). Eravamo
d'accordo quasi su tutto, e questo rese Vivian raggiante.
Io tuttavia devo confessare, e, Vivian, se sei li da qualche
parte a leggere questa triste narrazione, trova in cuor
tuo il modo di perdonarmi, che mentii dall'inizio alla fine.
Le diedi ragione solo perch era molto pi facile che
difendere le deboli opinioni in cui non avevo mai creduto
granch, e in pi era un piacere vederla sorridere.
Tornammo a essere silenziosi, e il tempo continu a
sobbollire piano finch evapor. Ci ricondussero alla scuola,
ma quella sera, dissero, il presidente avrebbe tenuto
un discorso a Babi Yar e forse ci sarebbe stato di nuovo
bisogno di noi. Sono tempi brutti quando i folli guidano i ciechi.
La gola di Babi Yar era colma di gente che brulicava sullo sfondo verde degli alberi. Sulle fosse che un tempo erano
state riempite di cadaveri, erano cresciute le piante, che
mi davano la fastidiosa impressione di essere ingiustamente
vive. Il presidente Bush attravers il palco con le lunghe,
silenziose falcate di chi ha sempre percorso una strada sicura:
intorno a lui, infatti, un manipolo di figli di puttana
tutti d'un pezzo erano baldanzosi per i rigonfiamenti delle
armi nascoste e l'ansia di dare la propria vita per il presidente.
Sopra il palco incombeva un monumento, ma nonostante
fossimo vicini non riuscii a capire che cosa fosse:
un grumo indecifrabile di bronzo nero. Will, Mike, Basil,
Vivian e io guardammo il presidente apparire dinanzi alla
folla ucraina che seguiva ogni sua mossa con distaccato stupore
come un cane che guarda il topo: solo quando fu di
fronte alla gente divent reale. Gli occhi piccoli e luccicanti,
un po' insulsi, esaminarono la folla alla ricerca di un
volto leale, un'abitudine presa a casa, dove gli elettori crescevano
come gramigna. Dopo aver dato un'occhiata all'orologio,
disse qualcosa a un tizio tarchiato, superzelante,
che aveva in mano una cartellina. Il tipo annu, allora
il presidente si avvicin al microfono. Si sent un fischio,
poi la voce gracchi attraverso gli altoparlanti. Il presidente
tocc la testa del microfono con le labbra e sobbalz, senza
smettere di parlare, e cerc di sistemare l'ostinato microfono,
quasi dovesse strangolare un serpente. Infine un
registratore nascosto dentro di lui e connesso alla corrente
elettrica della sua anima trasmise la sua voce. Non c'era nessuno a tradurre.
Una volta Abramo Lincoln afferm che non possiamo
sfuggire alla storia... disse cupo, accapigliandosi ancora
col microfono. Sotto il palco c'erano uomini in uniforme
accovacciati o appoggiati al fucile, e con la testa sfioravano
l'assito del palco. Sotto l'uniforme portavano magliette
a righe da marinaio, il che significava che erano del
KGB. Fumavano, e pareva fossero del tutto indifferenti a quel che succedeva sopra di loro.
Oggi ci troviamo a Babi Yar a combattere contro
un'orribile verit. Aveva pronunciato Yar come se fosse
stato year. Gli uomini ai piedi del palco ridevano per
qualcosa, e uno di loro scuoteva la testa, incredulo.
E facciamo una solenne promessa, continuava il presidente
con voce sempre pi profonda e il microfono che
sibilava. Tra il grigiore della folla, vicino al palco, vidi
emergere il viso luminoso di Jozef. Teneva le mani in tasca
e accanto a lui c'era Andrea.
La promessa che di crimini come questi non ne accadranno pi.
Quelli del KGB sotto il palco, sempre accosciati, fecero
cadere all'unisono la sigaretta per terra e calpestarono il
mozzicone, come se stessero ballando Yhopak.
La promessa di opporci sempre alle forze dell'odio e del fanatismo.
Mi resi conto che il presidente Bush mi ricordava un
certo Myron, un bambino che quando eravamo piccoli, per
venticinque centesimi mangiava i vermi: ne metteva un
paio tra due fette di pane e dava un bel morso. Certe volte,
mentre masticava le teste, vedevi persino le code che
si dimenavano tra le fette di pane. Poi, con quel che guadagnava
si comprava qualcosa da bere: una Colt 45, una Cobra, roba del genere.
E promettiamo che ogniqualvolta la nostra fede nei
principi svanir (il microfono d'un tratto si spense), quando
gli uomini e le donne di valore rifiutano di difendere i
valori (silenzio), per ogni bambino ucciso (sibilo, silenzio,
sibilo) nessuno di me potr mai dimenticare. Nessuno di
noi potr mai dimenticare.
Il sole al tramonto si insinu tra le cime degli alberi e
accec Bush, che per un momento socchiuse gli occhi. Jozef
sussurr qualcosa all'orecchio di Andrea e lei si mise a ridacchiare
coprendosi la bocca con una mano. Le persone
in piedi sul palco alle spalle del presidente erano a disagio,
mentre gli uomini sotto si erano sdraiati sulla schiena e
guardavano in alto la copertura del palco con gli AK 47 posati
accanto. Silenziosamente Vivian mi si avvicin, con
l'aroma di cocco che si disperdeva nel suo sudore. Il tipo
corpulento con in mano la cartellina diede una scrollata al
microfono, come se fosse stata solo una questione di testardaggine, poi rinunci.
Che Dio benedica tutti (...sibilo) il ricordo di Babi Yar.
Poi Bush scese dal palco e dopo una serie di
microavvenimenti che non ricordo pi, dovete comprendere il
mio shock, Jozef si ritrov, dietro la minacciosa trincea
delle guardie del corpo, di fronte a Bush e al suo incantevole
viso, come se un raggio di luce gli si fosse posato per
volere divino sul volto. Jozef lo guardava con un ghigno
corrucciato, e a posteriori capisco come si rendesse conto
del momento meravigliosamente assurdo che stava vivendo.
Bush per aveva visto qualcos'altro, forse un volto angelico,
forse qualcuno che in fotografia avrebbe fatto risaltare
la sua presidenziale figura (le macchine fotografiche
continuavano a scattare), qualcuno d'aspetto slavo ed
esotico e tuttavia intelligibile: l'intero impero del male riassunto
in un'unica fotogenica espressione di dolore. Cos,
rivolgendosi al grassone, come aspettandosi che traducesse, chiese a Jozef:
Come si chiama, giovanotto?
Jozef Pronek, rispose Jozef, mentre l'altro stava ancora
declamando la traduzione della domanda, con la saliva
che gli eruttava agli angoli della bocca.
Questa  una terra sacra. Che Dio benedica il tuo paese,
figliolo.
Non  mio paese, disse Jozef.
S che lo , disse Bush, dandogli una pacca sulla spalla. Puoi scommetterci. E tuo se lo vorrai.
Ma io sono bosniaco.
 una grande famiglia, il tuo paese. Se ci sono fraintendimenti
bisogna risolverli. Bush annu, concordando
di cuore con se stesso. Jozef non si mosse, col corpo rigido
e un sorriso che gli aleggiava sul volto, confuso dall'arcano.
In quel momento capii di essere innamorato di Jozef.
Avrei voluto che Bush lo abbracciasse, che gli premesse le
guance contro in segno di stima, e magari gli desse un bacio.
In quel momento avrei voluto essere Bush per avere
di fronte Jozef pieno di desiderio. Bush per se ne and,
emanando felicit grazie a quella sua capacit di entrare
in contatto con tutti. Neanche fossi stato una roccia, rimasi
impalato e tremante, a fremere dal desiderio e a guardare
Jozef con il sole alle spalle. Rimetto la scena da capo
come un video, riavvolgo, torno indietro, e rallento nel
tentativo di fermare il punto in cui la nostra amicizia  scivolata
verso il desiderio, ma il momento di transizione 
evanescente, e quasi in un batter d'occhio il mondo scivola dall'estate all'autunno.
Ma quello non  il tuo compagno di stanza? chiese Will.
S, feci io. S.
In quell'istante anche Jozef mi vide. Mi salut con la
mano e scosse le spalle, come se si fosse trattato di un incidente,
piuttosto che di destino. Oh, appiattisci, te ne
prego, la terra cosicch mai ci si debba separare.
Naturalmente, da allora in poi mi tenni ben alla larga
da Jozef. Quella stessa sera cedetti alla presenza silenziosa
e insistente di Vivian, e finii per invitarla nella mia stanza
mentre Jozef era da qualche parte a far baldoria, dove
facemmo l'amore sul mio letto. Vivian appoggi le labbra
contro le mie e me le succhi. Io lasciai vagabondare
le mani sulle sue costole e sul suo seno, e cercai di infilarle
la lingua in bocca. Fu un protocoito impacciato: io continuavo
a dare ginocchiate alla cornice di ferro del letto mentre
Vivian, la mia sottile Ofelia, continuava a scivolare
nella fessura tra il materasso e il muro. Alla fine, anche se
vi fu un po' di petting nervoso e pesante, non riuscimmo
ad arrivare alla penetrazione. C' forse bisogno di dire
che ero distratto dall'assente presenza di Jozef, che sentivo
l'odore dei suoi vestiti e che mentre cercavo di affrontare
l'iter amoroso da una nuova prospettiva, mi scivol
una gamba gi dal letto e finii con un piede su una
delle sue scarpe? La parte che preferii, tuttavia, fu la chiacchierata
che facemmo dopo aver rinunciato al nostro sventurato
semi rapporto, fingendo che fosse tutto un po' troppo
presto. Eravamo l'uno di fronte all'altra, respiravamo
l'uno l'alito dell'altra, e parlavamo sottovoce di quando
eravamo bambini, quando le gioie erano semplici e copiose.
Mi disse, con una mano dolcemente appoggiata sul mio
fianco, mi disse che da bambina era cos piccola che si appendeva
a uno sportello in cucina e si dondolava avanti e
indietro. Io mi ricordavo di quando mio fratello mi faceva
dondolare tra le gambe, mi faceva girare sopra la testa
e mi metteva in groppa. Non avevo voglia di scopare con
Vivian, avevo solo voglia di stringerla e parlarle. E mentre
parlava, continuavo a immaginare Jozef sdraiato sul
suo letto in mutande che sovrappensiero si arricciolava i
peli intorno ai capezzoli. Suvvia, va' in convento!
Da allora trascorsi con Vivian un bel po' di tempo: dal
punto di vista degli intenti e dei fini, avevamo una relazione.
Andavamo a lezione insieme e ci sedevamo vicino,
mentre Jozef si piazzava molto pi in alto, lontano dal mio
sguardo. Ci chiedevamo: Stasera che cosa vuoi fare? e
rispondevamo: Non saprei, tu cosa vuoi fare? Era sempre
la stessa cosa: passeggiavamo un po', e andavamo prima
al ristorante armeno, poi in stanza da Vivian, mentre
la sua compagna, una certa Jennifer di Winnipeg, dormiva
con Vladek da qualche altra parte. Facevamo un po' l'amore
avanzando lentamente verso la sempre remota penetrazione
(Vivian non era ancora pronta, aveva ancora
paura del dolore, anche se, cos disse, non era vergine), poi
parlavamo dei nostri ricordi. Progredimmo fino alla piena
adolescenza, quando io avevo scoperto le droghe e lei la
verdura. Certe volte, lei decideva di restare in camera a
leggere libri di storia, o a tradurre qualche sfigato poeta
ucraino, cos io andavo a giocare a tennis con Will. Mi
stracciava senza il minimo sforzo, suggerendomi generosamente
degli esercizi che avrebbero migliorato il mio deplorevole
gioco di gambe. Altrimenti facevamo dei doppi:
io e Will contro Mike e Basil. Will, dopo ogni vittoria, esigeva
un complicato high five, ma io lasciai sempre stare.
Poi giocavamo a poker tracannando vodka infernale. Will
pareva che sapesse tutto del campionato di baseball, e discutevamo
dandoci snobbescamente l'aria degli esperti,
ben consapevoli che nessuno in quel maledetto paese ne sapesse
qualcosa n gliene importasse. Si divertivano anche
a parlare di donne: volevano sapere come scopava Vivian
(io potei dir loro ben poco), mentre pareva che fossero in
possesso di qualche informazione su Andrea (Mike afferm
che le piaceva succhiare cazzi non circoncisi), su Jennifer
di Winnipeg (pagava Vladek per scoparselo) e su padre Petrol
(sorpreso a farselo rizzare nel bagno). Ovviamente, io
ero disgustato ma d'altra parte il loro stupido chiacchiericcio
aveva un che di confortevole e familiare: era come
essere di nuovo al campeggio estivo.
Quando poi tornavo in camera, mi sentivo sempre un
po' in colpa, quasi avessi tradito non soltanto Vivian ma
anche Jozef. Talvolta, se rientrando in stanza ubriaco lo
trovavo ancora sveglio, ci mettevamo a chiacchierare del
pi e del meno. Lui mi raccontava delle sue piccole avventure
a Kiev: un tizio alla posta gli aveva detto in un
orecchio come, ai tempi di Stalin, la gente all'improvviso
spariva, ma nei negozi le salsicce non mancavano mai; aveva
assaggiato lo kvass ed era cos schifoso che era contento
di averlo provato perch adesso lo poteva dire in giro;
Andrea aveva comprato un berretto da ufficiale dell'Armata
Rossa da un tale che vendeva anche occhialoni per
vedere di notte, e adesso lui meditava di comprarseli l'indomani.
Nonostante ridessimo e stessimo bene insieme, a
me sembrava che avessimo rotto e ormai fossimo solo amici.
Avevamo bandito il desiderio dalla nostra terra, sebbene non vi si fosse mai fermato.
Sveglissimo, fissavo con gli occhi sbarrati la telecamera
sul soffitto, desiderando mettere le grinfie su quei nastri
e vedere Jozef che si svegliava al mattino: la sua pelle
morbida, con ancora il segno delle coltri, i fossili del sonno
sulle spalle nude; avrei voluto vederlo fare l'amore con
Andrea. Allora chiudevo gli occhi e con la mente gli facevo
scivolare una mano prima sul petto poi verso l'inguine.
Mi fermavo al confine delle mutande costringendomi a
pensare a Vivian. Dovete capire che non mi era mai accaduto
prima di sentirmi attratto da un uomo, era una cosa
che mi terrorizzava e certe volte era difficile discernere tra
la paura e l'eccitazione: l'oscurit mi palpitava intorno, al ritmo del cuore.
Di tanto in tanto provavo l'impulso di confessare tutto
a Vivian: di dirle che stavo con lei solo perch avevo bisogno
di qualcosa di sicuro e familiare; di dirle che non
riuscivo a smettere di pensare, e Dio solo sa se non ci avevo
provato, al mio compagno di stanza straniero, anche
quando lei mi toccava e sentivo il suo respiro sul viso. Tuttavia,
invece di confessarmi davvero, concionavo con lei
sulla mia tesi e sulle dinamiche omosociali presenti nel Re
Lear; come il crollo della societ a cui Lear apparteneva
fosse rappresentato dall'evirazione; come il momento in
cui Lear si ritrov da solo con Cordelia prima della sua
morte corrispondesse al superamento della propria mascolinit
e alla scelta di assumere una nuova identit. Non
la smettevo pi di blaterare, rendendomi conto solo a un
certo punto di quanto poco lei comprendesse. Vivian, cosa
incredibile, lo trovava interessante: giurava sul suo onore
che era tutto assai strano e mirabilmente lacrimevole.
Quel che disse davvero, per, non sar in grado di ricordarlo,
almeno fino alla mia prossima vita.
Jozef, naturalmente, non aveva alcun sospetto: se ne
andava in giro sorridente e mezzo nudo, convinto che la
distanza che si era venuta a creare tra noi due fosse dovuta
alle nuove fidanzate. Condividendo con lui dei piccoli
tesori, gingilli che sfavillavano agli occhi di uomini facilmente
eccitabili, una vivida descrizione dei capezzoli
di Vivian; una battuta sui guaiti orgasmici di Andrea; la
solita fantasia di andare a letto con pi donne contemporaneamente
eccetera eccetera, impostavo la voce sul tono
falso della complicit maschile, quella stessa voce, pensavo,
che si sentiva in trincea o nelle camerate militari prima
delle sessioni notturne di masturbazione.
Ricordo di quando mio padre, che faceva la guardia giurata,
venne licenziato e prese a passare un sacco di tempo
a casa, perlopi attaccato alla bottiglia, altrimenti a raccontare
storie sconclusionate sui tempi di Bandera o a
smontare gli sportelli degli armadietti. Certe volte invece,
quando era di umore pi nero, si sdraiava sul divano in
soggiorno, al buio, con le tapparelle abbassate, e si metteva
a guardare un talk show ma senza volume. All'epoca avevo
pi o meno sedici anni, e cercavo in tutti i modi di evitare
di trovarmi nei suoi paraggi, ma in quelle occasioni
sembrava cos inerme e dolente che mi sedevo accanto a lui
a guardare la TV in completo silenzio. Non riuscii mai a raccogliere
il coraggio per spingerlo a parlare, e lui di aprire
bocca non ne volle mai sapere. Sentivamo la mamma che
arrancava per l'appartamento, ma la sua era una presenza
distante come il programma in TV. Una volta, mentre intervistavano
una pornostar un po' andata, mio padre, come
se ci stesse pensando su da un po', disse che aveva delle
cassette porno e magari una volta potevamo vedercele
insieme. A me, giuro su Dio, venne da vomitare, era una
cosa assolutamente impensabile. Cos gli dissi: Ma cazzo,
sei impazzito? e mi precipitai fuori dalla stanza. Tuttavia,
a dispetto della nausea che provo ancora oggi, quella
mi pare sia stata l'ultima volta che mio padre mi propose
qualcosa. E io rifiutai. Sono morti degli uomini, i
vermi li hanno divorati, ma non per amore.
I giorni che seguirono Babi Yar furono giorni tormentosi.
Trascorsi un bel po' di tempo con persone che
alla fin fine mi fecero sentire tremendamente solo. Sempre
pi spesso mi ritrovai a vagabondare per le strade di
Kiev, collezionando particolari di vita altrui raccolti del
tutto a caso: un mazzo di garofani vizzi venduti da una
baba decrepita; una donna che vacillava per il grappolo
di sporte che le pendeva dalle braccia; un nudo manichino
nella vetrina invasa di polvere di un negozio vuoto;
un bimbo in attesa insieme al padre davanti a un chiosco
di kvass con della ciniglia di moccio verde che gli colava
sulle labbra fino al mento; le sbarre nodose dell'inferriata
alla posta, smangiate dalla ruggine; il portacenere traboccante
di mozziconi, con lune di rossetto sui filtri color
ocra, accanto alla cassiera di nome Oksana nell'ufficio
postale in cui mi fornivano di una linea telefonica per chiamare Chicago.
Fu mia madre a venire a rispondere. Io sentivo il mio eco, lei si confondeva per il ritardo, cos le nostre voci continuarono
a scontrarsi l'una con l'altra.
Mamma, come...
Victor, co...
stai?
me... stai?
Io bene,...
Stai...
...Mamma.
...Bene?
E pap...
Va tutto...
... come sta?
...bene?
S  tutto...
S pap...
...a posto.
Sta bene.
Meno male.
 soltanto...
Ma sta...
...un po' debole.
...bene?
Pronto?
Okay?
Mio padre stava male. Nonostante l'eco lo capii. Aveva
la pressione alta, disse mia madre. Non mangiava, non
riusciva a digerire, ma mia madre non disse perch. Sapevo
che dal dottore lui non ci voleva andare, diceva che stava
bene, che era un uomo forte. Io non volevo sentire nessuna
spiegazione, facevo finta che fosse tutto lontano, a
mille echi di distanza, perch non ero in grado di affrontare
una cosa del genere. Conclusi la conversazione dicendole
di dare un bacio a mio padre, cosa tra loro alquanto
improbabile. Questo accadde verso la met di agosto del 1991.
Scesi al piano di sotto, ancora un po' sbronzo, con la
paura di spaccarmi una caviglia e rompermi l'osso del collo cadendo gi dalle scale. Mentre mi calavo nell'ingresso
vidi Natalyka, la signora delle pulizie che spesso, quando
capitava in camera nostra, ci sgridava per il disordine.
La vidi in preda allo sconforto seduta davanti alla TV,
con la testa sulla spalla imbottita di adipe di un'altra signora
delle pulizie. Le gambe spesse come tronchi erano
incrociate all'altezza delle caviglie gonfie. Aveva le mani
infilate nelle tasche della giacca un tempo blu, quasi
che la disperazione fosse una biglia tenuta in tasca. Non
c'era mai nessuno che guardava la TV nell'ingresso, figuriamoci
cos presto: era l'ora della colazione. Quel giorno
invece si era raccolta una folla di gente, persone che
avevo intravisto vagare nello studentato, e che ora avevano
il volto marcatamente segnato dal terrore e dalla disperazione.
Quel 21 agosto del 1991 avr per sempre il viso disperato di Natalyka.
Mi avvicinai cauto al gruppo di persone e cercai di sbirciare
lo schermo televisivo come mi capita di fare per strada,
quando mi avvicino alla gente che guarda in silenzio un
incidente stradale. Un clone di Breznev con una voce di
basso lesse un comunicato, scomodamente seduto nel bel
mezzo di uno studio televisivo di un orrido color cremisi,
con la cravatta che gli squartava il ventre. Mi ci volle qualche
istante perch potessi vincere lo stupore e fare l'analisi
logica di quel che stava dicendo. La gente intorno a me
strusciava i piedi per terra come se trascinassero delle catene.
Li sentii mormorare e sospirare: qualcuno, da quel
che capii, si era impadronito del potere e per prevenire
l'anarchia e i disordini aveva dichiarato la legge marziale.
Hanno fatto fuori Gorbacv, disse Will, in piedi
accanto a me. C' stato un colpo di stato.
Oh cazzo! dissi io.
Gi, fece Will.
C' qualcosa a cui devo fare cenno: d'un tratto e contro
la mia volont mi sentii vicino a Will; d'un tratto Will
era diventato qualcuno di cui fidarsi. Tuttavia provai l'assoluta
necessit di localizzare la presenza di Jozef per dargli
la notizia, per riempirgli il cuore di stupore e frenesia.
Cos volai al piano di sopra, senza preoccuparmi delle mie
caviglie o del mio osso del collo, seguito dall'eco dei singhiozzi
di Natalyka. Senza neanche bussare mi precipitai
in camera e sorpresi Jozef completamente nudo. Non potei
fare a meno di notare, d'altronde ero troppo eccitato
per provarci, un sarmento di peli che dall'inguine oscuro
si arrampicava fino all'ombelico con alcuni tralci che si attorcigliavano intorno ai capezzoli.
C' stato un colpo di stato, gridai quasi.
Cosa?
C' stato un colpo di stato, gridai.
Cos' colpo di stato? Era piuttosto fastidiosa quella
sua calma ignorante, i boxer che gli scivolavano su per
le gambe di alabastro.
Un colpo di stato, una violenta presa del potere.
Presa a chi?
Sai, una di quelle cazzo di rivoluzioni. Che cosa gli succedeva? Non capiva neanche le informazioni pi elementari,
figuriamoci se avrebbe potuto tranquillizzarmi.
Che ci stavo a fare li?
Rivoluzione? disse Jozef sollevando le sopracciglia, mentre il sole della sua capacit di intendere finalmente
illuminava i monti scuri della sua ottusit.
Dove rivoluzione? Chi organizza rivoluzione?
Porca miseria,  un putsch. Hanno rovesciato Gorbacv.
Era il mio ultimo tentativo. Sul petto non aveva
peli, e intorno all'ombelico gravitava come un satellite una voglia a forma di topo.
Putsch, alla fine sembr comprendere. Forse ci arrestano.
Ora, devo confessare che a questo non avevo pensato: perch mai qualcuno avrebbe voluto arrestarmi?
Guai, guai, disse.
Avevo bisogno di parlare con Will, cos lasciai Jozef a
sguazzare nella sua falsa saggezza e a blaterare in quel suo
strano linguaggio, e mi precipitai di sotto. Nell'ingresso
era rimasta soltanto Natalyka, seduta sempre allo stesso
posto, ma senza pi la spalla d'appoggio, le mani morte in
grembo come criceti gonfi e glabri, il suo piccolo corpicino
tondo, prostrato in questa valle di lacrime. Guardava
il coro dell'Armata Rossa, uomini di bell'aspetto dotati di
una cospicua forza mandibolare che intonavano a gran voce
un canto vittorioso.
Mi precipitai alla caffetteria, dove si era formata una
speranzosa fila di persone in cerca di una razione supplementare
capeggiate dall'indomito Vladek, come se nulla
fosse successo, ma di Will non c'era traccia. Allora corsi
nella sua stanza, salendo a grandi passi le scale, e presto mi
sentii senza fiato. Lo trovai in camera, con l'orecchio pigiato
contro la radiolina a transistor.
Che notizie ci sono? chiesi, con una serie di ansimi
che dovettero dare un'idea di concitazione.
Per ora notizie non ne ho trovate, disse Will. Sto
cercando di sintonizzarmi su Voice of America.
Non ero mai stato prima in camera di Will: aveva i vestiti
appesi nell'armadio in bell'ordine, e c'erano tubi di
palline da tennis verde fluorescente disposti nella stanza
in modo non casuale, come piccole torri di osservazione.
Sul comodino aveva una foto di famiglia: erano in cinque,
Will in centro schiacciato tra le sorelle, e mamma e pap
in piedi dietro. Erano di sublime bellezza, biondi e suburbani,
e si assomigliavano tutti, quasi fossero una variazione
della stessa persona, una famiglia creata per fissione
invece che scopando.
Will, tu che intenzioni hai?
Be', non possono arrestare noi. E anche se ci arrestassero,
dovranno scambiarci con qualcun altro. Noi non
abbandoniamo nessuno.
Non ci avevo mai pensato in questi termini.
Voglio dire, se l'ambasciata americana sa che siamo
qui, mander qualcuno a prenderci. Forse mandano un
gruppo di marine o qualcosa del genere. Non abbandoniamo
mica i nostri concittadini, no?
Ma loro lo sanno che siamo qui? Immaginai un manipolo
di forzuti marine fare irruzione nell'edificio, col
sergente che urla Muoversi, muoversi e spara a chiunque
incautamente si mette sulla loro strada; li immaginai
strisciare contro i muri e scambiarsi misteriosi segnali con
le mani, e una vernice patriottica a impiastricciare quei cari
visi familiari.
Non saprei, disse Will. Lo spero. Io voglio andare
a casa.
Ma finch non arrivano che cosa facciamo?
Dobbiamo tenerci pronti. Prepara la tua roba, nel caso
si debba andare via di corsa. Adesso parlo anche con gli
altri. Dobbiamo fare una riunione.
Mi precipitai in camera ma Jozef non c'era. Quante corse;
forse non mi precipitai affatto, ma a ripensarci adesso
mi pare di ricordare che facemmo tutto in fretta, con un
sacco di premura, ansimando e sbuffando molto. Ero stanco,
e tutte quelle corse (ammesso che ci siano state) sembravano
del tutto inutili. Il letto mi invit e io mi ci
sdraiai, tirandomi le coperte sopra il viso. Ve lo confesso:
quando il futuro  incerto, quando il tempo ha in seno avvenimenti
ormai prossimi a vedere la luce, io schiaccio un
pisolino. Abbasso le tapparelle, mi infilo sotto una coperta
coprendomi la testa, poi cerco di immaginare un posto
caldo e sicuro; ecco qui un bel suggerimento per il mio analista.
Di solito penso alla mia tenda. Siamo in campeggio
in Wisconsin, sulle rive di un qualche lago scintillante. Le
pareti della tenda ondeggiano lievi. Sento i grilli cantare
sui pini fragranti e mia madre che improvvisa una canzone
irlandese. Le ombre dei pini tremolano sopra la mia testa,
e sento anche lo sciaguattio del pesce che si dibatte
nell'acqua mentre mio padre lo prende all'amo.
Mi svegliai quando una mano fredda mi si pos sulla
fronte, e prima ancora di vedere il viso in ombra circondato
da un alone di luce proveniente da dietro, riconobbi il suo odore: cocco e sudore dolciastro.
Dormi?
Tu che dici?
Hai sentito?
Sii.
E come fai a dormire?
Come fai tu a non dormire.
Posso venire sotto la coperta con te?
Certo.
Vivian si sfil i sandali e le forcine dai capelli e atterr
come una piuma accanto a me. Aveva un vestito a fiori che
le scivol su a met coscia e io sentii le sue gambe contro le
mie. Mi baci sul collo, io le rincalzai una ciocca di capelli
dietro a un orecchio, poi mi pos una mano sullo stomaco
e la fece scivolare verso i miei slip.
Lasciamo da parte i dettagli: ci fu una penetrazione, e
fu dolorosa perch lei era vergine; dopo, con un certo senso
di colpa, si tent di evitare gli sguardi diretti; tuttavia
ci furono alcune carezze per soddisfare la necessit postcoitale
di vicinanza; e ci fu una condivisione di sudore.
Non poco fu l'imbarazzo causato dalla profusione di difetti
corporei: un solitario brufolo rosso in gestazione sul
mio petto; i suoi seni strabicamente asimmetrici; i miei peli
nel naso; la peluria nera come il carbone che ricopriva
l'orlo della sua guancia. Ci sussurrammo delle parole vacue,
non proprio bugie, ma certo cose non del tutto vere,
mentre io, col corpo teso e irrigidito, non vedevo l'ora di
sfuggire al suo abbraccio. Immaginai di descrivere quell'evento
accidentale a Will, Mike e Basil, e immaginai le
salve di risate che avrei ottenuto. Sapevo per che non l'avrei
mai potuto fare. Continuavo a rimuginare, preoccupato
che Jozef potesse tornare in camera, e cercavo di pensare
a che cosa dire per dissipare il suo sguardo accusatorio
e indagatore. L'unica cosa, del tutto inutile, che mi
veniva in mente era: Siamo solo amici. Che Dio mi aiuti.
Era molto pi facile cedere al sonno che aspettare Jozef,
cos cedetti, ancora una volta, e sognai.
Poi la porta della camera fu abbattuta con un tremendo
fracasso e un gruppetto di agenti del KGB con i volti
dipinti fece irruzione. Dopo averci tirati gi dal letto ci sbatterono
per terra e uno di loro mi mise un piede sul collo e
premette crudelmente lo stivale. Il dolore fu fortissimo, il
collo mi si irrigid, ma in qualche modo fu anche piacevole,
e quando ci ammanettarono insieme, io e Jozef, mi ritrovai
a desiderare una seconda razione di quel dolore. Ci
spinsero gi dalle scale e mi slogai una caviglia, ma Jozef
mi imped di cadere e rompermi il collo. Poi, spingendoci
col calcio dei fucili, ci fecero salire su un cellulare nero,
nerissimo. Quando ci entrammo non riuscii a scorgere
niente, non so se perch ci avevano bendati o perch le tenebre
erano cos fitte che nonostante ci respirassimo in
faccia, non riuscivo a vedere neanche il viso di Jozef. Sentivo
per il suo polso insanguinato agitarsi all'altro capo
delle manette che ci tenevano uniti. Poi, quando si fermarono
a caricare degli altri arrestati, riconobbi Mike e
Vivian e mi chiesi dove potesse essere Will, scappammo
dal cellulare. Jozef abbatt una guardia con una testata,
dopodich tentammo la fuga. Si udirono urla e colpi di arma
da fuoco, stivali che scalpicciavano, ma noi eravamo
nascosti dalle tenebre. Io seguii Jozef, e continuammo a
correre insieme, ed era come se schettinassimo sulla superficie
di un mare placido. Mi lasciai andare, scivolando
sull'acqua, finch non ci rifugiammo nelle foreste ucraine.
L scavammo una buca nel terreno e ci svegliammo coperti
di brina. Strappammo a morsi teste di gallina e direttamente
dal collo ne bevemmo il sangue. Poi saltammo su un
treno, dove Jozef strangol un poliziotto e di fronte agli
occhi perfidi dell'uomo morente la mano ammanettata mi
trem come un sonaglio. Attraversammo una frontiera dopo
l'altra, alcune delle quali erano delle barriere con torrette
di vedetta e una quantit di tiratori scelti appostati
che ci facevano cenno di passare per poi colpirci alle spalle.
Infatti ci spararono e mi sentii trapassare dai proiettili.
Poi ci mettemmo a dormire sul pianale vuoto di un treno,
come vagabondi, e sebbene all'inizio non ci fosse nessuno,
un po' alla volta il treno cominci a riempirsi di mobilia
e di gente seduta su poltrone e divani. Io e Jozef eravamo
seduti vicini, ammanettati per i fianchi chiss come.
Dove le manette mi mordevano la carne si era formato un
buco dal quale perdevo bile, a secchiate.
Fu Will a sorprenderci. Era di nuovo mattina, dormivamo
dandoci le spalle e Vivian, nuda, era rivolta verso la porta.
Ges, disse Will, al che Vivian si copr. Jozef non
era ancora tornato in camera. Will brandiva una racchetta
da tennis come fosse una spada. Si chin sopra di noi
intravedemmo il riflesso distorto delle nostre testoline sui
suoi occhiali, e ci disse: La riunione. Nella mia stanza.
Tra un quarto d'ora.
Per un motivo o per l'altro, se mi dicono che c' una
riunione, io mi alzo e ci vado.
Devo andare in camera mia, disse Vivian, pallida e in astinenza da carote o simili.
Okay.
La riunione, ah la riunione. Io e Vivian seduti l'uno
accanto all'altra sul letto di Will. Mike e Basil sull'altro
e, in mezzo a noi, Will: con la sua famiglia che sorrideva
benevola a tutti quanti. Andrea non c'era, probabilmente
era ancora a letto con Jozef. Will ci disse quel che
gi sapevamo: c'era stato un colpo di stato. Gorbacv si
trovava agli arresti domiciliari in Crimea; i generali e i
comunisti esponenti della linea dura avevano preso il potere;
ovunque c'erano stati degli arresti, gente che era
sparita; a Leningrado si era combattuto nelle piazze, erano
scesi in strada i carrarmati, c'erano stati spargimenti
di sangue; grossi contingenti dell'esercito si spostavano
dalla zona occidentale dell'Ucraina e dalla Bielorussia
verso Kiev. Il padre di Will, che per qualche ragione si
trovava a Monaco, lo aveva chiamato nell'ufficio di Igor.
Will ci disse che a casa andava tutto bene e, forse non
ricordo esattamente, ma mi pare che ci fu un generale sospiro
di sollievo.
Dobbiamo portare le chiappe via di qui, disse Basil.
Dobbiamo aspettare, disse Will, per capire che cosa
sta succedendo. Secondo me qui siamo okay.
Ci ordin di non uscire dallo studentato e di fargli sapere
costantemente dove ci trovavamo. Per il corso di tutta
la performance mantenne un'espressione tetra e continu
a tirarsi su gli occhiali, distribuendo in parti uguali i
suoi sguardi preoccupati su ciascuno di noi. Disse a Vivian
di informare Andrea della riunione e delle conclusioni, e
disse a Mike e Basil che dopo aveva bisogno di parlare con
loro; a quanto sembrava io ero fuori dal giro, anche se non
avevo idea a che cosa quel giro servisse.
Jozef era tornato in camera. Cos raggiante che non riusciva
a reprimere un sorriso mentre con una mano si frugava
sotto la camicia come per indicare le impronte dei baci
e le tracce della lingua.
Sembra che ti sia divertito la notte scorsa, dissi.
L'amore  cosa meravigliosa, pronunciando meravigliosa
come meraviiosa.
A Khreschatek c' una manifestazione, disse. Molta
gente, tutta notte. Dappertutto polizia. Adesso vado,
di nuovo. Tu vuoi andare?
Ah, non lo so, devo parlare con Will.
Quale Will?
Sai, Will, l'americano. Il tennista.
Perch?
Be', perch stamattina abbiamo fatto una riunione.
Quale riunione?
Una riunione, sai. L'abbiamo organizzata noi. Bisogna
sapere sempre dove siamo tutti, nel caso ci siano dei
problemi.
Mise il piede sinistro sul ginocchio destro, rivolgendo
verso di me la pianta del piede, poi cominci a ripulirsi
tra le dita, a spiluccare pelli morte, pezzetto dopo pezzetto,
con le dita che lo stavano a guardare come cinque zotici
fratelli ritardati.
Sei come bambino. Devi dire a genitori dove sei.
No, caro,  solo buonsenso.
Se non dici a genitori sei cattivo. Bambino cattivo, disse
guardandosi torvo il calcagno.
Che stupidaggine, brontolai, io non ho bisogno
di dimostrarti un bel niente.
Lo so. Ora vado.
Chi diavolo ti credi di essere? dissi, e scagliai un
cuscino contro il guanciale che stava sul mio letto.
Ora vado, disse Jozef. Tu vuoi andare?
Lo seguii. Eravamo a piedi: fu una lunga passeggiata
per strade perlopi deserte, eccetto qualche sparuto pedone
che gironzolava con aria da cospiratore, o minacciosi
camion militari che passavano rombando sotto le chiome
degli alberi che si intrecciavano in alto, sopra la strada.
Non parlammo granch; sentivamo gli uccelli che cinguettavano
e agitavano le foglie sopra le nostre teste; l'asfalto
era caldo e la luce soffusa dall'aria umida e dall'ombra degli
alberi; l'autunno era alle porte. Camminando passammo
accanto a finestre aperte dalle quali si diffondeva il vapore
della pasta bollita; passammo accanto alle porte dei
seminterrati da cui usciva l'odore umido della polvere di
carbone; passammo accanto a tendine di merletto tremolanti
dietro alle quali si intravedeva per un momento il viso
di un'anziana signora. Una gatta attravers la strada
con la pancia che quasi toccava terra e il muso chino, poi
si ferm in mezzo alla via a guardarci, stupefatta per l'offesa.
Quando un soffio di vento divise per un istante le foglie,
il sole si intrufol fra le chiome degli alberi. Poi, girato
un angolo, arrivammo a Khreschatek: bronzei giganti
incombevano sopra una scalinata di cemento, troppo
grandi per essere umani. Avevano lo sguardo teso sull'orizzonte
di tetti al di sopra della nostra testa. Ai piedi delle
scale si era raccolta una folla di gente che aveva issato
un altoparlante e tuonava dentro allo stridente microfono
parole che non riuscivo a capire. Poco sotto i piedi dei
giganti vedemmo una fila di poliziotti allineati solennemente
come se fossero stati un coro, con le mani sul sedere.
Poi un'altra fila di poliziotti dietro il portavoce, all'ombra
degli alberi. Ci unimmo alla folla. Io seguii Jozef
che si diresse verso il portavoce, poi rimasi in piedi, senza
sapere bene che cosa fare e applaudendo quando applaudivano
gli altri. Il tizio baffuto di fianco a me, con
uno scomposto ciuffo forforoso che gli copriva le sopracciglia,
disse senza rivolgersi a nessuno in particolare che
la polizia era venuta a disperdere i dimostranti. Fui colto
alla sprovvista perch era il Signore della Mezzanotte in
persona. Anche se non ero sicurissimo del volto, riconobbi
l'Antarctica. Non so se lui mi riconobbe, ma indic, alle
spalle degli ombrosi poliziotti, i camion immersi nell'ombra
pi fitta.
Andiamo pi vicino. Voglio sentire quello, disse Jozef,
e cominci a dirigersi verso il portavoce.
Non mi pare sia una buona idea, dissi, ma Jozef si
stava gi spingendo tra la calca, cos lo seguii. Praticamente
finimmo giusto di fronte al portavoce, con davanti
a noi alcuni agenti della sicurezza dalle spalle larghe. Il
portavoce aveva gli occhi pieni di lacrime e teneva strette
in mano alcune foto in bianco e nero. Continuava a inveire
parlando di genocidio, di russi e di disastro, dando
un'occhiata alle foto e mostrandole agli astanti: una terra
desolata che pareva Cernobyl; rami storti e rattrappiti con
foglie dalle forme mostruose; un topo a due teste con due
soli occhi e i musi rivolti in direzioni diverse.
Avevo la mente sgombra e lucida, attenta a tutto ci
che mi stava attorno: i ronzii e il gracchiare di una radio
a transistor; i pelosi gradini di grasso sul collo dell'uomo
che avevo di fronte; il profumo al limone della pelle di Jozef;
i manganelli dei poliziotti ricoperti di una pelle di foca
che sicuramente si era macchiata di sangue in svariate occasioni;
le magliette a righe degli uomini del KGB che scesero
dai camion e si misero a fumare osservandoci; il fruscio
dei poliziotti, lo strisciare dei loro piedi per terra; la
folla che si accucciava e si contraeva; una donna che si
sporgeva da una finestra di uno degli edifici e con tutta
calma si accendeva una sigaretta osservando la situazione senza particolare interesse.
Jozef mi appoggi piano una mano sulla spalla e sfiorandomi
con le labbra il lobo dell'orecchio sussurr: Quando
polizia attacca bisogna correre, e se ci perdiamo dobbiamo
correre l, indic un chiosco rosso di kvass, e incontriamo laggi.
Certo, dissi, senza pensare di andarmene, giacch sapevo
che quel giorno non sarebbe potuto succederci nulla;
sapevo che anche se ci avessero arrestati saremmo poi andati
via insieme, perch quella era la comunione delle nostre
anime. Un'ondata di euforica tranquillit mi invase.
Avevo voglia di restarmene li a godermi la mano di Jozef
sulla spalla: ancora adesso ne sento il peso, e sento il suo fiato
che mi accarezza il collo. Oltre quel momento, non c'era
un altrove in cui andare, dovevo cercare di viverlo il pi
a lungo possibile. Vivendo quel presente il pi possibile non
avrei avuto niente da perdere e tutto da guadagnare.
Allora mi girai verso di lui, gli presi il viso tra le mani
e premetti le labbra sulle sue sentendo sulle guance l'aria
che scendeva dalle sue narici. Gli uomini intorno a noi l'avranno
preso per uno di quegli slanci slavi di sentimento
fraterno, ma Jozef sapeva che cosa stavo facendo perch
provai anche a mettergli la lingua in bocca. Lui apr le labbra,
lasci entrare la mia lingua e se la tenne dentro. Poi
mi baci sul collo e mi morsicchi una spalla, facendomi
scivolare una mano sotto la camicia. Io lo afferrai per le
spalle e lo tirai verso di me. Ci baciammo per un'eternit.
Non riuscivamo pi a separarci.
Un uccellino che sbatte contro la finestra del mio ufficio
mi fa sussultare, e il cuore mi si mette affannosamente a
galoppare. L'uccellino, un passerotto stordito, rimane
di schiena sul davanzale, con le zampette che afferrano invisibili
sassolini. Ho serbato quel bacio per il futuro, nella
camera criogenica della mia anima. E sebbene le prospettive
si riducano di giorno in giorno, di tanto in tanto lo tiro
fuori e fantastico di scongelarlo. Fuori, sento gli studenti
in attesa che strepitano: un paio di ragazze con un'ipotesi
di tesina femminista sul Sogno d'una notte d'estate, un ragazzo
affascinante che vuole occuparsi di Amleto e Kurt
Cobain. Sono circondato da pile di libri pieni di informazioni;
ad alcuni, negli ultimi anni ho dato una scorsa veloce
alla ricerca di una qualche saggezza o, almeno, di una
fonte per gli articoli che andavo a pubblicare. Mi ero innamorato
di Jozef Pronek perch pensavo che fosse il me
stesso pi semplice, la persona che avrei voluto essere se
fossi stato capace di vivere, di trovare un posto in questo
mondo. Adesso, in classe, quando insegno Re Lear, invito
i miei studenti a capire come il potere di Lear sia
discreato, e che cosa questo significhi per lui in quanto uomo.
Ma si ripete sempre la stessa situazione assurda. Tutti hanno
qualcosa da dire, tutti hanno opinioni premasticate basate
su quel che pensano di questo o quell'argomento, e
ogni volta mi viene voglia di legger loro il passo in cui Lear
e Cordelia stanno per andare in prigione e Lear dice Voglio
andare in prigione. Allora Lear enumera a Cordelia
tutte le cose che potranno fare insieme in prigione: potranno
vivere, pregare, cantare e raccontarsi vecchie storie
e sorridere delle farfalle dorate e sentire le povere canaglie
parlare delle ultime novit a corte, e discuterne con
loro: parlare di chi vince e di chi perde, di chi  in e di chi
 out, e farsi carico del mistero delle cose come se fossero
spie di Dio. Poi Cordelia non dice pi nulla, non apre pi
bocca; li portano in prigione e uccidono Cordelia,
dopodich Lear muore. Ho voglia di leggere quel passo con gli
studenti e restare seduto in silenzio a immaginare con loro
le cose che avrebbe potuto dire Cordelia o che avrei potuto
dire io, e lasciare che i dolori semplici mi sedimentino
dentro, come un amico d'infanzia.
Restammo in piedi, con la sua mano appoggiata sul mio
collo, ad ascoltare i discorsi euforici sulla grandezza di quel
momento, sul futuro che sfolgorava luminoso al di l dei
nuvoloni scuri che coprivano l'orizzonte. La gente sorrideva,
applaudiva, cantava canzoni di libert. La polizia era
immobile, il KGB era immobile, e immobili erano anche i
giganti. Io non baciai Jozef. Feci finta di ascoltare attentamente
gli oratori, mentre, momento dopo momento, cercavo
di prendere una decisione. Poi mi voltai verso di lui,
afferrai il suo viso e poggiai le labbra sulle sue, consapevole
per tutto il tempo, vertiginosamente, di quanto tutto
fosse impossibile. Jozef era accanto a me, indifferente
al desiderio che provavo, per nulla scottato dalle fiamme
del mio inferno. Avevo lo stomaco che fremeva, un pugno
di acciaio mi premeva contro le tempie, i seni nasali vibravano.
Forse disse qualcosa, forse io risposi. Forse mi
sfior un paio di volte, forse rabbrividii. In realt non lo
guardai n lo toccai, e tutto dur un secolo. Alla fine tornammo
allo studentato. Jozef and a cercare Andrea, io
me ne andai in camera a dormire.
Quando mi svegliai, trovai raggomitolata accanto a me
Vivian, con il viso appoggiato sul palmo di una mano. Per
un momento pensai di aver sognato tutto: il colpo di stato,
il bacio mancato, la mia vita. Vivian mi accarezz una
guancia e mi disse che adesso l'Ucraina era indipendente.
Le dissi di andare via, che non volevo vederla pi, non era
colpa sua, era colpa mia. Perch, perch, pianse. L'immagine
della sua schiena arcuata e del suo collo che si allungava
mentre usciva dalla camera, spesso, ancora oggi,
mi inducono a riflettere su quanto sia stato crudele, e per
il dolore acutissimo mi viene da starnutire. Allora tiro fuori
il fazzoletto e mi pulisco il naso dal quale colano tanti scrupoli.
Nei giorni dopo la liberazione uscii dal letto solo per
chiamare casa. Gruppi euforici di ucraini freschi di indipendenza
giravano ancora per le strade brandendo bandiere
blu e gialle. Parlai con mio padre, e con voce esausta
e roca biascic: Shche ne vmrela Ukraina! L'Ucraina
non  ancora morta! Era lui sul punto di morire, disse
mia madre, era troppo stanco per vivere. Il cancro gli aveva
mangiato tutto dentro, ormai era questione di giorni, mi disse.
Ritrovai Jozef in camera di Andrea che giocava a scacchi
con lei. Le cose di Andrea: biancheria, magliette, reggiseni,
fazzoletti accartocciati sparsi in giro come se una
granata le fosse esplosa in camera. Tagliai corto. Dissi a
Jozef che avevo appena saputo che mio padre stava morendo,
gli avevano scoperto troppo tardi un tumore. Lui
mi abbracci e il suo fiato mi scivol lungo il collo. Anche
Andrea mi abbracci e mi baci su una guancia, con labbra
tiepide e sincere. In quel momento pensai che avrei
anche potuto cercarla poi, a Chicago, ma non lo feci. Non
la vidi mai pi, come non vidi mai pi Jozef. Anche se ci
sono stati passanti ed estranei che crudelmente avevano il
suo amato viso, anche se talvolta ho creduto di riconoscerlo
tra le comparse nei film hollywoodiani di terz'ordine.
Una volta mi  capitato di vederlo in TV, tra una folla
di attivisti di Greenpeace che cantavano qualcosa di stupido
di fronte a un'installazione nucleare. Ma adesso sono
abituato a quelle fantasie, come ci si abitua alla voce dei morti.
Feci la valigia, dissi addio a Will: effettivamente aveva
le lacrime agli occhi quando mi disse: So che il tuo
vecchio se la caver Poi presi il treno notturno per Varsavia
e da l, via Francoforte, un aereo per Chicago, sempre
ottenebrato da un dolore sordo e con un'unica cosa a
distrarmi: incubi pieni di rimorsi. Il funerale si tenne il
giorno del mio arrivo: mio padre era morto mentre io mi
trovavo al duty free di Francoforte, a riflettere sull'acquisto
di alcune bottiglie di vodka Absolut che avremmo
bevuto alla sua veglia funebre. Arrivai alle pompe funebri
Muzyka direttamente dall'aeroporto, e mi sedetti in prima
fila. Mia madre, vestita a lutto stretto, era scossa dai
singhiozzi mentre mio padre giaceva in una bara aperta. I
suoi commilitoni, vecchi in abiti bigi diventati troppo
grandi, essudavano puzzo di prostata necrotica. Tenevano
in mano bandiere ucraine e facevano discorsi sulla generosit
e lealt di mio padre, su quanto amasse l'Ucraina
e sui suoi ultimi momenti di gioia sublime, quando aveva avuto il tempo di vedere la sua patria libera. Pan Bek pianse leggendo una poesia di Taras Sevcenko nella quale i nostri campi di grano si estendevano fino all'eternit. Poi cantarono tutti Shche ne vmrela Ukraina con lo sguardo rivolto verso l'alto, come se la libert nascondesse il viso deforme dietro gli allarmi antincendio e le tenui luci al soffitto. Alla fine, mia madre e io ci alzammo per dare il bacio d'addio a mio padre, dopodich la bara venne chiusa per sempre. Mio padre aveva il viso come laminato e indurito, le ciglia rigide come tappi di bottiglia. Chinandomi su di lui, vidi spuntare dai buchi scuri delle narici i peli del naso che erano stati tagliati. Ma erano immobili, non c'era respiro che passasse a solleticarli. Baciai piano mio padre: aveva le labbra frigide e strette. Adesso so quand' che uno  vivo e quando  morto.
...
.
...
4. Tradotto da Jozef Pronek.
...
.
...
Caro Jozef!
Eccomi a scrivere. Forse hai pensato che sono morto
invece no. La vita  difficile qui ma siamo contenti che
guerra  finita. Tu come stai? Come va in America? Quando pensi di tornare?
Io sono un poco triste. Ieri ho ricordato quando ho visto
cavallo vicino Kosevo e ci penso di continuo. Non so,
devo dirti delle cose. Questo cavallo camminava per strada,
libero, e cinque minuti fa sono arrivate granate poi polvere
e pezzi di vetro dappertutto. Io ero di guardia
l'ospedale e cavallo stava di fronte a grande vetrata che non
si  rotta e lui si guardava, come uno specchio. Girava una
parte, girava altra parte e pensava Guarda come sono bello.
Si girava e si piaceva. Poi ha tremato bomba e esplosione
ha rotto vetrata e cavallo scappato. Era bello, occhi
grandi, faccia carina, era alto e bianco con coda nera. 
scappato via come quei cavalli di film americani.
In questa guerra non ho mai toccato fucile. Lavoravo
ospedale, aiutavo gente a morire. Ogni tanto andavo in
trincea e mi davano fucile ma io non ho mai usato. Aspettavo
al buio, e guardi nel buio e sai che ci sono cetnici e
forse ti stanno guardando. Una volta ero con mio amico
Jasmin (non conosci), noi parliamo e io vedo punto rosso
su sua fronte e un secundo dopo la testa esplode come melagrana.
Quel secundo quando vedo ma non riesco a dire
niente perch morte  velocissima, quel secundo  il pi
brutto di mia vita. Sono stato anche a Zuc. Non so se sai
dove Zuc, ma sono morte molte persone. Ho visto un sacco
di cose brutte.  difficile dormire, ho visto un sacco di
cose brutte da parte nostra. Una volta ho parlato con uno
dei nostri che era cecchino e sua posizione era su Hotel
Bristol. Tutti giorni vedeva questo soldato che incontrava
una donna. Lei veniva da casa, lui veniva da sua posizione,
si baciavano e tenevano per mano. Poi lei va a casa
e lui torna a sua unit. Questo cecchino ha detto che
secondo lui era carino, sai, quell'amore, cos li guarda tutti
i giorni. Pu ucciderli, ma  carino, l'amore. Donna era
bella. Un giorno per lei arriva ma sta un po' lontana e lui
vede soldato al posto normale e lei gli dice con mano di
venire qui, e lui dice no e poi lei lo chiama allora lui va da
lei. E il cecchino lo uccide. Lui mi ha detto, se la donna
gli pu dire cosa deve fare non pu vivere, cos ha ucciso.
E sai cosa peggiore, io ho pensato che era divertente e abbiamo
riso da matti. Eravamo un poco matti allora. I cetnici
uccidevano di continuo. Non si vedeva niente poi una
granata piombava su fila per acqua. Gente deve aspettare
perch quella  unica acqua che arriva e sanno che
cetnici guardano poi arriva granata e si vedono cervello, stomaco,
vertebre, bambini, donne, tutti morti, piccoli pezzi di carne.
Ma io parlo troppo.  che non so di che cosa parlare.
Guerra per me  tutto. Voglio parlare di altro ma non ho
visto nessun film, niente musica niente libri. No, ho letto
un libro, di quando eravamo piccoli: I ragazzi di via Pal Sai
quel libro di bambini che costruiscono fortino e combattono
altri bambini. Quando sono andato a Treskavica ho
portato libro. Tu non conosci Treskavica. Noi siamo cresciuti
a Sarajevo, siamo bambini dell'asfalto. Tu non puoi
immaginare Treskavica. Montagna  cos selvaggia, non 
niente: sassi, rupi, gole e precipizi di tre milioni di anni.
Piedi umani non hanno camminato per centinaia di anni.
Ultima battaglia di guerra  stata a Treskavica, non so
se sai. Capi erano a Dayton, a parlare da amici, invece noi
dovevamo andare a combattere per quel deserto. E sai cosa
ho fatto. Ho dovuto trasportare morti e feriti. Noi sei,
abbiamo dovuto portare barella e cambiare con uomo ferito.
Certe volte questo ferito non aveva gambe, sanguinava
solo, cos gli danno morfina. Ma noi abbiamo dovuto
trasportare per sei ore su sassi, rupi, e precipizi e se cadevamo
finivamo in abisso. Dopo due ore morfina inutile
e dolore torna e lui si butta da una parte a altra come maiale
e ci colpisce in testa con mani come se era colpa nostra
suo dolore. Certe volte muore e noi siamo contenti perch
non dobbiamo fare di corsa. Ci sediamo a fumare e qualcuno
ha alcol. Ma ferito ha amico o fratello che segue noi
e dice se muore vi uccido e ci fa correre, dobbiamo correre
gi dalle colline cos ripide cos alte che ci vengono vertigini.
Corriamo per due ore e pensiamo adesso moriamo.
Treskavica  lontana da tutto. Certe volte corriamo per
sei ore per portare quest'uomo a ospedale ma lui  morto
dopo cinque minuti e noi non sapevamo. Era una follia. A
Treskavica ho visto un cavallo che si  ucciso. Portavamo
quest'uomo che doveva tenersi stomaco con mani altrimenti
usciva. Non smetteva di urlare e noi dovevamo correre.
Ma corriamo verso unit che loro avevano campo
quasi vicino bordo di rupe: tu guardi gi e c' solo un buco
enorme in terra. Quest'uomo finalmente muore cos ci
fermiamo a bere un po' di acqua e siamo seduti l senza
neanche riuscire a respirare.  cos alto che non c' neanche
acqua. Vediamo loro cavallo che portava munizioni,
magrissimo, affamato e triste. Cavallo piano piano va vicino
all'orlo, noi pensiamo che vuole un po' di erba che
c' l. Alcuni soldati urlano Vieni qui! Ma lui cammina
piano poi si ferma su bordo. Noi lo guardiamo da tre metri
di lontano. Lui si gira, guarda noi dritto in occhi come
persona, occhi grandi umidi poi salta gi, opl. Salta gi e
noi sentiamo eco lontano di suo corpo che finisce sulle pietre.
Non ho mai visto niente cos triste.
Scusa se parlo tanto. A Sarajevo noi non abbiamo
nessuno per parlare, solo tra noi; nessuno vuole ascoltare queste
storie. Io non posso parlare pi. Adesso parla tu. Vorrei
tua lettera. Devi scrivere. Mandami libro. Leggo un
po' di inglese, magari un giallo, magari un libro su bambini.
Vedi che sono un poco pazzo.
Scrivi.
Tuo Mirza
PS. Buon anno!
...
.
...  
5. Il sonno profondo.
...
.
...
La guardia che si era appisolata ed era l l per cadere dalla
sedia, teneva le mani sul revolver nella fondina. Pronek
gli pass davanti, apr la grata e sal sull'ascensore. La cabina
era colma di una fragrante essenza femminile, un profumo
di pelle, soda come pesca. Cerc di immaginare la
donna che aveva potuto esalare quel profumo. Guardarla
era un piacere: alta, slanciata e dall'aria risoluta; capelli
neri, forti, con la scriminatura centrale; gli occhi scuri; e
un'espressione un po' imbronciata sulle labbra. La donna
prese dalla borsa, che era pi pesante del necessario, una
sigaretta e si volt verso Pronek, aspettandosi di trovare
l'offerta cordiale di un accendino. Era da un po' che cercavo
qualcuno, disse. Adesso so chi.
Pronek strinse gli occhi e osserv il punto in cui la donna
doveva essersi fermata, poi si esamin attraverso gli occhi
di lei: alto, da giovane probabilmente allampanato,
mentre adesso la scioltezza dei movimenti contrastava con
il tronco appesantito dall'adipe; la testa rasata quasi a zero,
salvo qualche macchia chiara (si tagliava i capelli da solo);
una felpa grigia su cui un tempo sul petto c'era scritto
Illinois; i jeans sdruciti e macchiati di succo di melagrana;
gli anfibi che parevano dell'esercito e avevano un
taglio sulla suola sinistra tanto che le piogge di settembre
gli avevano inzuppato la calza. Quando usc dall'ascensore,
uno sbuffo della nuvoletta fragrante lo segu. Si ferm
nella hall deserta: sulla destra e sulla sinistra c'erano file
di porte sull'attenti contro il muro. In cima a una, sulla
destra, un segnale luminoso indicava l'uscita. Pronek si sforz
di memorizzarne la posizione, casomai gli fosse capitato
di avere troppa fretta per aspettare l'ascensore. Cercava
l'ufficio numero 909 e decise di prendere a destra, e la
moquette incolore smorz il suono cauto dei suoi passi. Lo
sbuffo fragrante si disperse nella hall a gomito che puzzava
di ammoniaca disinfettante e sigari dolciastri. Pronek
prov ad aprire la porta di un bagno, verde, massiccia,
con sopra il disegnino di un uomo, ma era chiusa a chiave.
Quando la spinse con la spalla emise un cigolio: avrebbe
potuto sfondarla senza troppa fatica. Immagin che dietro
la finestra opalescente del bagno ci fossero le scale antincendio
con un corridoio che portava su Michigan
Avenue, dove avrebbe potuto sparire confondendosi tra la folla.
D'un tratto si accorse della presenza di un suono che
si sentiva da qualche minuto ma che il suo cervello non
aveva ancora registrato: era come uno scoppio soffocato
prima una, poi due volte, con un clic finale. Pareva proprio
il rumore di una pistola col silenziatore. I muscoli di
Pronek si irrigidirono e il cuore prese a battergli come un
tamburo nella giungla: l'eco dei suoi battiti accelerati gli
sembr che arrivasse fin nella hall. Si sent la fronte umida
di sudore, con grosse masse dolorose che gli si addensavano
nei polpacci. Super in punta di piedi una serie di
porte: 902 (Sternwood Esportazione Acciaio); 904 (Software
Marlowe Van Buren); 906 (Servizi legali Bernard Ohls);
908 (niente); 910 (Odontotecnica Riordan & Florian). Il
suono dei colpi e la luce opaca provenivano da dietro il vetro
scuro della 910. Pronek immagin i corpi allineati sul
pavimento ventre a terra, alcuni gi morti, il sangue e i capelli
spiaccicati sul muro, pezzi di cervello che ribollivano
sulla moquette. Gli uomini a terra tremavano, in attesa che
un tipo dai nervi saldi e la faccia grigiomarmo sparasse loro
alla nuca. Sarebbero finiti in una fossa senza nome, lo
sapevano. Alla sorpresa del proiettile reagirono con uno
spasimo, poi la morte allent la tensione e il sangue allag
placido la moquette. Si sent un altro colpo, ormai erano
almeno sei, e Pronek cap che il killer doveva essere a corto
di munizioni. Era un bel rischio, non erano certo affari
suoi, tuttavia gir la maniglia della porta e sbirci dentro la stanza.
Un tipo corpulento con un casco giallo puntava la pistola
graffatrice contro il muro. Quando percep la presenza
di Pronek si volt lentamente. Era pallido e con la
barba lunga. Indossava un grembiule lurido e, sotto, una
camicia verde con piccole palline da golf al posto dei bottoni.
L'uomo rimase a fissare Pronek con la mascella serrata,
come aspettandosi l'arrivo di un cazzotto e tenendo
la pistola graffatrice puntata contro il pavimento. Le serve
qualcosa? disse, corrugando la fronte sotto l'elmetto.
Pronek vide che sotto il casco le sopracciglia dell'uomo
quasi si toccavano. Mi scusi, disse, cercavo l'ufficio 909.
L'ufficio 909 aveva una targa con scritto l'occhio dei
grandi laghi e il disegno in bianco e nero di un occhio con
ciglia lunghe e incurvate. Prima di bussare alla porta Pronek
esit un istante e fece levitare le dita arcuate dinanzi all'occhio.
Buss usando tre nocche e facendo pericolosamente
traballare il vetro, poi apr ed entr in una sala d'attesa
vuota. C'era un'altra porta, chiusa, e alcune riviste
sparse sulle poche sedie e persino sul pavimento, come se
avessero cercato qualcosa in ciascuna. La sala d'attesa era
illuminata da una lampada dal collo sottile che stava inclinata
in un angolo, quasi sul punto di spezzarsi. Sul soffitto
in alto a sinistra c'era un principio di ragnatela priva
di ragno, e sulla parete opposta la sofisticata fotografia di
un tramonto sull'oceano, ottenuta non si sa bene come,
accendendo un cerino sott'acqua, acapulco, c'era scritto
in basso a destra, terra dei sogni. Pronek rimase di fronte
alla foto immaginandosi a suonare la chitarra su una
spiaggia di Acapulco con gli occhi colmi di lacrime.
A un certo punto, nella sala d'aspetto si apr una porta
e ne uscirono un uomo e una donna che ridevano allegri
con qualcuno che restava invisibile. L'uomo, un nero
piuttosto alto, si mise un cappello con una piuma bluastra,
perfettamente intonato all'attillato vestito blu che gli
fasciava le spalle e agli stivali di coccodrillo con piccole
escrescenze sulla punta. La donna era magra, pallida, aveva
i capelli biondi da ragazzino, il mento appuntito; aveva
il corpo energico e muscoloso di un corridore e il collo sottile.
Tenendosi il mento con la punta delle dita ascolt il
tipo dentro la stanza che diceva: Quel che devi fare 
scattare qualche foto. Pronek immagin di accarezzarle
piano la nuca, sotto il codino, di farla rabbrividire per il
solletico. Puoi starne certo, disse la donna, dopodich
usc dalla sala d'attesa senza neanche posare lo sguardo su
Pronek. Owen, hai un cliente, disse il tipo attillato seguendo
la donna, al che dalla porta spunt una testa e gli
occhi si sporsero fuori dalle orbite per osservare Pronek.
Ges, c' un cliente, disse la testa, e la coppia chiuse
la porta ridacchiando. Entri, prego.
Pronek segu il tizio dentro l'ufficio e chiuse dietro di
s la porta gracidante. La stanza era luminosa e le finestre
davano su Grant Park e, oltre, sul lago oscuro con le onde
che scivolavano verso riva. C'era un sof con un motivo
di gigli che si stava disintegrando e un tavolinetto con
sopra una scacchiera. Quando Pronek atterr sul divano,
le fessure tra i cuscini si aprirono per fissare a bocca aperta le sue cosce.
Mi chiamo Taylor Owen, disse l'uomo.
Io Pronek, disse Pronek. Jozef Pronek.
Piacere di conoscerti, Joe, disse Owen.
Owen aveva un alone di sudore sotto le ascelle, e una
gobba sulla schiena, quasi sotto la camicia beige avesse nascosto
un cuscino. Portava una cravatta rosso anguria stretta
intorno al pomo d'Adamo, che quando parlava si fletteva
elastico come una pallina da ping pong. Era calvo, con
un inutile isolotto di capelli sulla fronte e un paio di ciocche
grigie che gli fluttuavano vaporose sopra le orecchie.
Si sedette dietro una scrivania stretta carica di documenti,
e quando si stese sulla sedia tocc la parete con la testa.
Avevo telefonato. Non so con chi ho parlato, disse
Jozef, del lavoro. Pensavo che cercavate un detective.
Un detective? ridacchi Owen. Fammi indovinare:
hai visto dei film gialli, vero? Roba tipo Bogart?
No, disse Pronek. Be', s. Ma so che non  la stessa cosa.
Owen lo fiss per un lungo momento come per decidere che farsene di lui, poi gli chiese: Da dove vieni?
Dalla Bosnia.
Mai sentita.
Era in Jugoslavia.
Ah! disse Owen, sollevato. Mica male non essere laggi adesso.
No, disse Pronek.
Sei un veterano di guerra?
No, sono venuto qui poco prima che cominciasse la guerra.
Hai una carta blu?
Ho cosa?
Hai esperienza nel settore della sicurezza?
No.
Vedi figliolo, qui di detective non ne abbiamo pi. I
detective sono andati da tempo. Una volta facevamo gli
investigatori privati, ma l'abbiamo piantata l. Adesso siamo operativi. Mi segui?
S, disse Pronek. Sul davanzale c'era un piccione
grigiastro rincantucciato in un angolo, quasi stesse congelando.
Da queste parti non ci sono lupi mannari, figliolo. Ormai
questo mestiere lo faccio da un bel po'. Ho cominciato
negli anni Sessanta e sono andato avanti per tutti gli anni
Settanta. E non ho ancora mollato. Mi segui?
S.
Quando pap Daley mandava avanti la baracca, io gi lavoravo...
Da dietro il parapetto di carte il telefono si mise a suonare
e Pronek trasal. Owen estrasse la cornetta e disse:
Seee. Poi si volt verso la finestra e guard al di sopra
del piccione tremante, verso il lago. Era una giornata di
sole fredda, straordinariamente immobile. D'un tratto si
ud il vento ansimare e dare un colpo al vetro della finestra,
sovrastando il brusio lagnoso di Michigan Avenue.
Appesa sopra la gobba di Owen c'era la foto di un branco
di tori che inseguiva in un vicolo della gente con un fazzoletto
rosso. Alcune persone erano gi state travolte dai tori
ma pareva che le bestie neanche lo avessero notato.
Puoi dire addio a quel figlio di puttana, disse Owen,
piazzando i piedi su un angolo della scrivania e dondolandosi
sulla sedia. Stai scherzando? Shampoo? Ma vuoi scherzare?
Sulla scrivania c'era una pila di lettere che erano state
aperte con uno strappo, evidentemente da qualcuno impaziente,
e un paio di cartelline nere spesse. Owen si diede
una grattata col mignolo a un isolotto di capelli grande
come una moneta, e prese a dondolarsi pi forte. Il piccione
riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti ma a un
certo punto gir la testa all'indietro e guard Pronek, sorridendogli.
Al che lui accavall le gambe e strinse i muscoli
delle natiche soffocando una flatulenza.
So con chi ce l'hai. Di sicuro  una cosa difficile. Ma
fa' come tutti, a questo cazzo di mondo Per un momento
rest in ascolto. Lasciamole perdere le spiritosaggini, okay amore?
Il piccione era cos tronfio che pareva avesse un palloncino
sotto le piume. E se fosse stato un dispositivo per
la sorveglianza, pens Pronek, un piccione finto con una
minuscola telecamera nella testa, che voleva far credere di
agonizzare invece li spiava?
D'accordo, allora ci vediamo stasera dopo l'incontro.
Un bacio anche a te, disse Owen, e mise gi. Rigir la
sedia verso Pronek e dopo aver tirato un sospiro di sollievo
disse: Mia moglie fa l'arbitro di boxe. Ci credi? Un
arbitro. Si piazza vicino al ring a guardare due che se le
danno e conta i cazzotti. Diavolo, la gente mica ci crede quando lo racconto.
 normale, disse Pronek non sapendo cosa dire.
Owen fece per tirare un cassetto della scrivania, ma
quello fece resistenza emettendo uno stridore agghiacciante.
Alla fine tir fuori una bottiglia di Wild Turkey e
se ne vers un sorso in un bicchiere su cui c'era scritto chicago
bulls. Poi scosse la testa quasi pentito. Bevendo contrasse
la faccia in una smorfia, neanche avesse ingoiato dell'urina,
ma dopo ritorn normale, solo un po' pi rosso.
Guard Pronek come a voler vedere attraverso di lui.
Allora vuoi fare l'operativo?
Mi piacerebbe, disse Pronek.
Qui non risolviamo casi importanti. Non ci sono riccone
che tentano di sedurci. Non abbiamo a che fare coi
grandi boss n ci svegliamo in un fosso con la testa spaccata.
Il pane ce lo guadagniamo coi divorzi, controllando
le informazioni, seguendo i mariti parassiti, mi segui? E
solo lavoro, non ci sono avventure, l'affitto lo caviamo da
questo, chiaro?
S, disse Pronek.
Sai dove si trova il provveditorato agli studi?
In centro, disse Pronek.
Sai dov' Pullman?
No.
A sud. Sai dov' Six Corners?
No.
Tra Irving Park e... oh cazzo. Ce l'hai un'automobile?
No, ma voglio comprarmela. Pronek cominci ad agitarsi. Dall'ascella sinistra gli col gi una goccia di sudore.
Hai una macchina fotografica?
No.
Sai come si pedina?
Piadina? chiese Pronek perplesso. Intende fare una piadina?
Owen form con le mani una piramide e mise la punta
sotto il naso, poi la spinse un pochino verso l'alto aggrottando
la radice del naso. Osserv Pronek, quasi offeso per
quella sua presenza, e incurv le labbra verso l'alto finch
la bocca non fu che una lineetta sottile. Pronek voleva dirgli
che avrebbe potuto imparare, che era in gamba davvero,
che un tempo faceva il giornalista, che parlava con la
gente: avrebbe potuto diventare un operativo senza problemi.
Ma ormai era troppo tardi. Owen batteva gli occhi
al rallentatore, nel tentativo di raccogliere le energie per
concludere il colloquio. Smantell la piramide, srotol le labbra e disse:
Ascolta figliolo. Tu mi sei simpatico. Io ammiro la gente
come te.  cos che  nato questo paese, con tutti i poveri
disgraziati che sono arrivati qui e sono diventati americani.
Anche per la famiglia di mia madre  andata cos.
Sono venuti dalla Polonia. Ma non posso darti un lavoro
solo perch mi sei simpatico. Devo pagare anch'io l'affitto,
capisci? Sai cosa facciamo: dammi il tuo numero di telefono,
dovesse saltar fuori qualcosa ti chiamo, okay?
Okay, disse Pronek.
Owen lo guardava probabilmente aspettando che si alzasse,
gli desse la mano e se ne andasse, ma d'un tratto il
corpo di Pronek era diventato pesante e non riusciva a tirarsi
su dal divano. Nella stanza era tutto immobile e perfettamente
silenzioso. Si sentiva il piccione tubare malato.
Okay, ripet Owen, come per rompere l'incantesimo.
Mentre aspettava Owen all'angolo tra la Granville e
Broadway, guardava il proprio respiro che si condensava
in nuvolette e gli si dissolveva davanti agli occhi. La vetrina
del negozio di cornici dall'altra parte della strada esponeva
immagini di Halloween in graziose cornici: fantasmi
che aleggiavano sopra bambini scarmigliati, spettri che si
levavano dalla tomba. La vetrina veniva illuminata dal sole
che pian piano si sollevava sul lago ma che in gran parte
era ancora sott'acqua. Un tizio con un gozzo tondo che gli
cresceva su un lato del collo entr in una tavola calda di
Granville. Pronek pens che forse si stava facendo crescere
un'altra testolina e immagin il bassorilievo di una faccia
piccola e raggrinzita sotto la pelle tirata del gozzo. Dall'altra
parte di Broadway stavano demolendo un ristorante
della catena Shoney's: quel che un tempo era stato il parcheggio
riservato adesso era diventato una distesa fangosa.
L'edificio non aveva pi le finestre; i pavimenti erano stati
divelti; dal soffitto pendevano i cavi come tendini. Proprio
davanti a Pronek si ferm al semaforo un'automobile
scossa dai sussulti, abitata da un adolescente che portava
sul petto uno scudo di catene d'oro. Il ragazzo tamburell
con l'indice sul volante poi, dopo aver levato lo sguardo,
punt un dito contro Pronek e fece finta di sparargli. Lui
sorrise, come per stare allo scherzo, ma l'auto gir a est e
spar lungo Granville. Pronek stava gelando, Owen era in
ritardo. Sotto il vetro lurido di un distributore di quotidiani,
lesse i titoli del Chicago Tribune: migliaia di assassinati
a srebrenica. In lontananza vide il cassone di un
autobus accostare di tanto in tanto lungo la Broadway deserta
riflettendo sul parabrezza i raggi del sole.
Materializzandosi dal nulla, Owen si ferm, con tanto
di stridore di freni, giusto di fronte a Pronek. Era alla guida
di una vecchia Cadillac che pareva il ripugnante risultato
dell'incrocio tra un carretto e un carroarmato. Prima
ancora che Pronek potesse avviarsi verso l'automobile,
Owen aveva gi cominciato a suonare il clacson impaziente,
violando cos il ronzio basso e continuo del mattino.
Quando Pronek apr la portiera, scivol in strada una
spira di fumo di sigaretta e odore di caff. Senza aprire
bocca, Owen ingran la marcia e ripart, e un autobus li
sorpass con un sibilo mancandoli per un pelo. Owen guidava
tenendo tutt'e due le mani in cima al volante. Guardava
prima la strada poi, corrugando la fronte, sbirciava
la punta della sigaretta che si andava trasformando nel cinereo
fantasma di se stessa. Alla fine la cenere si stacc e
gli and a finire sui calzoni. Come se fosse venuto il momento
della sua battuta iniziale, Owen disse: Porca vacca,
se  presto. Ma che altro ci possiamo fare? Dobbiamo
beccare il tipo mentre  a casa che dorme.
Pronek rimase in silenzio a rimuginare su una questione
che non necessitava di molte parole. Erano sulla
Hollywood in attesa che diventasse verde. La macchina
che avevano di fronte portava un adesivo sul parafango con
su scritto SE NON TI PIACE COME GUIDO CHIAMA L'1 800 VAFFANCULO.
Chi  'sto tipo? chiese Pronek.
E un bel personaggio. Te lo dico io. E serbo, almeno
credo. E qui da una quindicina d'anni, ha sposato una
ragazza americana, ci ha fatto un bambino e dopo anni di
matrimonio ha tagliato la corda.  uno di quei padri che
se la filano, ecco. Se non lo troviamo, il figlio di puttana,
e non va al processo, la donna non pu chiedere gli alimenti.
Bisogna fargli accettare l'ordine di comparizione,
cos, se non si presenta in tribunale, gli sguinzagliamo i
poliziotti dietro al culo. Voi di laggi siete tutti cos figli di puttana?
Spense la cicca nel portacenere che traboccava di cicche
e alcune caddero a terra. Pronek si immagin a sniffare
tutta quella cenere e i mozziconi: sarebbe stato un bel
modo per estorcere una confessione sotto tortura. Toss nauseato.
Tu cosa sei? chiese Owen. Laggi ci sono i serbi che combattono contro i musulmani, giusto? Tu sei serbo o musulmano?
Io sono complicato, disse Pronek, dopodich gli venne da vomitare. L'abitacolo dell'automobile era una camera a gas e Pronek sent l'impulso di sollevarsi per respirare nella sacca di ossigeno sotto il tettuccio. Diciamo che io sono il bosniaco.
A me non me ne pu fregare di meno, se parli la sua lingua. Parlate la stessa lingua, no? Lo jugoslavo, o quel che .
Credo di s, disse Pronek.
Bene, disse Owen.  questo che serve. Ecco perch
ti ho chiamato. Fai il lavoro, ti becchi sessanta bigliettoni e sei un uomo felice.
Owen si accese un'altra sigaretta, apr lo zippo con un
ciac e inal il fumo con solennit, come se stesse inspirando
un pensiero. L'isolotto di capelli si era trasformato
in un rampicante che gli si avviticchiava sulla fronte e arrivava
quasi alle sopracciglia. Pass davanti al Bryn Mawr
dove un manipolo di fuori di testa era gi all'opera: un tipo
che cercava di dar fuoco a un mucchietto di sigarette
sparpagliate sull'asfalto borbottava tra s come durante
un oscuro rituale; un'anziana sdentata in collant aveva
una macchia umida che le si allungava tra le cosce; un uomo
con degli occhialoni spessi urlava qualcosa su Ges.
Passarono davanti anche alle pompe funebri: senza smettere
di sbadigliare, un tale in cappotto nero apriva la porta
d'ingresso e sistemava lo zerbino: doveva esserci stata
una morte di prima mattina. Si fermarono all'angolo con Lawrence, poi girarono a destra.
Mentre erano diretti verso ovest, Pronek sent sul collo il solletichio caldo di un raggio di sole. Il parabrezza
aveva spesse sopracciglia di sporco e, sotto, alcuni insetti
spiaccicati sul vetro. Quasi gli avesse letto nel pensiero, Owen disse:
Ti chiedo questo, quale sar l'ultima cosa che passa
per la testa di una mosca prima di schiantarsi sul parabrezza?
Poi, con un ghigno furbo diede un'occhiata sbieca a
Pronek, probabilmente compiaciuto della propria arguzia.
Qual ? ripet, poi pigi sul freno e strombazz furiosamente all'automobile davanti.
Non saprei, disse Pronek. Era meglio se andavo dall'altra parte.
Se fossi andato, disse Owen.
Che cosa?
Se fossi andato. Si dice se fossi andato dall'altra parte. Inchiod di nuovo. Comunque no, non  questo. Pensaci ancora.
Non saprei.
 il culo. L'ultima cosa che passa per la testa di una
mosca prima di finire contro il parabrezza  il suo culo.
Cominci a ridere dando di gomito a Pronek, finch i suoi
sghignazzi non divennero colpi di tosse e manc poco che
soffocasse. Quando si fermarono al semaforo di Clark, cominci
a battersi sul petto come un gorilla, il vitigno di capelli
scosso dal tremore e la gola in preda alla convulsione.
C'era tutto un mondo, si rese conto Pronek, di cui non
sapeva nulla: la gente che popolava le prime ore del mattino.
Le facce erano diverse ai primi raggi del sole. Sembravano
cos a loro agio il mattino presto, anche se forse,
prima ancora di andare al lavoro, erano gi stanchi. Di sicuro
avevano fatto colazione, avevano gli occhi ben aperti
e il viso fresco e all'erta. Tutt'altra faccenda rispetto a
Pronek: occhi che gli prudevano, muscoli tesi e stanchi,
viso spiegazzato, stomaco che gorgogliava, sapore di pus
in bocca, e una diffusa penuria di pensiero. La gente delle
sei del mattino, la gente che esisteva quando Owen e i
suoi dormivano ancora: anziane signore esili come virgulti,
con un copricapo di plastica sui capelli meticolosamente
cotonati, come grigie teste di insalata incellofanate; anziani
in abiti indefiniti, che espletavano meccanicamente
il rituale della passeggiata mattutina; bambini in tenuta
da McDonald's diretti al turno del mattino con la testa gi
appesantita dalla sonnolenza pomeridiana; jogger con i calzettoni
bianchi tirati su fino alle ginocchia che sembravano
correre al rallentatore; direttrici commerciali foderate
in collant neri e truccate di fresco, che trascinavano mocciosi
urlanti fino a un autobus; operai che accatastavano
cassette di melagrane su un carrello. Tutti sembravano decisamente intenti a fare qualcosa.
Owen smise di tossire, si schiar la gola e con sicurezza chiese:
Hai ancora la famiglia laggi?
Dove? rispose Pronek, confuso dall'improvviso
cambio di tono della conversazione.
Phnom Penh, ecco dove! Da dov' che vieni? Hai
ancora i tuoi laggi?
S, i miei genitori sono ancora l. Ma sono ancora vivi.
E adesso, chi sta cercando di farli fuori? Non riesco
mai a capirlo. Sono i musulmani?
No, disse Pronek. Loro stanno a Sarajevo. A Sarajevo
e in Bosnia ci sono serbi che cercano di uccidere i
musulmani, ma c' anche gente che non vuole uccidere i musulmani.
Probabilmente quel figlio di puttana ti star parecchio
sui coglioni.
Ancora non lo so, disse Pronek. E se, pens, e se
stesse solo sognando? Se fosse solo una di quelle persone
che alle sei del mattino, quasi sul punto di svegliarsi, d
un colpo alla sveglia e resta ancora qualche minuto a letto
? Owen di nuovo inchiod e Pronek, per non finire oltre
il parabrezza, diede una manata contro il vetro. Erano
arrivati alla Western: una statua di Lincoln, preoccupato
come sempre, faceva un passo avanti, con la testa e le spalle
cosparse di merde secche di piccione. Quel figlio di
puttana abita qui intorno, annunci Owen. Oltrepassando
la Western quasi prese sotto un uomo d'affari corpulento
che attraversava di corsa la strada tenendo stretta
la ventiquattrore.
Parcheggiarono in una strada deserta in cui c'erano due
file di case di mattoni color ocra, una di fronte all'altra.
Owen si sistem il ciuffo appiccicandoselo sulla crapa.
Guardava nello specchietto retrovisore con la gobba che
gli si sollevava sulla schiena, e gli occhi socchiusi a causa
della sigaretta accesa che teneva in bocca. Le case sembravano
identiche, come se le avessero costruite tutte nella
stessa scrausa fabbrica. Solo i giardini erano diversi: alcuni
erano rasati e tutti in ordine come campi da calcio;
in altri c'erano sparse delle immondizie, montagnole di
cacche di cane, e foglie bagnate. Owen indic la casa che,
a mo' di bandiera, aveva di fronte il cartello in vendita.
Adesso, disse Owen passando a Pronek una busta
austera, vai a quella porta, suoni il campanello, e quando
il tipo ti chiede chi , gli parli nella tua lingua bingo
bongo e gli dai questa. Quando lui la prende, te ne vai. Io
ti sgancio sessanta bigliettoni e siamo tutti liberi e felici.
Che te ne pare?
Okay, disse Pronek, che si pul le palme umide sopra
i calzoni. Pens che avrebbe potuto scendere dalla
macchina, passare davanti alla casa e scappare via. Per
tornare a casa a piedi ci avrebbe messo una quarantina di
minuti.
Sei a posto? chiese Owen.  una sciocchezza. Basta
che tu vada.
Come si chiama? chiese Pronek.
Qualcosa tipo Branko. Ecco, leggi. E gli indic la
busta.
Pronek lesse: Brdjanin. Vuol dire uomo di montagna.
Sia come sia, disse Owen, e disseppell una pistola
dall'ascella: due parallelepipedi di ferro nero perpendicolari,
l'occhio della canna che fissava Pronek. Owen la
guard come se non la vedesse da un po' e la offr a
Pronek: La vuoi?
No grazie, disse Pronek, e si chiese quale sarebbe
stato il suo ultimo pensiero.
Naa, probabilmente non ti serve, disse Owen. Resto
qui io a proteggerti.
Pronek scese dall'auto e si diresse verso l'edificio. Sulla
targa di ottone accanto alla porta c'era il numero 2345,
e l'ordine delle cifre sembrava assurdo vista la sciatteria
della casa: persiane a cui mancavano dei pezzi, finestre
sozze, una montagnola di buoni acquisto ai piedi delle scale,
frammenti di vernice sulla porta marrone stinto e un
cartello con scritto vietato L'ingresso sul vetro. Uno
scoiattolo stava seduto nella vaschetta vuota degli uccellini
ingombra di foglie, e lo guardava con le zampette vicine,
come pronte ad applaudire. Tenendo stretta la busta
e col cuore che batteva costante, Pronek sal gli scalini e
arriv alla porta. Schiacci il capezzolo duro del campanello
e sent un din don profondo e soffocato. Si volt verso
Owen in macchina che, con una penna in mano, ricambi
lo sguardo da sopra il Sun Times piegato. Se
fossi in un giallo a questo punto sentirei degli spari, pens
Pronek. Immagin di fare un giro della casa, saltare la
rete metallica, dare un'occhiata all'interno e vedere un cadavere
sul pavimento nel bel mezzo di una pozza color carminio
mentre l'aria era pervasa da una fragranza misteriosa.
Immagin poi di tornare da Owen ma di trovarlo con
un piccolo foro color polvere da sparo sulla tempia sinistra,
la mano pietrificata sotto l'ascella, troppo lenta per salvarlo.
A quel punto era ovvio che doveva trovare il killer
e provare la sua innocenza. Chiss se Mirza avrebbe potuto
raggiungerlo e diventare suo socio, potevano risolvere
il caso insieme. Suon di nuovo il campanello. Lo scoiattolo
si spost in una postazione migliore, sul ramo di un
albero, e si mise a guardarlo fisso. Dobro jutro, mormor
Pronek, provando la sua prima battuta con Brdjanin.
Dobro jutro. Evo ovo je za Vas. Gli avrebbe dato la busta,
e Brdjanin l'avrebbe presa, confuso dalla familiarit
della lingua. Uno scherzetto.
Sent per le chiavi girare e la serratura che scattava,
dopodich un tipo a torso nudo con la barba che gli colava
dalla faccia irsuta e una costellazione di macchie scure sulla
testa rosa, questo tipo disse: Che c'? Pronek lo
guard paralizzato con la gola strozzata dal dobro jutro.
Che vuole? L'uomo aveva un pezzo di garza che gli
usciva dall'ombelico e una cicatrice da parte a parte sullo
stomaco.
Questa  per lei, biascic Pronek, porgendogli la
busta. L'uomo la prese, ci diede un'occhiata e sbuff.
Sarei dovuto andare dall'altra parte.
Tu no capire niente, disse l'uomo sventolandogli la
busta davanti alla faccia.
Non so, disse Pronek. Io gliela devo dare.
Da dove viene?
Io, disse Pronek riluttante, sono ucraino.
Oh, pravoslavni fratello! esclam l'uomo. Vieni
dentro, beviamo caff, parliamo, io spiego tutto.
No, grazie, disse Pronek, devo andare.
Vieni, ringhi l'uomo, e dopo aver afferrato Pronek
per un braccio lo tir dentro. Beviamo caff. Noi parliamo.
Pronek sent sul braccio la fastidiosa determinazione
delle dita dell'uomo. L'ultima cosa che vide prima di essere
risucchiato dentro casa dalla forza di volont dell'uomo,
fu Owen che scendeva dalla macchina con una faccia
infelice e preoccupata.
Seguendo la scia cipollosa di Brdjanin, Pronek si vide
osservare da una rivoltella, grigia, con due fori simmetrici
come due occhietti tondi, che spuntava dai pantaloni
bassi di Brdjanin, che gli erano calati fin quasi al sedere.
Dopo essere entrati in un ingresso scuro, Brdjanin
lo fece passare attraverso un paio di porte chiuse male e lo
port in una stanza con al centro una tavola e cinque sedie
chiamate a raccolta attorno. Sulla tovaglia di pizzo
c'era una bottiglia a forma di pera che conteneva un liquido
rossastro e, sopra, una croce ortodossa di legno.
C'erano poi cinque bicchieri fucilati e intorno un plotone di
sacchetti di McDonald's accartocciati.
Siediti, disse Brdjanin. Qui.
Io devo andare, disse Pronek, e si sedette, di fronte
a una finestra. Una mosca ronzava contro il vetro come
se cercasse di tagliarlo con una minuscola sega circolare.
Alla parete stava appesa l'icona di un santo: aveva l'aria
triste, fronte alta e barba triangolare, e la testa un poco piegata
sotto il peso dell'aureola, le mani che si sfioravano delicatamente.
Siediti, disse Brdjanin tirandosi fuori la pistola dal
sedere e sbattendola sul tavolo. I cinque bicchieri strepitarono
inviperiti. La finestra dava sul giardino: una pala
era conficcata nel terreno come un giavellotto, vicino a una
buca fangosa e a una montagnola di terra. Brdjanin si sedette
all'altro lato del tavolo, di fronte a Pronek, e spinse
la rivoltella da una parte. No paura. No problemi, disse.
Poi, girandosi verso la cucina, url: Rajka, kafu!
Piazz la busta esattamente davanti a s, come per sezionarla.
Parliamo con caff, disse.
Una donna con il viso rugoso e un po' gonfio e una
escoriazione sbiadita sulla guancia, come fard messo male,
si affacci dalla cucina, avvicinando i lembi della vestaglia
a righe bianca e nera, poi si ritir. Si sentirono
scorrere dei cassetti, poi il sibilo del gas e infine una specie
di botto.
Tu ucraino, disse Brdjanin, sporgendosi verso Pronek
come a volergli rilevare negli occhi la ucrainit. Come
ti chiami?
Pronek, disse Pronek, dopodich si appoggi allo
schienale della sedia.
Pronek, ripet Brdjanin. Un vero nome pravoslav.
I fratelli pravoslavui hanno aiutato serbi nella guerra contro
matti.
Pronek guard Brdjanin, la cui barba aveva in centro la
crepa di un sorriso, temendo che un'espressione del volto
o uno sguardo storto ne avrebbero lacerato il sottile involucro.
Brdjanin lo osservava entusiasta poi, con sprezzo,
mise da parte la busta, si sporse verso Pronek e gli chiese
accorato:
Lo sai cos' questa?
No, disse Pronek.
Non  niente, disse Brdjanin, e spinse in fuori la
mano destra (la pistola stava tranquilla sulla sinistra), con
le dita strette forte e il pollice sollevato come se volesse
fare la sagoma del lupo giocando con le ombre. Aveva un
pollice grottescamente tozzo, come un hot dog troncato
di netto, ma Pronek fu ben attento a non prestarvi troppa
attenzione.
Tu devi capire, disse Brdjanin. Che sono stato
scemo, budala. Moglie mia era puttana, nata qui, ma era
croata. Quindici anni. Quindici anni! Vado a trovare suoi
fratelli, loro vogliono uccidere me Col moncherino del
pollice fece due volte il gesto di tagliarsi la gola, come se
non ci fossero riusciti al primo colpo. Loro ustashe, vogliono
tagliare mia testa perch io serbo. Adesso  guerra,
niente pi moglie, niente pi fratelli. Mia donna ora 
serba, tu ora mio fratello. Adesso mi fido solo di gente
pravoslav. Altra gente, altra gente... Scosse la testa, come
a voler dire sospetto, e ancora una volta si pass il pollice
da parte a parte sulla gola.
Pronek, inerme, faceva automaticamente segno di s
con la testa. Avrebbe voluto dire che i croati sono come
tutti gli altri, o un'altra cosa ovvia tipo questa, ma in quella
stanza tutte le cose che pensava fino a un'ora prima adesso
sembravano ridicole. Avrebbe voluto che la donna restasse
l con lui, come se potesse proteggerlo dalla follia di
Brdjanin e dal suo moncherino di pollice tagliagole. Nella
stanza c'era puzza di fumo e caff, di sudore stantio e Vegeta,
e sopra tutto questo aleggiava una coltre di strazianti
notti in bianco. La donna arranc fuori dalla cucina e mise
davanti a loro un vassoio con una caffettiera e delle tazzine,
dopodich si trascin dietro i piedi come sul punto di
collassare. Per un lungo momento Pronek continu a guardarla
ma Brdjanin non lo not. Questo caff serbo. Lo
chiamano caff turco. Ma  caff serbo, disse Brdjanin,
che poi si accese una sigaretta e fece uscire due serpentelli
di fumo dalle narici. Pronek immagin di trarre in salvo
la donna da quella tana e di riportarla a casa (ovunque
fosse), per occuparsi di lei finch non si fosse rimessa e
avesse riavuto la sua bellezza, al momento tenuta nascosta
dentro al cuore, senza chiedere nulla in cambio.
Brdjanin risucchi un po' di caff dalla tazzina, poi si sporse
dietro la sedia per prendere un giornale. I titoli dicevano
migliaia di assassinati a srebrenica.
Assassinati? url Brdjanin. No assassinati.  guerra.
Loro uccidono, loro vengono uccisi.
Gett di l dal tavolo il giornale, che atterr proprio davanti
a Pronek, cos fu costretto a guardarlo anche lui: una
donna con una sciarpa scolorita si teneva tra le mani il viso
rigato di lacrime, come nel tentativo di svitarsi la testa.
Hmm, disse Pronek, soltanto perch pensava che il
silenzio avrebbe dato troppo nell'occhio.
Sai cosa  questo? chiese Brdjanin sputacchiando
nella foga uno sciame di goccioline di saliva. Lo sai?
Niente, disse Pronek.
No, non  niente. E propaganda musulmana.
Ah, disse Pronek. Chiss dov'era Owen? Se avesse
fatto irruzione nella stanza in quel momento, e avesse
portato fuori Brdjanin mentre cercava ancora di mettere
le mani sulla pistola, Pronek avrebbe potuto correre in cucina,
prendere la donna per mano e scappare via con lei.
Vieni con me, le avrebbe detto. Podji sa mnom.
Sai quando  caduta la bomba al mercato di Sarajevo
? chiese Brdjanin, aggrottando e riaggrottando la fronte,
col sudore che gli si raccoglieva nelle rughe. Dicono
che sono morte centinaia di persone. Invece sono tutte
bambole, lutke. I musulmani buttano bomba al mercato.
Propaganda! Mettono bambole per televisione, per sembrare
crudele, molta gente morta!
La bomba aveva mancato la madre di Pronek per un soffio.
Quando era scoppiata, lei aveva appena attraversato
la strada. Dopo l'esplosione era tornata indietro, stordita,
e si era trascinata fra i corpi sanguinanti e spappolati, fra
gli arti strappati che pendevano dalle bancarelle ancora in
piedi, e le persone ferite che scivolavano sui cervelli. Lei
aveva quasi messo un piede sul cuore di qualcuno, aveva
detto, ma era un pomodoro, che cosa strana, aveva pensato
tra s, un pomodoro. Per un paio di anni non aveva
pi voluto vederne di pomodori.
Io ho l'amico, disse Pronek, cercando di sembrare
disinteressato, ma col cuore che gli galoppava nel petto,
di Sarajevo. Dice che la gente  morta davvero. I suoi
genitori sono a Sarajevo. Loro hanno visto.
Che cosa ?
 bosniaco.
No, cosa ?  musulmano?  musulmano. Mente.
No, non  musulmano.  di Sarajevo.
 di Sarajevo.  musulmano. Vogliono repubblica
islamica, molti mudjahedini.
Pronek sorb il suo caff. La pistola era ancora posata
a sinistra, comodamente sdraiata come un cane appisolato,
e non si sarebbe sorpreso troppo se si fosse data una
grattata al muso con il grilletto. Vedeva l'ombra della donna
muoversi in cucina. Brdjanin sospir, poi mise tutt'e
due le mani sul tavolo e battendole lentamente disse:
Da quanto tempo tu sei qui? Io da venti anni. Non
vengo dal nulla. Io lascio miei genitori, mia sorella. Vengo
qui. Bel paese, gente bella. Io lavoro in fabbrica, venti
anni. Ma non mio paese. Io muoio per mio paese. Americano
muore per suo paese. Tu muori per Ucraina. Tutti
moriamo.  guerra.
Pronek guard fuori dalla finestra e vide Owen con ancora
la penna e il giornale in mano, che girava intorno al
badile e a momenti cadeva dentro la buca. Poi sbirci alla
finestra, vide Pronek e fece un cenno col capo verso l'alto
per chiedere se era tutto a posto. Lui spost svelto lo
sguardo su Brdjanin, il quale si guardava le mani che piano
spaccavano la superficie del tavolo, e mormorava: Io
serbo, no niente.
Devo andare, disse Pronek, devo andare a lavorare.
Tu vai, Brdjanin si strinse nelle spalle e si accarezz
la barba. No problema.
Quando si alz in piedi, Brdjanin mise una mano sulla
rivoltella. Pronek and verso la porta. Brdjanin teneva in
mano la pistola un po' casualmente, con le dita lontane dal
grilletto. Pronek apr, con Brdjanin alle spalle. Era il bagno:
c'era un termosifone che ronzava, e sotto una cassetta
per gatti era piena di mucchietti di sabbia. Mentre Pronek
fece per voltarsi, lentamente, Brdjanin lo afferr per la
giacca, tenendo ancora nella sinistra la pistola, e lo guard:
era pi basso di Pronek, aveva un odore schiumoso ormai
esausto, gli occhi di un verde umido. Sulla barba intorno
alla bocca gli era rimasta un'ombra di caff. Pronek, paralizzato
dal terrore, annu stupidamente e Brdjanin abbass
la testa senza dire nulla. Vide poi la donna che li guardava
incorniciata nella porta della cucina, e le lanci un'occhiata,
nella speranza che sarebbe venuta a salvarlo dalla
stretta di Brdjanin. Avrebbe potuto venire ad abbracciarlo e a dirgli che andava tutto bene, ma non si mosse, come
se fosse abituata a vedere degli uomini tenuti in ostaggio
dal marito. Aveva le mani nella tasca della vestaglia,
poi tir fuori una sigaretta e l'accendino. Quando l'accese,
Pronek vide la fiamma luccicare di una luce magica.
Inal il fumo con un respiro profondo spingendo la testa
lievemente indietro, poi tenne il fumo dentro per moltissimo
tempo, quasi fosse morta un istante prima di espirarlo.
Brdjanin stava singhiozzando: esalava respiri faticosi
e acuti che si concludevano con vergognosi sbuffi
stertorosi, mentre le spalle sobbalzavano a piccoli salti e la mano
stringeva la presa sulla giacca di Pronek. Immagin
Brdjanin portarsi la pistola alla tempia, e al rallentatore
schiacciare il grilletto con l'indice: un colpo forte e anche
Pronek si sarebbe ritrovato a colare cervello, sangue e viscidume.
La donna, esausta, abbass lo sguardo, col ventre
che si sollevava, cercando con pazienza di non alzare
gli occhi, come in attesa che tutti e due sparissero.
Va bene, disse Pronek, poi mise una mano sulla spalla
di Brdjanin. Era soffice, un po' appiccicosa, con qualche
pelo solitario che si arricciava a caso qua e l. Andr
tutto bene.
Che diavolo stavi facendo l dentro? chiese secco
Owen da in fondo alle scale e con le mani sui fianchi. A
momenti entravo con la pistola spianata per salvarti il culo.
Pronek scese i gradini. Il sole scivolava da dietro gli edifici
dall'altra parte della strada, ingrigendo gli alberi scuri.
Lo stesso scoiattolo di prima si ferm, ora a testa in gi,
a met di un albero per osservare Pronek. Era magrissimo
e aveva la lanugine della coda un po' sgonfia: l'inverno sarebbe
stato lungo.
Ha preso la busta?
S, disse Pronek. Ma credo che non gliene importi
niente.
Oh, gliene importer eccome, puoi starne certo che
gliene importer.
Dentro c' la donna, disse Pronek malinconicamente.
 sempre l, fece Owen.
Poi gli diede una pacca sulla schiena e lo sospinse piano
verso l'automobile. Tutto il peso del corpo Pronek adesso
ce l'aveva sui piedi, e gli faceva male il collo, quasi gli
si stesse spezzando sotto la testa. Parlarono lentamente,
Owen gli offr una sigaretta e Pronek l'accett. Owen gli
tenne l'accendino di fronte al viso e Pronek vide la fiamma
gialla con la radice blu tremolare sotto il suo respiro:
riconobbe con stanco distacco di essere vivo. Inal il fumo
e facendolo uscire disse:
Non fumo.
Adesso s, rispose Owen.
Presero la Western, oltrepassarono il cimitero e i rivenditori
di auto usate, le automobili che scintillavano
nel silenzio mattutino come un esercito intimorito. Owen
accese la radio: traffico sulla Dan Ryan, rallentamenti sulla
Kennedy, giornata parzialmente nuvolosa, raffiche di
vento, temperatura intorno ai dieci gradi. In Granville girarono
a destra. Pronek si sent i muscoli tesi. Un crampo
alle dita, come se si stessero trasformando in artigli stretti
intorno alle banconote che Owen gli aveva dato.
Un tempo in Vietnam conoscevo un tipo come te,
disse Owen. Mai che dicesse una cazzo di parola. Teneva
tutto dentro. Era un cecchino, ai vietcong sparava come
a bottiglie su un muretto. Saliva su un albero, mimetizzato,
e stava l seduto per delle ore senza muoversi e
senza fiatare. Immagino ci si abitui. Teneva sotto tiro un
villaggio. Aspettava solo che saltassero fuori e poi bam!
Una volta eravamo...
Mi puoi lasciare qui, disse Pronek d'un tratto, sto
al prossimo isolato.
Sicuro. Grazie, amico, disse Owen accostando.
Ti chiamo senz'altro se mi capita qualcosa per te. Okay?
Grazie, disse Pronek, e scese dall'automobile. Era
una mattinata frizzante, con quel po' di energia nell'aria che
rendeva la vita dolce e semplice. Pronek per aveva sonno,
e la sensazione di essere appena stato con qualcuno che
in realt non esisteva, sensazione che presto si trasform in
rabbia. In fondo alla Broadway balenava il riflesso del parabrezza
degli autobus in movimento. Pronek si ferm all'angolo
facendo scendere le palpebre come tapparelle, e raccolse
le forze prima di far ritorno a casa. Guard il
ristorante che veniva demolito e si immagin a distruggerlo con
un martello gigantesco: si vide buttar gi le pareti e strappar
via le tubature finch non restava che un mucchio di
macerie. Avrebbe continuato, finch non fosse rimasto pi niente.
...
.
...
6. I soldati che arrivano.
...
.
...
I delfini.
...
Cos diedi un bacio a Pronek sulla fronte, gli augurai
buona fortuna e gli feci cenno di salire.
Nonostante i polsi che gli tremavano per la paura da
palcoscenico, si iss per una scala stretta e lunga e si ferm
in cima. Guardando in gi, si vide piombare a capofitto
nel vuoto, cos flett la schiena come a sincerarsi dello stato
di salute della propria spina dorsale. Poi apr la porta
su cui c'era l'immagine di un globo verde azzurro: salvate
madre natura, chiedeva il manifesto. Pens alla
sua di madre, la ricord seduta con le gambe sul tavolino
e i batuffoli di cotone tra le dita dei piedi simmetricamente
incurvati. Dentro, l'ufficio sapeva di oceano, pino
e sudore, e al centralino una donna di pelle nera con i capelli
corti gli disse di accomodarsi e attendere. In un angolo
vide una palma avvizzita di un verde incerto, con le
foglie afflosciate che guardavano gi verso il vaso. Osservandosi le mani gli parvero candeggiate.
Io mi chiamo John, disse l'uomo, ma tutti mi chiamano
JFK. Sulla scrivania di chiss chi c'era un manuale
d'inglese. Mettiamoci qui, disse JFK offrendo a Pronek
l'unica sedia a disposizione e acquattandosi di fronte a lui
con un bloc notes in mano. In un sussurro, gli chiese per
quale ragione volesse lavorare per Greenpeace, e Pronek
attacc con il mantra spiattellato negli sfortunati colloqui
precedenti: aveva talento per la comunicazione; gli piaceva
lavorare con gli altri; pensava che quello fosse l'abbiente
adatto a lui, che li potesse sviluppare ogni suo potenziale.
JFK, sempre accovacciato, si dondolava sui talloni e Pronek
immagin di dargli uno spintone. Al pensiero che
avrebbero potuto non dargli il lavoro, ma anche che avrebbero
potuto darglielo, un grumo di torbido panico cominci
a rapprenderglisi sullo stomaco. Qui va tutto bene,
continuava a ripetersi. Qui va tutto bene. Raccogliere
fondi porta a porta era un lavoro impegnativo, disse JFK,
avrebbe dovuto parlare con venti, quaranta persone per
sera. Era sicuro di esserne in grado? Non aveva difficolt con l'inglese?
Ciao, io sono evil, la cattivissima, disse lei.
Ti presento Rachel, disse JFK. E lei che stasera ti spiegher tutto.
Cattiva nel senso che evol  il contrario di love.
Rachel portava una maglietta col disegno di una candela
immobile e la scritta daydream nation.
Io sono Jozef, disse Pronek. Ma al contrario non fa niente.
JFK strinse le labbra e spalanc gli occhi arcuando le sopracciglia,
dopodich scomparve. Pronek non sapeva bene
dove mettere le mani, cos per un momento si copr i
genitali poi le deposit sui fianchi e rest impalato con i gomiti
in fuori come se volesse rimproverarla.
Di dove sei? chiese lei.
Bosnia.
Mi dispiace.
Ma adesso vivo qui, per cinque anni.
Mi dispiace lo stesso.
Non  colpa tua.
Aveva i capelli corti e puntuti con una cresta a picco
sulla fronte, sopra gli occhi brillanti. Il labbro superiore, di
uno scuro rosso ciliegia, pareva il mostaccio di un moschettiere.
Aveva una fossetta sul mento e guance tonde come
mele che Pronek aveva una gran voglia di toccare.
Quando hai finito di fissarmi in faccia ti mostro anche le tette.
Scusa, disse lui spostando lo sguardo su un angolo
lontano del soffitto dove, not, non c'era assolutamente niente.
Nessun problema, disse lei. Anche a me piace la tua di faccia.
Puoi abbassare quella merda? ringhi Rachel.
Sono. I. Radiohead, disse Dallas lentamente, come
se nessuno capisse la sua lingua. Black Star, ragazzi. Incredibile.
Questo si che  rock.
Sono. Delle. Puttanate, disse Rachel.
Pronek era seduto dietro, accanto a Rachel, le loro gambe
si toccavano. Le lanci un'occhiata furtiva: aveva un
meraviglioso orecchio destro, le curve interne del labirinto
perfette. Si immagin, piccolo come l'unghia del mignolo,
raggomitolato all'ingresso del canale auricolare, a
cantarle una canzoncina.
Voi ce l'avevate il rock in Jugoslavia? url Dallas
sopra i Radiohead. Il furgone era il veicolo pi lento di
tutta l'autostrada. Lo superavano le Cadillac grosse come
carrifunebri guidate da vecchiette sprofondate nel sedile
anteriore e anche i camion dell'immondizia con i sacchi
neri ancora conficcati dietro fra i denti. I bisonti della strada
strombazzavano mostruosamente.
Ges, JFK, disse Rachel, andiamo alla velocit di
un triciclo. Non potresti pigiare un po'?
Perch ti chiamano JFK? chiese Pronek. JFK era un
tipo corpulento, la carne della schiena gli strabordava da
sopra il sedile e i capelli gli crescevano fin gi sul collo.
Perch  grosso quanto un aeroporto, disse Rachel.
Perch mi chiamo John Francis Kirkpatrick.
Allora, ce l'avevate? grid di nuovo Dallas. Sulle
braccia aveva tatuati dei draghi che leccavano donne nude,
alcune bruciacchiate dalle fiamme.
Allora, per spillare quattrini alle porte, ci sono molti
modi, disse Rachel. Puoi far leva sulle frustrazioni
sessuali delle casalinghe di periferia, e metterti a flirtare
come un cowboy idiota. E questo  il metodo di Dallas.
Oppure...
Ma vaffanculo, disse Dallas.
Ehi ehi ehi, fece JFK.
.... puoi esaurirle con le cifre e gli appelli alla morale
finch, pur di mandarti via, ti danno dei soldi. E questo 
il metodo di JFK. Altrimenti le guardi con i tuoi begli occhioni,
le abbagli con un sorriso poi colpisci, a mo' di cobra.
E questa  la tecnica di Vince.
Vince era seduto davanti a Rachel e aveva in mano una
borsina rossa con sopra disegnati Cip e Ciop. Pronek voleva
essere gentile con Vince, perch era nero, ma non sapeva
bene quali cose gentili potergli dire, cos si limit a
un vago sorriso.
A me piace il blues, disse infine, ma nessuno bad
a quella sua dichiarazione: Vince continuava a guardare
fuori dal finestrino; Dallas si percuoteva le ginocchia come
su un tamburo; JFK stava rallentando perch a mezzo
miglio di distanza aveva avvistato un camion con una bandiera
americana appesa dietro. Soltanto Rachel, perplessa,
si volt verso di lui, poi mise il piede sinistro sopra il
ginocchio destro e gli mostr la suola dello scarpone: appiccicato
al tacco c'era un chewing gum rosa.
Schaumburg  tosta, disse Rachel. Pronek guard
una fila di case chine su una strada deserta. In questa citt
hanno fatto un'ordinanza per proibire le strade dritte: vogliono
che il posto sia pi interessante, dicono, pi vario.
Le case erano tutte identiche: pallide pareti azzurro plastica;
una veranda bianca; un graticcio con un rampicante
appena piantato; una statuina da giardino tipo un nanetto,
un fantino nero o la Vergine Maria.
Questo, amico mio, si chiama devo.
Devo? ripet Pronek. Il cielo era di un azzurro spot
pubblicitario, con qua e l un aeroplano solitario, come una
zanzara senza palude. L'aria era tiepida, e i boccioli primaverili
sugli alberi diffondevano un profumo sciropposo.
Per ora guarda quel che faccio io.
Rachel gli accarezz un gomito, come se fosse in quel
punto che gli faceva male. Pronek sentiva una palla di ferro
macinargli le budella e, come un pizzicore, la paura scivolargli
sulla pelle e arrivargli a palpitare fino in testa. Aveva
bisogno di una sigaretta. Immagin i bravi americani
che aprivano la porta e lo odiavano per la sua stupidit di
straniero, per il suo accento cretino, per i suoi infantili errori
di grammatica. Li immagin prenderlo a colpi di mazze
da baseball sui gomiti, fracassandoglieli, facendo schizzare
tutt'intorno i frammenti di ossa.
Io odio il baseball, inform Rachel, ma lei stava gi
schiacciando il pulsante del campanello.
Buongiorno, io mi chiamo Rachel e lui  Joseph.
Siamo di Greenpeace. Rachel sorrise schiacciandosi la
cartellina contro il petto, col volantino Salvate le balene
in vista. La donna era magra, coi capelli bagnati che pendevano
arricciolati come molle. Stringendosi il collo dell'accappatoio
bianco guard prima Rachel poi, con cautela,
Pronek, quasi che la sua presenza l dovesse restare segreta.
Come sta signora? chiese Rachel annuendo.
Chi ? si sent qualcuno da dentro. La casa aveva
un odore che a Pronek parve familiare: sapeva un po' di
paprica, ma non riusc a capire che cosa esattamente fosse.
Vide delle pantere schiacciate, decoro del tappeto, che
lo osservavano coi loro occhi gialli. Una grossa ciotola di
popcorn marroncini era posata sul ripiano in vetro del tavolo.
Alla televisione un pitone ingoi un topo.
Non ci interessa, disse la donna. In fondo al collo
aveva una piccola cavit con dentro una gocciolina d'acqua che lentamente scivol gi.
Sono certa che lei ci tiene all'ambiente, disse Rachel.
No, grazie.
Chi cavolo ? strillarono di nuovo. La donna chiuse
la porta, e quando fece girare la chiave una manina di
legno con dipinti salve e dei fiori oscill prima a sinistra
poi a destra.
Ti do un consiglio, disse Rachel con calma, lasciando
pascolare lo sguardo sulle anche di Pronek. Quando
parli con le persone, non guardare mai in casa. E non metterti
mai mai mai in punta di piedi per sbirciare dentro.
Altrimenti pensano che li vuoi derubare. Li devi guardare
negli occhi.
Negli occhi, fece Pronek. Bene.
L'uomo era svestito ma aveva su le pantofole della Renna
dal naso rosso, e il naso rosso era puntato verso di loro.
Sotto la camicia sbottonata Pronek vide la testa di un'aquila
tatuata che col becco toccava il capezzolo sinistro.
Pur cercando di concentrarsi sugli occhi depressi dell'uomo,
non riusc a non notare le mutande bianchicce cosparse
qua e l di macchie gialle.
Sono un cacciatore, disse. Mi piace uccidere gli animali.
Ci sono molti cacciatori che sostengono Greenpeace,
disse Rachel.
Be', io non sono uno di loro, disse lui. E ora andatevene
dalla mia propriet.
Belle le sue pantofole, disse lei.
Grazie, ma ora levatevi dalla mia cazzo di propriet.
Che inferno. Ho gi esaurito sia i sorrisi sia la gentilezza.
 davvero dura.
Vuoi provare?
No, non ancora.
Prima o poi devi pur cominciare.
Okay, ma non adesso.
Pronek rest a guardare mentre Rachel parlava con un
adolescente pustoloso, fan dei Motorhead; con una signora
cattolica che teneva gli indici infilati tra le pagine della
Bibbia; con un ragazzino del liceo che portava un cappellino
da baseball al contrario e disse loro di odiare Chomsky
(E chi sarebbe? chiese Pronek). La guard dischiudere
le labbra: quando cercava di spiegare qualcosa di importante,
mostrava i denti inferiori e stringeva il mento
rendendo ancor pi evidente la fossetta. Poi, dopo aver
chiesto il denaro, ritirava le labbra dentro la bocca e aspettava
la risposta. Pronek cerc di imitare il sorriso che Rachel
faceva a un professore di liceo il quale, con in mano la penna
e il libretto degli assegni, la ascoltava incantato: era scheletrico
e chino in avanti, quasi che durante la conversazione
un cancro gli avesse indebolito la schiena. Il professore
lanci uno sguardo a Pronek con la coda dell'occhio: nel
tentativo di imitare il sorriso di Rachel, aveva sollevato le
sopracciglia, teso le palpebre e tirato indietro le guance, sempre a denti serrati.
Si sente bene? chiese a Pronek.
S, bene, disse Pronek mettendo su un'espressione
solenne.
Erano all'angolo tra Washtenaw e Hiawatha. Pronek fumava,
per darsi un tono, una sigaretta senza alcun sapore.
Rachel lo osservava, con la testa un po' piegata di lato.
La cosa importante  starli ad ascoltare. La gente ti
parla e se la stai ad ascoltare ti d dei soldi.
Perch dici che sei cattiva?
e v o l,  il contrario di love. E un album dei Sonic
Youth, il mio preferito.
Non ho mai sentiti.
Non li ho mai sentiti.
Li ho mai sentiti.
Fanno un bel po' di rumore, usano un sacco le chitarre.
Una volta suonavo anche io la chitarra.
Be', ma  diverso.
Tu che fai nella vita?
Nella vita? Come sarebbe? Voi balcanici fate sempre domande del genere?
Scusa.
Nella vita, faccio fotografie.
Ah, mi piacciono le fotografie.
Adesso diamoci da fare. Bisogna che tiriamo su un po' di soldi.
Evitarono le case buie suonando solo a quelle che avevano
la veranda e le finestre illuminate, e si intravedevano
all'interno le ombre che scivolavano sulle pareti. Rachel
passava di porta in porta rapidamente, usando sempre
la stessa voce seria e profonda. Pronek si stupiva dei
suoi movimenti risoluti, dei suoi muscoli tesi, del suo fare
determinato nello spostarsi da una casa all'altra, anche
se, una volta, era inciampata in un tubo di gomma che serpeggiava
sul marciapiede buio, e la cartellina era finita per
aria poi per un tratto era scivolata a terra.
Cazzo, aveva esclamato, tirandosi su a sedere.
Pronek le aveva offerto una mano e lei, seccata, si era messa
a sbuffare ma poi l'aveva accettata.  solo una settimana
che ho imparato a camminare.
Io adoro Greenpeace, fece l'uomo.  fantastica.
Be', allora pu darci un bel po' di soldi, disse Rachel.
Il tipo scoppi a ridere. Su una guancia aveva un porro nero che sembrava una mora.
Prenda il libretto degli assegni. Sa bene che abbiamo bisogno del suo aiuto.
Mi piacerebbe, disse l'uomo. Ma spendo tutto quel che posso per i lupi.
Per che cosa?
L'uomo stava fumando. Pronek avrebbe voluto chiedergli
una sigaretta, invece, di nascosto, inspir il fumo
che gli usciva dalle narici e si diffondeva nell'aria.
Sa, vogliono ucciderli tutti, in Wyoming. Vogliono fare piazza pulita.
I lupi sono degli animali meravigliosi, disse Rachel,
mentre Pronek sorrideva e annuiva partecipando all'apprezzamento
per i lupi. Ricord una storia che gli aveva
raccontato suo padre, di quel loro antenato ucraino cos
deciso ad ammazzare il lupo che gli aveva sbranato le pecore
che nel bel mezzo dell'inverno aveva legato la moglie
a un albero per attirare la bestia. La povera donna, per,
che aveva i piedi gelati, non aveva mai smesso di piangere
e il lupo si era tenuto alla larga.
L'uomo raccontava di un lupo ferito rincorso in moto
da dei bastardi col cappello da cowboy e un sacco di armi,
che aveva continuato a correre finch non aveva perso tutto
il sangue e a un certo punto era crollato.
Nooo, fece Rachel abbassando la cartellina all'altezza
dello stomaco e incrociandovi sopra le mani. Pronek
not che l'uomo le aveva dato un'occhiata al seno e per la
prima volta lo osserv anche lui: era gonfio e tendeva la maglietta DAYDREAM NATION.
Volete vederlo il mio lupo? Lo tengo in garage. Domani
lo porto via, andiamo a caccia insieme.
Il lupo aveva un pelo grigio lanuginoso, e pareva tristissimo.
Quando vide l'uomo cominci ad andare freneticamente
avanti e indietro dentro un minuscolo recinto sistemato
di fianco al pickup, e appena il tipo infil la mano nella
gabbia la bestia gli si avvicin. Per un istante Pronek
ebbe la visione del lupo che strappava via la mano e del sangue
che spruzzava fuori dalle vene del polso. Si immagin a
spiegare l'accaduto agli infermieri che a causa di quel suo
accento straniero non capivano niente. Il lupo per si avvicin
alla mano e l'uomo gli diede una grattata sul muso. Guardi,
disse a Rachel senza considerare minimamente Pronek.
Lei scosse la testa a bocca aperta per l'ammirazione.
Lo accarezzi anche lei.
Rachel lentamente pos la cartellina su un tosaerba e
tese la mano verso le narici del lupo, ma la bestia, dopo
aver dato una sniffata, torn a girarsi verso l'uomo. Pronek
rimase paralizzato: a quel punto vide il lupo che strappava
via anche tutte e due le mani di Rachel. Poi not che
la luna piena si era librata in cielo, sopra il buio denso
della strada. Rachel con una mano teneva il muso del lupo
che spuntava dalle sbarre, con l'altra lo accarezzava,
poi si chin e gli diede un bacio sulla bocca. Protese le labbra
simmetricamente, come un fiore quando si apre, e il
lupo mostr gli stiletti dei denti. Pronek sussult e l'uomo
si gir verso di lui con un ghigno, come se una sua trama
oscura si stesse realizzando.
Mentre se ne andavano dalla casa, Pronek decise che
per far dimenticare a Rachel il lupo bisognava che lui prendesse
in mano la situazione.
A me piacciono i cani, disse.
Era cos triste, quel lupo, dovrebbero lasciarlo andare.
Io avevo un cane. Si chiamava Lucky.
Quel lupo aveva del marcio, dentro, disse Rachel.
Tornati a Chicago, fecero due passi sulla Jackson, tra i
neon e le luci stradali che lampeggiavano rassicuranti.
Pronek camminava mezzo metro dietro a Rachel, come se cercasse
di stare al passo. Lei teneva le mani nelle tasche posteriori
dei jeans, e i gomiti spuntavano in fuori come i
corrimano delle scalette in piscina.
Tu dove vivi? chiese Pronek.
Dove vivo? Nessuna donna in questa meravigliosa
citt direbbe mai a un completo sconosciuto dove vive.
Non fare mai una domanda del genere a una donna.
Scusa, disse Pronek, dopodich abbass lo sguardo
e rest indietro di un altro mezzo passo.
Tu per non sei pi uno sconosciuto. Vivo uptown. E tu?
Rogers Park.
Attraversarono la Halsted. Una donna poliziotto rivestita
da un giubbetto antiproiettile stava perquisendo un
uomo faccia al muro che aveva la mano sinistra sollevata
e con la destra teneva un bastone. Nella vetrina di Zorba
videro un kebab che ruotava lentamente come un pianeta
di forma improbabile.
Quando sei venuto qui?
Millenovecentonovantadue, poco prima della guerra.
La tua famiglia  l?
S.
Stanno bene?
Sono anziani.
Quando vedi la TV ti senti del tutto impotente.  una cosa che mi manda in bestia.
Lo so.
Dev'essere stato difficile, per te.
Pronek annu, non voleva farsi compatire anche se gli
piaceva che Rachel gli prestasse attenzione. Gli parlava da
sopra la spalla, con la testa girata, e Pronek la immagin
trasformarsi in una statua di sale.
Salirono sullo stesso treno lanciato nel sottosuolo in un
frastuono apocalittico che isolava da tutto, come se in superficie
la citt fosse stata distrutta. Rachel era seduta di
fronte a Pronek, accanto a una donna nera che teneva in
mano una minuscola Bibbia e tra i respiri affannosi continuava
a mormorare qualcosa. Le uniche parole che riusc
ad afferrare furono piangere per i suoi figli. Rachel si
gratt il collo, e fece scendere l'indice dall'orecchio destro
fin dentro il colletto, lasciando ricurve tracce arrossate.
Sdraiato al buio, Pronek si schiacciava forte le palpebre
per costringersi a dormire, ma continuava a sentire i
muscoli facciali tesi e gli pareva che si stessero ossificando.
Un uomo urlava: Non mi avrete, figli di puttana!
Un treno pass sferragliando e Pronek si sent la rabbia
montare dentro: voleva silenzio, ne aveva abbastanza degli
schiamazzi dei fuori di testa, dei treni che sferragliavano,
delle sirene che suonavano di continuo. Aveva le
rotule sudate e umidicce cos si gir su un fianco e infil
la coperta fra l'una e l'altra. Immagin di accompagnare
Rachel a casa, di passeggiare per la sua via costeggiata dai
tigli, nell'aria piena di profumi. Immagin di sedersi a
chiacchierare sui suoi scalini, poi di salire e fare l'amore con lei.
Non mi avrete, figli di puttana!
Pronek salt gi dal letto, con i pugni stretti, e guard
fuori dalla finestra. Un uomo d'affari che portava un regolare
vestito d'ordinanza teneva una valigetta stretta al
petto e batteva i piedi puntando di tanto in tanto un dito
verso il cielo. La tensione di Pronek si trasform in puro
e semplice odio. Apr la finestra e si mise a guardare l'uomo
come se la sua rabbia furibonda potesse essere trasmessa
dall'etere della citt.
Non mi avrete! Cazzo! Non penso proprio, figli di puttana!
Pronek cerc di farsi venire in mente una frase da killer,
qualcosa che all'istante gli avrebbe fatto chiudere il
becco e gli avrebbe dato da pensare su come comportarsi.
Si rigir le parole in testa, mettendo l'accento su parti diverse
della frase, inserendo e reinserendo le immancabili
imprecazioni, valutando la potenza sonora necessaria per
annientare la demenza dell'uomo. Ansimando in preda all'ira
e con la rabbia che gli serrava la gola, a un certo punto
apr la bocca e un po' esitando url: Non  educato!
Al che l'uomo smise di gridare, scosse la testa come se
si fosse preso un pugno, e per qualche momento rimase
pietrificato. Poi, lentamente, sollev lo sguardo verso Pronek,
lo indic col dito e tuon: E neanche tu mi avrai, perch il Signore, con la sua onnipotenza,  con me!
Pronek si ritrasse verso l'interno e rimase accanto alla
finestra timoroso anche solo di muoversi o guardare fuori,
le ginocchia che non lo reggevano.
Sii solo rilassato e guardali negli occhi, disse Rachel.
Pronek buss alla porta, una, due volte, sebbene in vista
ci fosse un campanello. Un branco di mazze da croquet
stava appoggiato alla palizzata e una famiglia di orsetti
lavatori in legno si era raccolta sulla veranda. Pronek
chiuse gli occhi perch quando chiudeva gli occhi c'era
sempre un secondo di speranza che fosse un sogno e che
riaprendoli tutto sarebbe scomparso. Quando la porta
si apr Pronek guard e vide una donna con gli occhiali
da sole, i capelli scuri raccolti e una camicia hawaiana
troppo grande per lei. Aveva il viso pallido, quasi da vampiro.
Buongiorno, disse Pronek. Io mi chiamo Joseph
e sono di Greenpeace. Ci farebbe piacere parlare un attimo
con lei.
La donna non disse nulla.
Questa  Rachel, anche lei di Greenpeace.
Era molto irritante non sapere dove la donna guardasse.
Forse era cieca.
Come sta?
Oh, divinamente bene, disse la donna. Che cosa
posso fare per voi?
Pronek avrebbe voluto guardare Rachel per cogliere un
suo segno di approvazione perch non sapeva come stava
andando, ma non os distogliere lo sguardo dalla donna,
quasi avesse potuto scomparire.
Vorremmo parlare con lei dell'ambint... dell'ambiente,
forse ci pu dare una mano.
Di dov'? chiese, e apr un po' di pi la porta.
Pronek vide la televisione, un paio di mani intente a costruire
qualcosa in silenzio.
Di Greenpeace.
No, di che paese?
Appeso sopra un caminetto a gas in cui tremolavano
fiammelle inconsistenti, c'era il ritratto di un indiano di
profilo con una penna lunghissima. L'arancio del tramonto
era il colore dominante.
Vengo dalla Bosnia.
La Bosnia  lontana, disse la donna articolando
male le parole. Ma mi piace il suo accento.
Grazie.
Allora, cosa posso fare per voi?
Noi ci piacerebbe parlarle.
Indicando Rachel la donna domand:  la sua ragazza?
No, non saprei. No.
Signora, siamo venuti qui a parlarle, disse Rachel.
E a chiederle un sostegno.
Il mio sostegno ce l'avete.
Un sostegno economico.
Eh, posso offrirvi da bere, o un massaggio, ma di
quattrini non se ne parla, sono una donna sola.
Grazie signora, scusi il disturbo.
Grazie. Scusi, fece eco Pronek.
Tornate pure quando volete, disse la donna uscendo
sulla veranda mentre Pronek e Rachel percorrevano il
vialetto. Quando volete.
Un giorno, disse Rachel, voglio portare la macchina
e fare delle foto a queste persone. Sono incredibili.
A me stanno simpatiche, disse Pronek.
Okay: un consiglio. Non farti attaccare un bottone.
Sai, c' un sacco di gente sola, tipo casalinghe, anziani,
pervertiti, ragazzini, disoccupati. Non hanno niente da fare
tutto il giorno.
 difficile. Parlo male inglese.
Stai tranquillo. Se parli inglese con un accento vuol
dire che sai almeno due lingue, il che  il doppio di gran
parte della gente in questo posto dimenticato da Dio. Le
persone a cui sei simpatico ti daranno dei soldi, gli altri no.
La pioggia che aveva ripreso a cadere cominci a riformare
le pozzanghere per strada, e le gocce ne frastagliavano la superficie.
Sai, disse Pronek meditabondo, penso che dovunque c' la casa, tu hai una pozzanghera dove vedi quando piove.
Che vuoi dire?
Voglio dire che quando non sai se sta piovendo guardi
fuori di finestra la tua pozzanghera per vedere la pioggia.
Ah, capito. Carino.
A Sarajevo ne avevo una, di fronte casa.
Mi piace, disse Rachel.
Buongiorno, disse Pronek, mi chiamo Jozef e sono di Greenpeace. A lei importa dei delfini?
L'anziano signore era seduto in veranda infagottato in una coperta a quadri, con i paraorecchi premuti contro le tempie e le manopole di lana poggiate tranquille in grembo.
No, disse. Non me ne potrebbe importare di meno. Aveva il viso chiazzato da macchie grigie di pelle morta.
Okay. Le importa delle foreste pluviali?
Naa.
Pronek not che accanto alla sedia, come un cagnetto di ferro, c'era una bombola d'ossigeno.
Le importa dell'aria pulita?
Lei di dov'?
Della Bosnia.
Della Bosnia? Ma c' il finimondo laggi.
Non pi. La guerra  finita.
Capisco. Allora perch  qui in America?
Pronek cerc Rachel gi in strada. La via era ingombra
di foglie marroni fradice incollate all'asfalto. Il vecchio si
sfil le moffole.
Perch qui  meglio.
Questo  certo. Il paese dei liberi. Patria degli audaci.
Comunque, signore, siamo venuti a parlarle...
Allora quali erano i motivi di 'sta guerra?
Non so. Ce n'erano molti.
Non erano religiosi? I musulmani contro i cristiani?
Non saprei. Non credo.
Lei  musulmano?
Pronek non voleva rispondere, odiava quella domanda.
No, ma ne conosco molti.
Io una volta ne ho ucciso uno. L'uomo si tolse i paraorecchi
e si schiacci un pollice tra gli occhi. Ma fu in un incidente d'auto.
Mi dispiace, disse Pronek.
Il vecchio picchi con le nocche sul muro dietro di s, facendo trasalire Pronek.
Lei ha mai ucciso un musulmano?
No. Non ho mai ucciso nessuno.
Ma ha combattuto?
No.
Io l'ho fatta la guerra. Ero un tiratore scelto. Quarantasei
missioni positive.
Ancora una volta buss sul muro finch non comparve
una ragazza con un asciugamano in testa a mo' di turbante
e degli impacchi a mezzaluna sotto gli occhi.
Che c'? disse inviperita attraverso la porta con la
zanzariera. Portava solo un reggiseno nero e delle mutandine,
e una rosa tatuata intorno all'ombelico.
Da' a questo giovanotto dieci dollari. Per i delfini.
Che delfini? ringhi guardando Pronek.
Chiudi il becco e prendi i soldi.
La ragazza torn in casa e Pronek fece un sorriso
stupido guardandosi attorno: un cespuglio di ginepro avvizzito
che si sorreggeva alla veranda; la catena di un cane
raggomitolata in un angolo; in mezzo al giardino un palo
con una bandiera fradicia smossa dal vento.
Con o senza delfini, un giorno o l'altro finiremo tutti all'inferno.
A Evanston, davanti a una giovane coppia seduta sul divano
mano nella mano, Pronek si present come Mirza, dalla
Bosnia. A una studentessa di liceo di La Grange con la
scritta de paw che le si allungava sul petto si present come
Sergei Katastrofenko, dall'Ucraina. Per un tale di Oak
Park con dei capelli radi che gli arrivavano fin sulle spalle
e la capoccia lucida di sudore, fu Jukka Smrdiprdiuskas, dall'Estonia.
Per un'anziana coppia di rumeni di Homewood
che non parlavano inglese e che rimasero seduti con le mani
delicatamente posate sulle ginocchia, fu John, da Liverpool.
A Forest Park, per uno stanco operaio edile che
aprendo la porta furente gli chiese Tu chi cazzo sei? fu
Nessuno. Davanti a un prete cattolico di Blue Island con
un'eczema e un fidanzato carino e con gli occhi azzurri, fu
Phillip del Lussemburgo. A un gruppo di biker cristiani
con la pancia come un otre che stavano facendo un barbecue
nel parcheggio di un supermercato Walgreen a Elk
Grove Village, si present come Joseph di Snitzlland (patria
dello snitzl). Per una donna di Hyde Park venuta ad
aprirgli con un sorriso meraviglioso che dicendo Pensavo
fosse qualcun altro si trasform in un'occhiata sospettosa, lui fu Qualcun Altro.
...
La citt segreta.
...
Pioggia nera come catrame luccicava sulla superficie
della highway, le automobili solcavano le pozzanghere in
una nuvola d'acqua. Oltrepassarono magazzini abbandonati
che brandivano cartelloni pubblicitari di telefilm divertenti
e radio di sola musica. Oltrepassarono lotti di terreno
desolati con mandrie di bulldozer, scavatori e gru appollaiate
di lato. Videro impenetrabili edifici commerciali,
messi sotto vetro, sui quali non appariva alcun riflesso.
Oltrepassarono case devo, nascoste dietro alte palizzate,
e centri commerciali con i neon che lampeggiavano fastidiosi
sotto un cielo attraversato da cavi infiniti. Videro
un'automobile solitaria sparire in una strada buia costeggiata
dagli alberi, poi i fari illuminarono come lampi l'immondizia
abbandonata dalla classe media: tagliaerba e racchette
e palloni e fantasmini di plastica e fogli solitari abbandonati
sugli scalini e altalene appese a un albero alto
che rabbrividivano sotto i colpi del vento. L'automobile
entr lenta nel garage, le braci dei freni arsero per un'ultima
volta poi si spensero sotto la notte cinerea.
Partirono da Chicago che era ancora buio. Il furgone si
ferm al casello di Skyway poi sal sulla rampa. Intorno
non si vedevano altre auto. I cartelloni pubblicitari del Casin
mostravano le slot machine pi generose, e la fortuna
che attendeva i viaggiatori in Indiana. Nessuno apr
bocca eccetto un accalorato speaker radiofonico che spiattell
una serie di stupidaggini sulle pornostar che soffrivano
di depressione. Quando giunsero in Indiana il cielo
era limpido e le ultime sparute stelle del mattino luccicavano appena.
Sapete, disse Pronek senza rivolgersi a nessuno in
particolare. Forse alcune di quelle stelle non esistono.
Rachel lo guard di traverso.
Sai, disse lei, stamattina  ancora un po' troppo
presto per i dubbi ontologici.
Scusa, disse Pronek.
Oltrepassarono le acciaierie che si profilavano in lontananza
contro la luce dell'alba. Avevano un che di sinistro
quelle forme squadrate, le ciminiere che sputavano
lingue di fuoco e pennacchi di fumo. Quando sentirono
il puzzo dell'acciaio liquido, Vince si mise a tossire. Nei
parcheggi delle acciaierie di tanto in tanto si vedeva un
solitario pickup, ricoperto di brina e in attesa del proprietario.
Per non parlare delle stelle che non si riescono pi a vedere e che non esistono, disse Rachel.
S, fece Pronek.
Come si fanno a vedere le stelle, bofonchi Dallas,
se non esistono.
Boh, disse Rachel. Chiedi al filosofo straniero nostro ospite.
Mandano la luce, poi muoiono, ma poi la luce arriva sulla terra.
Non ho mica capito, disse Dallas.
Prima che la luce raggiunga i recessi pi scuri del tuo
cervello, pu passare anche un miliardo di anni, cazzo, disse Rachel.
Vincent, continuando a guardare fuori, si mise a ridere.
Oltrepassarono enormi cisterne bianche accalcate lungo
la strada, con di fianco delle scalette tipo ferite.
Quand'ero piccola, disse Rachel, mia madre mi
diceva che quelle cisterne erano piene di aranciata e nelle
acciaierie producevano i biscotti.
Magari  vero, fece Pronek.
Non credo proprio, disse Dallas.
S, le madri dicono sempre robe del genere, disse
JFK. Quand'ero piccolo una volta sono caduto da un
pickup e sono dovuto restare in ospedale per un mese. E
mia madre mi disse che era successo perch non avevo detto abbastanza preghiere.
Ges, fece Rachel.
Esattamente.
Attraversarono un tratto alberato dove un intrico di
nebbia era ancora impigliato alle radici degli alberi. In una
gola una coppia di antilopi li osserv passare quiete.
Guarda! esclam Rachel, e quando Pronek si chin
sul finestrino di lei, le loro spalle si sfregarono. Pronek teneva
la mano sinistra appoggiata dietro il sedile di lei e
quasi le toccava il collo. Immagin di far scivolare le dita
in cima alla spina dorsale poi di scendere fra le scapole.
Prima di cadere da quel camioncino, disse JFK, ero un vero genio.
In Ohio faceva freddo. Il furgone si spinse contro il
vento, schiacciando i fiocchi di neve sul parabrezza. Mulinelli
di nevischio giocherellavano ai lati della strada. Il
profilo di una persona, seguito da quello di un cane, attraversarono
un tratto di prato, con una nube bianca che
gli vorticava intorno. Un treno argenteo si vide sfolgorare
in fondo all'orizzonte. Sul sedile posteriore di un'automobile
che li sorpass, un bambino dormiva pacifico con
la cintura agganciata. Poi un camion gigantesco li oscur
con la propria ombra e nel finestrino di Pronek, una lettera
dopo l'altra, apparve la parola traslochi.
Adesso vi racconto di Oak Ridge, disse JFK, tenendo
una mano sul volante e l'altra sulla zucca. Anche se
probabilmente sapete gi tutto.
Illuminaci, gentile condottiero, disse Rachel.
Prima per sentiamo questa canzone, disse Dallas.
Una voce piagnucolava Mom and dad have let me down..., Poi JFK spense la radio.
 un pezzo bellissimo.
Scusa, cowboy. JFK si schiar la voce. Oak Ridge
fu costruita durante la seconda guerra mondiale in completa
segretezza. Faceva parte del progetto Manhattan. Il
plutonio che hanno sganciato su Hiroshima e Nagasaki
proveniva da l. E veniva da l anche un bel po' del plutonio
che mettevano nelle testate nucleari dopo la fine della guerra.
Possiamo fermarci a pisciare? disse Dallas.
Adesso nessuno sa che cosa ci producono. Cos facciamo
un'azione, una piccola dimostrazione; come al solito,
pu succedere che qualcuno venga arrestato.
Io non posso farmi arrestare, disse Pronek.
Non possiamo fermarci a pisciare?
Non potresti stare un po' zitto? disse Vince con voce del tutto calma.
Si fermarono.
C'era un freddo immobile, di bocca uscivano nuvolette
di fumo. Pronek fumava marciando sul posto con la mano
sinistra in tasca. Un tale con in testa un borsalino dormiva
nel parcheggio dentro una Cadillac decrepita, il cappello
calato sugli occhi. Vince e JFK erano di fronte a un
distributore automatico, Rachel si abbracciava osservando
il cielo come in attesa che venisse gi qualcosa. Pronek
guard in su ma non c'era nient'altro che un grigiume sconfinato.
Mio nonno ci lavorava a Oak Ridge, disse Rachel.
Pronek scosse il capo dallo stupore per indurla a raccontare
qualcosa di pi. Si ficc la sigaretta in bocca e mise
in tasca anche l'altra mano.
Suo nonno, disse lei, era sopravvissuto ad Auschwitz.
Tutta la sua famiglia era morta, a parte uno zio che dopo
la prima guerra mondiale si era trasferito a Chicago. Il nonno
aveva poco pi di vent'anni ma sembrava molto pi
vecchio. Era venuto a Chicago dallo zio, e divideva la stanza
con i cugini adolescenti, due ragazzini cui importava
soltanto delle ragazze. Detestavano il nonno di Rachel perch
era magro, malvestito e puzzava di Europa, malattia
e morte, e aveva l'odore fetido del rifugiato. Quando entrava
in camera si tappavano il naso. Il nonno dormiva sul
divano, e qualche volta quando apriva gli occhi li vedeva
chini su di lui a ridacchiare. Dopo un mese per se n'era
andato: con un diploma in biologia aveva trovato lavoro
in uno stabilimento dove facevano il burro. Rachel lo immaginava,
disse, a camminare tra le vasche di burro con le
mani unte e il cuore pesante per il dolore.
Andiamo, disse JFK.
Lui non ci voleva lavorare in uno stabilimento di burro.
Allora aveva scritto una lettera all'universit di Chicago.
Col suo inglese zoppicante era riuscito a far capire
che era un biologo e che a Praga aveva lavorato con uno
scienziato di fama. Temendo che non lo avrebbero assunto,
non aveva neanche accennato al fatto di aver frequentato
l'accademia di Auschwitz.
Dov' Dallas, chiese JFK.
Sta urinando, disse Vince.
Al momento, disse Rachel, ha tra le mani la cosa
a cui tiene di pi.
Lo videro in fondo al parcheggio con l'erba secca e bruciata
dal gelo che gli arrivava fino alle ginocchia. Diede
una scrollata, tir su la cerniera e li raggiunse di corsa agitando
le mani come ali.
Perch non puoi usare i gabinetti come tutti gli altri?
brontol JFK.
Sono figlio di Madre Natura, disse Dallas.
Be', Zia Societ potrebbe arrestarti e picchiarti sul
culetto, disse Rachel.
Si misero in fila per salire sul furgone.
Io rifiuto la societ, disse Dallas, e rifiuto le sue
stupide regole.
Mettete la cintura, ordin JFK.
L'universit di Chicago gli aveva mandato una lettera
per offrirgli un posto in un laboratorio dove si studiavano
gli effetti delle radiazioni sugli esseri viventi. La persona
che gli proponeva il lavoro aveva rispedito al nonno anche
la sua prima lettera con in margine un po' di lezioni di
grammatica. Era all'universit di Chicago che poi aveva
conosciuto la nonna: lei era una studentessa di astronomia
ma part time faceva la segretaria al gruppo del nucleare.
Il nonno l'aveva invitata a uscire e l'aveva portata alla
sala da ballo Aragon, anche se lui non era capace di ballare
n lo swing n i ritmi jazz n qualunque altra cosa suonassero,
perch conosceva solo valzer e polche. Si erano
innamorati perdutamente. Il nonno viveva in un seminterrato
a Humboldt Park mentre la nonna stava con i genitori,
nella severa zona ebraica di Hyde Park, quindi andare
a ballare era l'unica cosa che potevano fare. Lui, ad
ogni modo, andava gi a Oak Ridge, dove esponevano
piante e topi a radiazioni, a plutonio, a isotopi o merde simili,
e stavano a vedere che cosa succedeva.
Gi, disse JFK. Laggi c' una comunit afro americana,
Scarboro si chiama, che viveva lungo il fiume oltre
il laboratorio e, figuratevi, avevano i bambini che facevano
il bagno nell'acqua radioattiva. Certe volte dallo
stabilimento facevano uscire anche i vapori, poi si mettevano
a guardare che cosa succedeva.
E che cosa succedeva?
Oh, la solita roba, bambini che nascevano senza spina
dorsale, cancri, tumori.
Merda! disse Dallas.
Orgoglioso di essere americano, fece Vince.
Siccome non voleva guidare, il nonno di Rachel ogni
tanto si faceva portare in Tennessee da un autista. Si metteva
sul sedile posteriore e cominciava a scrivere lettere alla
nonna, raccontandole del paesaggio e di tutti i suoi pensieri
d'amore. Poi, quando si fermavano da qualche parte,
lui imbucava le lettere e subito dopo ne cominciava una
nuova. Siccome ci volevano due o tre giorni ad arrivare fin
laggi, la nonna riceveva dieci, quindici lettere. Il nonno
macchiava le lettere di unto poi sotto ci scriveva unto del
Kentucky. Dentro la busta infilava anche dei fiori o delle
foglie pressate. Poi, dopo aver messo via abbastanza denaro
per comprare una macchina fotografica, faceva sviluppare
la pellicola ai ragazzi di Oak Ridge, e le mandava
le foto: avrebbe voluto essere con lei sempre, sempre.
Rachel aveva visto le lettere: l'inglese era pessimo; non
c'erano n articoli n tempi verbali, le frasi non stavano
in piedi, ma erano cos belle, disse, e colme di quell'amore
all'antica, quell'amore schmaltzy di una volta.
Oltrepassarono case minuscole in fondo all'orizzonte
con sopra delle nuvole e, appeso, un oscuro sipario di pioggia.
Oltrepassarono terreni arati e grappoli di edifici commerciali
con una pompa di benzina, un McDonald's e un
supermercato Subways. Il furgone si immergeva tra le colline
e risaliva le valli punteggiate da laghetti svaporati.
Pronek immagin di scrivere a Rachel per raccontarle di quelle
colline, di quanto gli ricordavano alcuni posti in Bosnia.
Il nonno faceva gli esperimenti e intanto pensava a lei.
A quell'epoca, non badavano molto alla radioattivit: di
fatto, fino al giorno in cui era morto con le ossa marce, anche
lui continuava a ripetere che la radioattivit non era
affatto pericolosa. Ad ogni modo, si metteva a mescolare
l'uranio in una pentola, come se stesse cucinando, senza
mascherina n guanti, e intanto pensava alla nonna, alle
sue gambe di alabastro e al tocco leggero delle sue mani, a
qualsiasi cosa, e se una goccia di uranio saltava fuori dalla
pentola e gli finiva su un labbro, semplicemente si dava
una pulita.
Rachel si pass un pollice sulle labbra, lentamente, poi
le lecc. Pronek la osservava incantato.
Da dove ti arrivano 'ste stronzate melense? chiese
Dallas.
Chiudi il becco, disse Vince.
Cadendo, la goccia di uranio gli aveva bruciato la pelle,
allora lui aveva scritto alla nonna che le sue labbra ardevano
dal desiderio di baciarla.
Attraversarono il Kentucky, lungo ponti altissimi tesi
tra colline increspate color rosso e ocra. Attraversarono
citt di sole case sprangate con assi e un unico negozio
dentro la stazione di servizio. Passarono accanto a cavalli alti
e asciutti che pascolavano tranquilli e sollevavano il muso
per guardare in lontananza, poi si mettevano a trottare
e a galoppare dentro recinti di steccato bianco. Pronek
li immagin saltare il recinto ma poi temette che, toccando
terra, potessero rompersi una zampa.
Io ho l'amico, disse Pronek, che va matto per i cavalli.
Il mio migliore amico a Sarajevo.
Ha un cavallo? chiese Rachel.
Io ce l'avevo un cavallo, disse Dallas. Mio nonno
in Texas...
Che carino, disse Rachel, ...peccato che nessuno
te l'ha chiesto.
No, non ce l'ha, disse Pronek. Ma sogna i cavalli
da sempre. Ti mostro la sua lettera che mi ha scritto. 
molto triste.
La lettera che mi ha scritto, disse Rachel.
S, disse Pronek.
Non la sua lettera che mi ha scritto.
Okay.
Ho notato, disse Dallas, che parli in modo un po'
strano.
Che cosa?
Ho notato che non sono affaracci tuoi! sibil Rachel.
Ma che cazzo ti prende? Dallas diede una manata
sul cruscotto e una nuvoletta di polvere si lev nella luce
collinare del Kentucky.
Non mi prende un cazzo di niente. Solo non ti sopporto.
Ehi ehi ehi, disse JFK.
Ti leggo la lettera, disse Pronek. Ce l'ho nella casa.
A casa, disse Dallas. A casa.
Dormirono tutti insieme nella stessa tenda, Pronek
schiacciato tra Dallas e Rachel, JFK e Vince in fondo.
Sentirono la notte gelata incollare la brina sulla tenda, mentre
la luna baluginava attraverso il tessuto delle pareti.
Pronek era sdraiato sulla schiena e, attraverso i sacchi a pelo,
percepiva il calore del corpo di Rachel. Ne sentiva il respiro
profondo e regolare. Respir il profumo dei suoi capelli,
il sudore, la fatica. Dallas russava, JFK si dimenava e
continuava a girarsi, Pronek si volt verso Rachel e al chiarore
lunare che filtrava ne osserv il viso. La fronte senza
rughe, la curva meravigliosa delle palpebre, le ciglia immobili.
Le labbra ferme, la bocca che non stava formando
alcuna parola. Il cappuccio del sacco a pelo le incorniciava
il viso, quasi sollevandolo affinch Pronek lo potesse vedere,
e una ciocca ribelle le si era fermata su una tempia.
Poi apr gli occhi.
Pronek rest pietrificato. Rachel lo guard dal profondo,
consapevole che lui la stava osservando. Batt le ciglia
tranquilla, per niente a disagio per lo sguardo di Pronek
che le accarezzava il viso. Spost la testa verso di lui, chiuse
gli occhi e gli piant un bacio sulle labbra. Pronek era
cos congelato dall'irrealt di quel momento che gli aveva
irrigidito i muscoli della schiena e del collo, che non riusc
a reagire finch non sent la lingua di lei che cercava di
aprirgli le labbra; allora la lasci entrare.
Se mi premi contro il tuo uccello ancora una volta,
disse JFK, finisci a dormire fuori. Che ne dici?
Di che cazzo parli? disse Dallas, poi si gir verso
Pronek. Pronek sent sulla schiena il calore del corpo di
Dallas ma Rachel gli stava accarezzando il viso, cos chiuse
gli occhi con le labbra che ardevano.
Prima della manifestazione avevano un paio di ore libere,
e JFK li moll all'American Museum of Science and
Energy. Rachel fece mettere Pronek sotto la bandiera americana,
poi si inginocchi ai suoi piedi e gli fece una foto
del viso, il mento in primo piano e, afflosciata sopra, la
bandiera. Quel mattino Pronek si era svegliato pensando
che forse aveva sognato tutto, e Rachel non gli diede alcuna
rassicurazione: era tutta presa a disseppellire lo spazzolino
dallo zaino. Aveva alzato lo sguardo verso di lui
senza un sorriso, con addosso una maglietta con la scritta
confusion is sex, cosa che Pronek non pot che trovare
infausta. Nel tragitto verso il museo, si era seduta davanti,
e Pronek era convinto che nonostante le vette amorose
che potevano aver toccato la notte precedente, bisbigliando
e baciandosi con dolcezza, quel mattino erano precipitati
in fondo, JFK oltrepass distese di centri commerciali
disperanti, parcheggi con sul ciglio, come fortini, i fastfood.
Costeggiarono un lago su cui nuotavano una coppia
di cigni con le teste piegate, ma Pronek non riusc a capire
se erano veri o di plastica. La possibilit che il mondo
non rispondesse mai ai suoi desideri lo torturava.
Il museo era zeppo di signore anziane in giacca a fiori,
con le rughe coperte di cipria e gli occhi dilatati dagli occhiali.
Una di loro diceva: Be', se vuoi ottenere una reazione
a catena devi avere della grafite, con una forte cadenza
del Sud, e Pronek temette che nel loro entusiasmo
generale potessero rivolgergli la parola: il suo accento sarebbe
sembrato ancora pi marcato e straniero. Si ancor
a Rachel e la segu come un'ombra, sperando per tutto il
tempo in un segnale che avrebbe reso vera la notte precedente.
Rachel attravers lentamente la sala La citt segreta,
con le mani nelle tasche posteriori.
C'era un profeta, diceva un pannello alla parete, che si
chiamava John Hendricks. Negli ultimi anni dell'Ottocento,
appoggiando l'orecchio a terra aveva sentito una
voce spaventosa che gli aveva detto di come quella terra
sarebbe stata invasa da stranieri alla ricerca della salvezza,
venuti per liberare l'anima delle stelle. Rachel aggrott la
fronte davanti a quel pannello e si diresse verso il manifesto
di una bellezza anni Quaranta dai capelli rossi che sporgeva
le labbra spesse e voluttuose. Sul manifesto c'era
scritto RICERCATA! PER OMICIDIO! ATTENTA, IL NEMICO TI
ascolta! Pronek per continuava a pensare al profeta e a
cosa gli fosse successo. Lo avevano impiccato? Lo avevano
cosparso di catrame e coperto di piume? Era diventato
il capo? Aveva immaginato che cosa gli sarebbe successo?
Rachel si era fermata di fronte a una fotografia in
bianco e nero di un terreno fangoso con al centro capanne
di negri. C'erano foto di una mandria di infermiere in
camice bianco; di donne che fumavano felici in una casa
prefabbricata; di guardiani in uniforme, tutti seri, che perquisivano
il sacco di Babbo Natale mentre lui teneva le
braccia alzate. Pronek voleva chiederle della notte prima
e continu a ripassare la domanda, ma non riusc a formularla.
Lo studio della domanda lo aveva confuso a tal
punto che se ne stava di fronte alle fotografie senza capire
niente. C'erano dei bambini che giocavano a biglie e un
tendone con scritto siete tutti felici? C'erano contatori
geiger e tubi di plastica in teche di vetro. C'erano un
gran numero di ufficiali dell'esercito accanto a un fusto di
uranio. Pronek sentiva l'odore di Rachel: l'odore autunnale
di foglie umide dei vestiti non cambiati e di sudore
sonnacchioso, quell'odore che gli era entrato nelle narici
la notte precedente e non se ne voleva andare. C'erano
due ragazze con le gambe giudiziosamente vicine, sedute
di fronte a un muraglione di container pieni di topi di laboratorio.
Nella sala Big Boy c'erano funghi nucleari che
crescevano d'un tratto nel deserto. Rachel si ferm davanti
alle fotografie dei funghi, spost lo sguardo e scosse
il capo. Pronek ebbe paura che le vecchiette del Sud la vedessero
e pensando che era un comportamento antipatriottico
la sgridassero, e proprio nel momento in cui lui
stava per chiedere della notte scorsa. La raggiunse e le si
par davanti. La notte scorsa... mormor. Lei, senza
levare le mani di tasca, si alz in punta di piedi e lo baci
sulla Y tra le sopracciglia, mentre le signore girellavano e
sterzavano intorno a loro schernendoli.
Pronek guard una coppia di attivisti di Greenpeace
incatenarsi alla cancellata del laboratorio, mentre altri si
sdraiavano per strada pronti alla resistenza passiva. Rachel
stava al centro del gruppo, con le braccia lungo i fianchi
e le palme contro l'asfalto. Lui, preoccupato, rimase
dall'altra parte della strada con il cartello vogliamo il futuro!
Vide gli uomini della sicurezza scavalcare la cancellata
e farsi strada con movimenti bruschi e stizziti, urlando
alle persone incatenate. Due guardie si misero a segare
le catene e gli altri cominciarono a tirar su le persone da
terra spiegando quali erano i loro diritti. A quel punto una
camionetta spunt da dietro a un angolo, come se fosse
stata l nascosta tutto il tempo. One two three four we
don't want no nukes no more! cantava Pronek in piedi
vicino a un piccoletto con basette larghe come braciole di
maiale e stivali pesanti. Di tanto in tanto il basettone correggeva
la canzoncina: One two three four we don't want
any nukes dimore!, e guardava Pronek di traverso come
se sospettasse che fosse un agente dell'FBI. Due guardie
con l'aria da duri tirarono su Rachel prendendola uno
per le caviglie (che Pronek immagin fragili e delicate) l'altro
per le ascelle (di cui Pronek conosceva l'odore), e lei si
infoss tra di loro, con il sedere che quasi toccava terra.
Pronek chiuse gli occhi e mormor tra s: Portatela a me,
quasi a voler mandare un messaggio telepatico. I due uomini
in uniforme per non lo ricevettero, e la caricarono
sulla camionetta. Pronek si vide in galera con Rachel e immagin
di fuggire con lei. Insieme avrebbero attraversato
l'America e sarebbero proseguiti per mare sul Pacifico.
Le fabbriche del South Side continuavano a sputar fuori
fuoco e fumo. Pronek vide lo skyline di Chicago profilarsi
all'orizzonte, i casermoni illuminati contro il cielo blu
scuro, di gelida bellezza.
Che bello, disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare,
giacch tutti, eccetto JFK, stavano dormendo. Vince
si era messo la borsa di Cip e Ciop sotto la testa e si era
appoggiato al finestrino. Dallas sbavava sul sedile anteriore
e Rachel aveva reclinato la testa sulla spalla di Pronek,
e con una mano gli toccava una coscia. L'aria tiepida
che le usciva dalle narici gli correva gi lungo il braccio e
i capelli gli facevano il solletico alla guancia. Aveva la
schiena rigida e dolorante ma non voleva muoversi.
Gi, bello, fece JFK.
Rachel dorm anche sulla metropolitana, con la tempia
sempre contro la spalla di Pronek, nonostante il chiasso
infernale e un gruppo di bambini che ci Tappavano sopra
raccontando la loro vita nelle case popolari. Due ragazze
si erano sedute di fronte a loro, coi capelli lunghi che arrivavano
a toccare il corrimano. Pronek vide quella di sinistra
chinarsi verso l'amica e sfiorandole piano un orecchio
dirle: Ti amo. Il treno riemerse in superficie e le
luci della citt luccicarono attraverso i finestrini sudici. Le
due ragazze scesero a Belmont tenendosi per mano.
Rachel scese a Lawrence, sonnacchiosa e semi incosciente.
Gli disse che si sarebbero visti l'indomani, e l'indomani
a Pronek parve cos lontano che gli venne da piangere.
La guard scendere le scale e sparire; mentre i neon
dell'Aragon gli arrossavano il viso Pronek si struggeva.
Quando apr la porta del suo monolocale ogni cosa era
al proprio posto: la tazza del caff con la scritta baciami,
sono irlandese che aveva comprato per un capriccio in
un negozio di cianfrusaglie era ancora sull'orlo del tavolo;
la cartina del mondo ancora appesa alla parete; l'orologio
a forma di zucca che qualcuno aveva dimenticato nella lavanderia
continuava a ticchettare; un paio di scarpe marroni
che si giravano da due parti diverse, disgustate; il piatto
lavato sullo scolapiatti chino sopra il lavandino come
per vedere il proprio riflesso: tutto era esattamente dove
l'aveva lasciato. La cosa straordinaria, pens, era che quando
non c'era lui, non c'era nessuno: se lui era altrove, lo
spazio che occupava restava vuoto. L'odore per era diverso:
sent un pungente odore di plastica che non riusc
assolutamente a riconoscere. Fece qualche passo, annusando,
camminando in punta di piedi e senza accendere la
luce, e si prepar all'attacco come un lupo che torna alla
tana violata, il corpo teso e all'erta, gli occhi che bruciavano
dalla fatica. Arriv a passi felpati fino in camera da
letto: la camicia distesa sul materasso faceva il morto.
Torn in cucina e tocc il fondo del lavandino vuoto (uno
scarafaggio scivol nello scarico), mentre i fari delle auto
illuminavano le pareti. Si inginocchi per annusare la moquette
al centro della stanza e sotto il termosifone ma non
riusc a capire da dove quell'odore venisse. Immagin che
qualcuno fosse entrato di soppiatto a casa sua e si fosse
messo a rovistare con impazienza e in malo modo nel piccolo
museo della sua vita: un minuscolo elicottero verde
che aveva rubato in una qualche veranda; un ranocchio di
latta con la molla; una cornice con la foto dei suoi che brindavano
ubriachi; una boccia di legno piena di biglie; un
pezzo di tavola di legno con piantati dei chiodi che pi o
meno ricordavano la forma dell'Orsa Maggiore. Immagin
che l'intruso si fosse provato i suoi vestiti, che si fosse abbottonato
le camicie fino in cima. Chiss che cosa aveva
pensato di lui, si chiese Pronek, della sua vita? Pass in bagno
dove il proprietario aveva appeso una nuova tenda per
la doccia, che aveva un pungente odore chimico ed emetteva
un bagliore nel buio.
Morte a Venezia.
Pronek si svegli con una vaga, cascante erezione, e la
pruriginosa sensazione che la sua vita stesse accadendo a
qualcun altro. Si sedette a tavola a bere il caff nella tazza
irlandese, e guard la gente in attesa alla stazione della
metropolitana: una donna seduta su una panca a leggere
un libro; un ragazzino che torceva la testa seguendo un
ritmo oscuro; un uomo con un cappello di paglia e una faccia
olivastra che pendeva in avanti, quasi il mattino fosse
un sacco di cemento; una ragazzina con una palma di capelli
sulla testa e, sul petto, catenine d'oro concentriche.
Stavano tutti a una certa distanza, gli uni dagli altri, senza
guardarsi. Il sole sfolgorava sui binari. Quel momento,
pens Pronek, non sarebbe stato ricordato da nessun altro,
a parte lui, e un giorno sarebbe svanito anche dalla sua
memoria.
William era in piedi davanti alla porta di Pronek, con
addosso soltanto un paio di boxer con degli orsetti che ballavano,
un grosso testone e un viso corazzato dall'acne. Il
suo apparecchio era muto, diceva, e aveva bisogno di fare
una telefonata per rispondere a un annuncio per single.
William, che era di Portland, era venuto a Chicago per
sfondare nell'ambiente della commedia improvvisata, anche
se al momento consegnava pizze e lavorava in una ditta
di traslochi. Ogni volta che Pronek lo vedeva, aveva le
mani ferite. Dopo le due chiacchiere generiche scambiate
sull'ascensore, dalle risposte secche di Pronek William
aveva capito che era straniero, cos gli aveva bussato per
fare un po' l'orecchio al suo accento e poterlo poi utilizzare
in teatro. Fatte le solite domande (quando e da dove
era arrivato negli Stati Uniti?), aveva provato a imitarlo,
improvvisando una situazione in cui era un tassista straniero.
Pronek era rimasto ad assistere alla sua rappresentazione
triste e poco divertente, completa di smorfie idiote
e un accento che a lui pareva irlandese. Pi William continuava
a ridere alle proprie mediocri battute, pi lui si
sentiva il petto gonfio di paura e tristezza.
Pronek lo fece entrare, e mentre William chiamava il
servizio appuntamenti, aspett in piedi appoggiato al
bancone della cucina. Vide lo scarafaggio che emergeva dallo
scarico poi correva guardingo verso il fornello, ma non fece un passo.
Pronto. Mi chiamo William. Ehmmm, mi piace Pulp
Fiction, la cucina orientale e David Sedaris.
Infil la testa nel bagno, tirando del tutto il filo del telefono
e scostando lentamente l'apparecchio dal tavolo.
La cosa che mi piacerebbe fare pi di tutto  massaggiarti
i piedi vicino al camino, bevendo una birra estera.
Ti canterei la mia canzone preferita, che sarebbe, mhmm,
Yesterday. E fa cos... Yesterday, all my troubles seemed
so far away...
William cantava con voce debole e piatta, e il tono rauco
di un baritono tubercolotico. Suoni orribili rimbombavano
dentro il bagno e Pronek immagin la persona dall'altra
parte del filo costretta a sorbirsi quel triste colloquio.
Ricord di quando cantava quel pezzo anche lui e
d'un tratto se ne vergogn retroattivamente: ripens a
quando strimpellava la chitarra cercando di trasmettere le
profonde emozioni della canzone e rabbrivid d'orrore per
la stupidit, di quando, ai tempi in cui era qualcun altro,
pensava che Yesterday fosse tutto meno che una canzonetta cretina.
Suddenly, I'm not half the man I used to be, there's
a shadow hanging over me... cantava William, tirando su
l'orlo dei boxer per darsi una grattata alla coscia, e scoprendo
cos un foruncolo che stava chiaramente diventando
una pustola. Il telefono scivol gi dal tavolo e si schiant sul pavimento.
Rachel passava porta a porta dall'altra parte della strada.
La vedeva salire sulla veranda e suonare il campanello,
poi dare un'occhiata alla buca delle lettere piena di riviste
e ai prati con le papere di legno e i ranocchi di marmo e
gli angeli e gli innaffiatori di plastica e i ragni di alluminio
con le lunghe zampe verdi. Parlando con la gente che
veniva ad aprire, vide che spostava la testa a destra e a sinistra.
Ogni tanto, passando da una casa all'altra, gli faceva
ciao con la mano e gli sorrideva, con la luce filtrata dalle
foglie ingiallite che le stemperava il pallore del viso.
Pronek era in piedi di fronte a una porta chiusa, cercando
di procrastinare il momento di suonare, e quando
schiacci il campanello preg gli di dell'impiego che in
casa non ci fosse nessuno. Cerc di parlare dei delfini ma
chi gli veniva ad aprire lo guardava con disprezzo e senza
il minimo interesse. Via via che gli sbattevano la porta in
faccia, la rabbia gli si accumulava sullo stomaco. Diede un
calcio a un secchio di plastica verde che and a finire contro i paletti della staccionata.
Entri, disse la donna. La stavo aspettando.
Era piccola e gracile, e portava una sciarpina minuscola
intorno al collo. Pronek entr con una certa riluttanza
frantumando sotto le suole particelle di qualcosa. La porta
a zanzariera gli diede un colpo sulla schiena, come per spingerlo dentro.
Ha fame? gli chiese. La casa sapeva dell'odore umido
degli spaghetti di soia. Su uno scaffale un grasso Buddha
sorrideva seduto accanto a un istrice di bastoncini d'incenso.
Pronek per un istante si osserv nello specchio sopra il camino.
No, grazie, disse.
Ma ti ho fatto la zuppa di won ton che ti piace, disse, e anche il pollo fritto.
La zuppa di won ton e il pollo fritto erano i suoi piatti preferiti.
Grazie, disse lui con lo stomaco d'un tratto vuoto.
Forse arrivano anche Johnny e Grace, disse lei. Probabilmente ho bisogno che tu mi vada a prendere dei germogli.
Lasciatemi dire che se Pronek fosse stato un edificio
con un ascensore che andava su e gi tra il cervello e lo
stomaco, in quel preciso istante l'ascensore sarebbe sceso
di un centinaio di piani, orribilmente trascinato dalla
gravit, e si sarebbe schiantato a terra riducendo chiunque
ci fosse stato dentro a un mucchio dolorante e spappolato.
Potevi anche chiamare per dire che eri in ritardo,
disse la donna, dopodich si mise le mani sui fianchi e scosse la testa come per sgridarlo.
Io non sono, disse Pronek, con la gola irrigidita, la persona che credi.
Oh, io ti conosco meglio di chiunque, disse la donna,
indicandolo con la mano e aggrottando la fronte bonariamente.
Una giungla di piante lussureggianti era schierata sui
davanzali. Appeso al muro vide un calendario con la foto
di una strada a Saigon, delle scritte incomprensibili, e nei
riquadri di alcune date dei sorrisi disegnati. La donna aveva
la pelle scura e un viso largo, incorniciato da una massa
di capelli neri. Forse era vietnamita, pens Pronek, ma io chi sono?
Sono di Greenpeace, disse alla donna mostrandole
come prova la cartellina e il dpliant con il pianeta verde
e blu. L'anno del calendario, si rese conto, era il 1975.
Lei rise di cuore battendo le mani e applaudendo la sua esibizione.
Mi fai sempre divertire cos tanto, disse toccandosi
lo stomaco, come se le facesse male per il troppo ridere.
Signora, prov Pronek, senza riuscire a proseguire,
visto che non ricordava com'era finito l n com'era
diventato quel che era. Si sedette nell'abbraccio di una
poltrona di fronte a un televisore spento. Alla sua portata,
ben allineate l accanto, c'erano un paio di soffici pantofole
blu da uomo. Chiuse gli occhi, nella speranza che,
riaprendoli, la donna sarebbe scomparsa. Ma era ancora
l. Che cosa sarebbe successo, pens Pronek, se si fosse tolto
le scarpe e avesse infilato i piedi gonfi per il gran
camminare in quelle pantofole? Se avesse assaggiato la zuppa
di won ton? Che male avrebbe fatto? Si vide arrancare
fino in cucina con le pantofole ai piedi e sedersi al tavolo a mangiare la zuppa, mentre la donna gli massaggiava
teneramente le spalle. Perch non poteva essere pi di
una sola persona? Perch era bloccato nel bel mezzo di se stesso, stanco e affamato?
Signora, sussurr esitando, con le parole che pencolavano
sull'orlo del silenzio. Mi dispiace molto, ma lei non mi conosce.
Non dartene troppa pena, disse lei con dolcezza,
avvicinandosi ancora. La zuppa si raffredda.
Rachel apri la porta e un grosso gatto cerc di infilarsi
nella fessura ma lei lo spinse indietro con il piede.
Questo  il gatto, fece lei.
Come si chiama? chiese Pronek.
Io lo chiamo Gatto. E di Maxwell. Lui lo chiama Zora.
E chi sarebbe Maxwell?
Il mio coinquilino.
Ah.
Rachel accese la luce e chiuse la porta alle sue spalle.
Gatto annus le scarpe di Pronek, poi lo guard. Zora,
disse. Nella mia lingua significa mattino presto.
Le pareti erano turchesi con una spessa striscia rossa,
circa a met, che passava di muro in muro. Gatto salt sul
divano e strisci sotto un cuscino.
Be', mattiniero non  di certo. Maxwell l'ha viziato incredibilmente.
 il tuo ragazzo?
Maxwell  molto carino, disse lei. Ma purtroppo  gay.
Ah.
Poi Rachel abbass le luci. Pronek cadde sul divano e
sent la stanchezza che gli piombava sull'inguine e sulle gambe.
Maxwell fa il musicista. Suona la tromba. Ha una
band di jazz con Aaron, il suo ragazzo. Pensa di essere il Miles dell'hip hop.
E chi sarebbe il Miles dell'hip hop?
Sai Miles Davis, be', la versione hip hop.
Ah.
C'era una foto in bianco e nero di un uomo dinoccolato
che attraversava una strada, con un piede sospeso prima
di toccare terra, come se stesse per calpestare un ragno.
Rachel si sedette accanto a Pronek e appoggiandogli una mano sulla gamba disse:
Vuoi qualcosa? Vuoi bere?
Aveva le sopracciglia che convergevano l'una verso l'altra,
e una garza leggera riluceva sulla piccola discesa convessa
sotto il naso. I bulbi oculari erano lucidi: immagin
di sfiorarli con la punta della lingua e pens: Blago.
No.
Be', io s. Un uomo potr pur bersi un goccio di whiskey dopo una dura giornata di lavoro.
Okay, dammi un whiskey.
Fu mentre Rachel era in cucina, bicchieri che sbatacchiavano,
acqua che scorreva, rumori imprecisati che scemavano
che immagin di immaginarsi in quella stanza,
in penombra, in attesa di una donna che di lui sapeva solo quel che lui le aveva detto con quel suo inglese zoppicante
e quell'accento che deformava ogni frase. Cap chiaramente
che chi pensava di essere e chi lei pensava che lui
fosse, erano due persone completamente differenti. Si immagin
sdoppiato, lui e l'altro seduti vicini su quel cazzo
di divano. D'un tratto Gatto salt oltre il tavolo e and a
raggomitolarsi sulla poltrona, osservando prima Pronek,
poi il suo gemello e viceversa. Rachel comparve dal buio
del corridoio scuro con i bicchieri in mano e disse: Andiamo
in camera mia, al che Pronek si alz lentamente,
puntando i pugni sul divano per sostenersi.
Io aspetto un attimo poi faccio uno scatto in avanti, per
spaventare Gatto. Lo seguo fino in camera di Rachel ed
entro prima che chiudano la porta.
Si mettono a sedere sul letto, Rachel con la luce del comodino
alle spalle, e Pronek che mi d la schiena, mentre
io senza far rumore mi siedo alla scrivania in un angolo
buio e inspiro dalla bocca ed espiro dal naso, piano piano, senza far rumore.
Bevono il whiskey in un silenzio voglioso, probabilmente
guardandosi negli occhi. Rachel lo bacia sulla bocca poi si
ritrae aspettando che sia lui a fare la prossima mossa. Pronek
trangugia il whiskey poi si china verso di lei, e le agguanta
la testa tirandola verso di s. Nell'altra mano il bicchiere
si appoggia lentamente sul ginocchio sino a quando
il whiskey annacquato inizia a colare sul pavimento.
Lentamente si sdraiano sul letto con i piedi ancora per
terra. Oh, li ho gi visti un bel po' di volte, i preliminari.
Conosco lo stupore, i dubbi, mentre lui le pela via i vestiti
uno strato dopo l'altro, e lei gli sbottona la camicia.
Do un'occhiata alle cose che ha sulla scrivania: un messaggio
di un certo Daren; un cd di Ciccione Youth; una
domanda per un posto da insegnante di inglese per stranieri.
Ci sono dei provini fotografici di un palo della luce
fracassato a met, come una matita; di una cornice vuota;
di un'anonima veranda di periferia; di Pronek che guarda
da dentro la foto con una bandiera americana floscia
sopra la testa. C' un grosso fascio di carte con degli appunti
scribacchiati in una calligrafia piegata come frumento nel vento. Leggo:
Inghiottirono i cheeseburger come pillole. Tuttavia erano tristi.
La mia violenza  un sogno.
Rachel si toglie le scarpe, ha qualche problema a slacciarle, ridacchia.
Jozef a casa aveva una ban che suonava blues. E un bravo
ragazzo ma dalla creatura che ha dentro di s emergono bolle.
L'autunno arriv il 28 agosto, intorno a mezzogiorno.
D'un tratto la luce si fece morbida, i raggi del sole ti accarezzavano
ma a capo chino, strusciandoti i fianchi con le guance,
come un gatto che fa le fusa.
Rachel ha sbottonato la camicia di Pronek, ha le gambe
nude, le vedo l'inguine, le mutandine. Pronek ha abbassato
lo sguardo per osservare le mani di lei che gli fa
scivolare la camicia dietro la schiena e gli solleva la canottiera,
ridendo e scuotendo il capo. Avevo freddo, dice
Pronek. Gli bacia il torace e gli solletica il capezzolo sinistro con la lingua. Pronek annaspa.
Occhi di cane incrostati di lacrime di cane.
Pronek armeggia per slacciarle il reggiseno mentre lei
gli rastrella i capelli con la mano. Sono sporchi, dice
Pronek. Non ancora, fa lei ridendo di nuovo, e mettendosi
gi solo dopo che Pronek ha risolto la questione
reggiseno e i suoi seni sono schizzati fuori.
Sento gli scoiattoli che schiamazzano, fuori. Come faccio
a sapere che non parlano con me giacch non ne conosco il linguaggio?
Piano piano e con cautela, Pronek le abbassa le mutandine
fino alle cosce, alle ginocchia, poi Rachel si dimena
i piedi per liberarli dalla biancheria. Adesso  nuda, ha
un bel corpo, la luce le saetta sulla pelle. Mettiamo un preservativo, dice lei.
Al supermercato tutto ha un nome non negoziabile. L'amore ci divider.
Pronek cerca di strappare l'involucro del preservativo.
Sembra un cucciolo eccitato, ha la schiena arcuata, la colonna
vertebrale dentellata come una sega. Li odio questi
cosi, dice, cercando ancora una volta di strappare la
plastica coi denti. Rachel ridacchia: Se cominciamo a frequentarci
seriamente puoi prendere quelli lavabili che non
si tolgono mai. Pronek sogghigna col preservativo ancora
inespugnato. Dai, da' qua, dice Rachel, poi in un secondo
gli offre il preservativo sul palmo. Te lo metto io.
Oh, cos' quel suono che solletica l'orecchio
Gi nella valle, e rimbomba rimbomba?
Solo i soldati scarlatti, mio caro,
I soldati che arrivano.
Posso spegnere luce? dice Pronek.
La luce.
Cosa?
Posso spegnere la luce?
Spegnere la luce.
Rachel spegne.
Io me ne sto seduto al buio, col solo miraggio dei fari
che di tanto in tanto appaiono sulle pareti e d'un tratto
spariscono. Ascolto i mugugni e i sospiri, corpi che si girano,
combattono, si dimenano; carne che collide contro
carne, un ansimo, una parola: s, blago, no, piano. A sentire
quei corpi che si accapigliano nel buio non riesco a
contenere un'erezione. Devo controllare il respiro per farlo
coincidere con il rumore della loro passione, le mani del
desiderio che mi prendono alla gola, i lombi in fiamme.
Faccio un movimento che fa cigolare la sedia.
Cos'? dice Pronek.
Niente.  tutto a posto. Vieni qui.
Ho sentito qualcosa.
Non  niente. Scopiamo.
Lei fa come un guaito sommesso che poi diventa un ruggito
intermittente, mentre Pronek emette un suono sibilante,
a denti stretti, quasi che qualcuno lo prenda a pugni
sul petto. Poi, con mio grande sollievo, finisce tutto:
vengono insieme, come un duetto.
Silenzio.
Ti  piaciuto? dice Pronek.
Zitto.
La stanza sa di sudore e vestiti. Percepisco il corpo rilassato
di Pronek e la tensione che piano rimonta.
Flette le dita, come per schiacciare un oggetto immaginario,
e implora: Posso fumare?
Non qui. Sul balcone.
Poi si sente appena bussare alla porta e qualcuno irrompe
in camera. Tentando di uscire dal letto, Pronek vacilla,
cade sul pavimento e resta a terra.
Rachel, disse l'uomo.
Santiddio, Maxwell. Non sono sola. Che diavolo ti
prende?
Merda, disse Maxwell e usc dalla stanza chiudendo
la porta.
Scusa, disse dietro la porta chiusa. Rachel, mi serve
un preservativo. Li ho finiti.
Oh Dio, disse Rachel alzandosi dal letto.
Pronek rimase sul pavimento a faccia in gi, col cuore
che gli batteva cos forte che immagin volesse aprirsi un
varco con le sue piccole zampette.
Rachel non voleva che si tenessero per mano: non era
mica una bambina, disse. Passeggiarono un po' ovunque
per Uptown: osservarono le vecchie case di Beacon, immaginando
vecchiette pazze che davano asilo a centinaia
di gatti; sgusciarono nella Uptown National Bank
dove ammirarono i banconi di marmo e gli alti soffitti
a volta, fantasticando di fare un colpo come Bonnie e
Clyde; vagarono nel parco, girellando nei pressi di un
accampamento di senzatetto, con Rachel che faceva le
foto; passarono davanti a signore russe tondeggianti come
zucche che barbugliavano dolci consonanti. Poi andarono
alla baia di Montrose, a vedere le onde frangersi
sul molo. A Rachel piaceva fotografargli la nuca: Pronek
di fronte al lago, con le onde che si increspavano e
qualche nube sparsa, sospesa sul filo dell'orizzonte, che
si spostava verso i grattacieli. La macchina fotografica
di Rachel continuava a scattare, alle spalle di Pronek,
come un orologio col singhiozzo. Al tramonto guardarono
il profilo della citt che sfavillava nella nebbiolina
umida e restarono ipnotizzati dal serpente di lucine che
scivolava lungo Lake Shore Drive, automobili sulla via
di casa.
Ti amo.
Non dirlo.
Ma io ti amo. Non ho mai sentito un amore cos.
Non dirlo.
Perch?
Non rovinarlo.
Rovinare cosa?
Questo.
Questo cosa?
Stringimi e baciami.
Si baciano.
Che cos'?
Cosa?
Quel rumore.
Che rumore?
Il rumore come di qualcuno che  scavando.
Qualcuno che sta scavando.
Chi sta scavando?
Qualcuno che sta scavando. Non  scavando.
Che differenza c'?
Be', uno  giusto, l'altro  sbagliato.
Okay. Chi sta scavando?
Pi che altro sembra che qualcosa gratta e si muove. Forse  un topo.
Posso fumare?
Qui no.
Il pavimento era gelido e Pronek si pent di essere a
piedi nudi: non poteva permettersi di ammalarsi. Si vide
da solo, a letto, a sudare e a starnutire, con la testa che
pulsava, in attesa che Rachel tornasse a casa dal lavoro.
Il pensiero di stare lontano da lei era diventato insopportabile.
Arranc fino in cucina camminando sulle punte
come un'elefantiaca ballerina per non prendere troppo
freddo ai piedi. Maxwell, nudo, stava lavando una montagna
di bicchieri, con le treccioline che gli ricadevano
sulle spalle.
Buongiorno, Maxwell, disse Pronek, anche se non
era sicuro che l'avesse sentito.
Ehi, buongiorno, disse Maxwell lanciando uno sguardo
verso Pronek ma senza voltarsi. Avrebbe voluto bere
del succo d'arancia ma poich Maxwell, nudo come un
verme, stava lavando tutti i bicchieri, si sedette al tavolo
di cucina cercando di non guardarlo. Aveva le spalle larghe,
le scapole che parevano lamine di un'armatura; i bicipiti
gonfi e torniti che si incurvavano verso il gomito con
la luce mattutina che ne assorbiva il colorito bruno; la spina
dorsale declinava lungo il lieve avvallamento sopra le
mezzelune del sedere. Poi si gir verso Pronek.
Non l'avevi mai visto il corpo di un nero, vero?
Pronek era terrorizzato: non voleva assolutamente che Maxwell pensasse che era gay.
No.
Bello, no?
Pronek sent l'impulso di correre via dalla cucina per
mettersi in salvo in camera da letto, ma era paralizzato.
Maxwell aveva un corpo spettacoloso. L'unico movimento
che gli riusc di fare fu un leggero spostamento verso
la zona franca del muro bianco che gli stava di fronte. La
seggiola scricchiol, sottolineando il minaccioso silenzio.
Maxwell aveva il piercing ai capezzoli, e i due anellini sembravano
le maniglie di una porta. Guardando Pronek dritto negli occhi gli disse:
Ti piacerebbe toccarmelo?
Poi fece per avvicinarsi, ma Pronek si appoggi allo
schienale della sedia e si guard attorno fingendo di non
aver sentito nulla, del tutto indifferente. Maxwell aveva delle
cosce magre, con peli arricciolati sopra i muscoli.
In quel momento entr Aaron, anche lui nudo, col pene
lungo e grosso che penzolava, la pelle rosea. Pronek distolse
lo sguardo, verso il caro muro bianco.
Be', che succede qui? chiese Aaron. Maxwell sollev
le mani, si gir verso Pronek e alz le spalle.
Stai cercando di sedurre il mio ragazzo?
Pronek si lecc le labbra poi individu sul frigorifero
un magnete a forma di fragola e ci incoll lo sguardo. No, uggiol.
Voi stranieri pensate di poter venire qui a fregarci gli
uomini, disse Aaron. Per lo capisco... bello com'.
Pronek batt le palpebre rapidamente, come se anche
chiudendo semplicemente gli occhi potesse rispondere
per le rime. Tutto quel che per riusc a dire fu: Mi dispiace.
Maxwell si chin in avanti scoppiando a ridere. Aaron
tir indietro la testa e fece una risata che sembr un colpo
di tosse. Si diedero un cinque, poi si abbracciarono e
si baciarono premendo forte le labbra: sembrava un balletto
ben studiato. Pronek si sforz di ridere, sempre determinato
per a fissare la fragola magnetica, la schiena
rigida e dolorante. Avrebbe voluto incrociare le gambe,
ma temeva di attirare l'attenzione, potevano pensare
che avesse un'erezione, al che lo assal il pensiero che
un'erezione gli potesse venire davvero. Sent Rachel uscire
dal bagno, poi la vide entrare in cucina con addosso
una vestaglia di seta, i capelli bagnati e il viso bello e luminoso.
Ges, disse, ma dove cazzo siamo, in spiaggia?
Vi manca solo la rete da pallavolo.
Non capirai mai la solidariet maschile.
Aaron sottrasse un seme di melagrana dalla tazza di cereali
di Maxwell. Pronek, anche se moriva di fame, disse
che non aveva voglia, non voleva che lo guardassero mangiare.
Anche Jozef aveva una band, disse Rachel. Vero, Jozef?
Davvero? disse Aaron. Che tipo?
Blues, disse Pronek.
Un gruppo blues? Maxwell scosse il capo. Ehi, un
momento, vieni mica da una famiglia di schiavi?
No, disse Pronek, ma la musica bosniaca  simile il blues.
La musica bosniaca  simile al blues, disse Rachel.
Oh, lascialo in pace, disse Aaron.  cos carino come parla.
Quindi, avevi anche un nome blues. Tipo Blind Joseph Jefferson, roba del genere.
Be', disse Pronek con un sospiro, era Blind Jozef Pronek. Sono io Jozef Pronek.
Aaron e Maxwell si diedero un cinque ridendo sguaiatamente.
Anche Pronek cerc di ridere, ma aveva la gola
prosciugata e Rachel non rideva. Gli pareva di essere rimasto
bloccato in quella cucina da una vita.
Oh Dio, disse Aaron, asciugandosi gli occhi. Maxwell
esamin la faccia di Pronek, poi quella di Rachel: Blind
Joseph Jefferson e Evol, love al contrario. Mi fate morire.
Aaron tamburellava le dita sul volante e Maxwell si dava
manate sulle cosce seguendo il ritmo della musica.
Lo sai cos', Jefferson? chiese Maxwell.
No, disse Pronek.
 Bitches Brew, del grande Miles, disse Aaron. A
Jozef parve musica un po' isterica ma non disse nulla.
Piantala di chiamarlo Jefferson, disse Rachel.
Ehi, Blind Joseph Jefferson, il cantante blues ceco,
mica scherzi, disse Aaron ridendo.
Ero anche nella band che suonava i pezzi dei Beatles.
Amico, ma quanti anni hai, sessantasette?
Attraversarono un labirinto di stradine periferiche
tutte curve: bigi giardini cosparsi di fantasmini e zucche
e lapidi di plastica. Il cielo era grigio e la pioggerellina
sfavillava sotto i lampioni. Passando, si vedevano le
luci accese sulle verande e i salotti vuoti che sfarfallavano
al riflesso della TV, con un'ombra che scivolava accanto alla finestra.
Mentre parliamo ci sono centinaia di serial killer che
crescono in quei seminterrati, disse Maxwell.
Tu ci sei nato in periferia, disse Rachel.
 solo che non l'hanno ancora preso, disse Aaron.
Ehi, era ben diverso. Nella mia, di famiglia, ci volevamo bene.
Ma certo. Diversamente da tutti gli altri, avevate un
bel prato verde e il garage, disse Aaron, dopodich alz il volume della musica.
Appeso al buio, sulla veranda, c'era un solitario scheletro
di plastica. Pronek ebbe la visione di un cadavere impiccato,
con la carne ormai decomposta che cadeva a grossi
pezzi per terra, e lui che veniva a raccogliere fondi alla porta.
Da questa casa sono passato a chiedere soldi, disse,
senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Non sei stato tu, disse Rachel.
Quando la porta si apr furono investiti da una cascata
di luce. In mezzo, come un'apparizione, c'era una signora
dai capelli corti, i fianchi larghi e le spalle strette. La
palla di acciaio che Pronek aveva sullo stomaco riprese a
macinargli le budella.
Ciao mamma, disse Rachel, e la baci su una guancia.
Ciao Rebecca, dissero all'unisono Aaron e Maxwell.
Buonasera, disse Pronek.
Lui  Blind Joseph Jefferson, disse Aaron.
Si, cara, disse Maxwell. Tutte le sere si spoglia
insieme a tua figlia e fa delle cose cattive cattive. Cattive
davvero.
La mamma di Rachel, rigida sui fianchi, guard la faccia
impietrita di Pronek, e lui vide che le si tendevano i
muscoli del collo.
 vero?
Pronek deglut e lanci un'occhiata a Rachel, la quale
guardava Maxwell scuotendo la testa.
S, disse Pronek, ma...
Oh, piantatela, disse Rachel.
Sto scherzando, disse la mamma di Rachel. Entrate.
Ci sono stata una volta a Sarajevo, disse Rebecca.
Un sacco di tempo fa, negli anni Sessanta. Stavo andando
a Dubrovnik.
Dubrovnik  molto bella, disse Pronek, sebbene
ci fosse stato una volta soltanto, e solo per mezza giornata.
Mi era piaciuta molto la zona antica di Sarajevo, con
i negozietti turchi e le moschee. La gente era molto carina.
Anche lui  carino, disse Rachel. Troppo carino.
Ma avevano, come delle tendine sul viso? chiese Aaron.
Oh no, disse Pronek. Era moltissimo tempo fa.
A Sarajevo conobbi un uomo bosniaco che mi port
in uno di quei bar a bere un caff forte, Dio se era forte, in
una tazzina minuscola, mentre alla radio trasmettevano una
musica tristissima. E mi disse, un inglese perfetto, mi
disse di godermi la vita perch  breve.
Voleva solo entrare nelle tue mutandine, disse Aaron.
Ges, disse Rachel.
Be', c' riuscito, disse Rebecca gettando la testa all'indietro
e liberando un'alata risata che spicc il volo verso
il soffitto.
E che musica era? chiese Maxwell.
Non saprei. Rebecca si strinse nelle spalle e indic
Pronek. Chiedi al nativo. Io mi ricordo solo che era tristissima.
Probabilmente era la sevdalinka. Es triste, s, ma di
una tristezza che poi fa sentire liberi.  come un blues
bosniaco.
Tu ne conosci di quelle canzoni? chiese Maxwell.
S.,
Allora canta.
No.
Perch non ci canti una canzone? chiese Rebecca.
No, grazie, Pronek aveva le mani sudate.
Se ne canti una, disse Aaron, Rebecca ti lascia spogliare
con sua figlia per fare quelle cose cattive.
Cattivissime, cazzo, disse Maxwell.
Per favore, disse Rachel, che arross e sorrise.
Pronek si schiar la voce.
Snijeg pade na behar na voce;
Snijeg pade na behar na voce;
Neka Ijubi ko kod koga hoce;
Neka Ijubi ko god koga hoce...
Ako nece nek' se ne namece
Ako nece nek' se ne namece
Od nameta nema selameta
Od nameta nema selameta...
Fin di cantare con un sussurro dolce, chiudendo la
bocca solo dopo che l'ultimo respiro ebbe lasciato i suoi
polmoni.
Ma che bella, disse Rebecca battendo le mani.
Che bella canzone, disse Maxwell, di cosa parla?
Non saprei come tradurla, disse Pronek.
Provaci, disse Rachel. Dai.
La neve cade su fiori a primavera e su frutti,  un momento
strano.
Strano davvero, disse Aaron.
E un cane vuole diventare il lupo. Va in foresta ed 
libero ma degli uomini vogliono ucciderlo.
Perch? chiese Rebecca.
Non lo so, disse Pronek. Perch hanno i fucili. E
poi dopo dice cos: Se il cane  fortunato quanto lui  infelice,
torner a casa e sar libero.
Mi ricorda un proverbio cinese, disse Rebecca, che
dice:  meglio essere ricchi e felici per un centinaio d'anni
che poveri e tristi per un giorno.
Quando Rebecca lo baci sulla guancia Pronek sent il
suo profumo e il fiato che odorava di alcol. Avrebbe voluto
ricambiare quel bacio ma disse solo Grazie. Fuori
faceva freddo, le folate di neve si precipitavano dal buio
verso la luce, come falene, alcuni fiocchi si appiccicavano
ai vestiti poi si scioglievano con un luccichio.
Mi  piaciuta molto quella canzone.
Grazie.
Non sapevo che eri cos bravo a cantare.
Grazie.
A mia mamma sei simpatico.
Anche lei  simpatica.
Sai, Maxwell e Aaron vanno a stare insieme. Hanno
trovato un posto a Evanston.
Bene.
Devo trovare un coinquilino.
Capito.
Mio pap  andato a stare dalla mamma il giorno che
si sono conosciuti.
Lo stesso giorno?
S. Si sono conosciuti a una fermata degli autobus.
Siccome lui non aveva un posto dove andare lei se l' portato
a casa.
E quanto si  fermato?
Dodici anni.
Sentirono Maxwell e Aaron che suonavano la tromba,
note malinconiche che provenivano dalla cucina. Pronek
era un po' ubriaco, e quando chiuse gli occhi vide come
delle spirali luminose, e sent il profumo dei capelli di Rachel
e il gomito di lei che gli sfiorava le costole.
Sono felice che stiamo insieme, disse lei.
Lasci nell'immondizia alcune sedie sfondate, il tavolo
sconquassato, come pure i piatti rotti, i bicchieri insozzati
indelebilmente, e un materasso marcio che, sospettava,
desse asilo a una nuova generazione di scarafaggi. Con il
resto riemp cinque scatole che port di sopra una alla volta.
Mise gli asciugamani nella cassettiera, accanto alla biancheria,
e appese i vestiti nella sua met dell'armadio. La
scatola con le lettere di Mirza la mise sotto il letto. Poi sistem
un paio di portaritratti sul televisore: Pronek sul
palco con i Dead Souls; i suoi genitori mezzi ubriachi che
si tenevano goffamente per mano. Schier il modellino dell'elicottero
sulla libreria e la boccia delle biglie sul tavolino.
Appese la cartina del mondo in cucina e sparpagli per
l'appartamento una serie di altre cose che erano sue, segnando
cos il territorio, come i cani che pisciano contro
gli alberi: ovunque guardasse, c'era una sua traccia. E mentre
si lavava i denti, con Rachel che lo aspettava gi sotto
le coperte, si rallegr al pensiero che adesso era lui in bagno
mentre lei era a letto.
Rachel disse: Io aspetto qui. Pronek attravers un
labirinto di mura, poi una serie di bassi cancelli arcuati, e
si rese conto che si trovava all'interno di un castello. Raggiunse
uno spogliatoio, e mentre aspettava che un armadietto
si aprisse decise di armeggiare con la serratura. Stava
cercando di infilarci dentro una matita quando sent
che arrivava qualcuno. Dopo essersi ricomposto rapidamente,
con un perfetto accento americano, tanto perfetto
che sembrava fosse qualcun altro a parlare, come il
pupazzo di un ventriloquo infestato da un'anima disse: 
fatto divieto di varcare i confini della mia propriet!
Chi tentava di entrare nella sua propriet era Sila il Tamburino
con in testa un berretto verde e un tamburo militare
appeso al collo. In questo posto c' puzza di stranieri,
disse Pronek. Ben detto! disse Sila. Poi Pronek si
mise a rovistare nel piccolo armadio dentro al quale c'erano
una camera da letto, un bagno e un giardino con una
vasca per gli uccelli a forma di orecchio. Prese un cellulare
argenteo in giardino, un rullino in camera da letto, un
preservativo in bagno e si mise tutto in tasca. Poi si arrampic
sulle mura del castello e in un batter d'occhio ne
usc. Vide che c'era gente che scendeva all'indietro dalla
collina scoscesa, reggendosi forte a una corda. Era una sorta
di pellegrinaggio al contrario, in qualche modo sapeva
che in fondo alla collina c'era un santo sanguinante che era
capitombolato fin li. Tutti avevano in mano le loro cose e
cercavano di reggersi alla corda: Maxwell aveva un aquilone;
Dallas una scatola da scarpe con dentro un reattore
nucleare e un banjo. Vide suo padre che si trascinava dietro,
al guinzaglio, un rottweiler morto e ormai putrido. C'era
un gregge di bambini di tre anni col petto peloso, ciascuno
con in mano uno sciame di mosche che assumeva le
fogge pi diverse: banana, pistola, la forma della Jugoslavia.
Vide sconosciuti che portavano gi dalla collina alcuni
oggetti che, si accorse, erano suoi: la chitarra che aveva
venduto prima di venire in America; le lettere azzurre dell'Alto
commissariato Onu per i rifugiati che aveva ricevuto
da Mirza; un vaso pieno di biglie di svariati colori. Vide
una coppia di gemelli siamesi, uniti all'altezza del bacino,
che portavano a quattro mani una scatola con dentro
un pallone sgonfio; un ombrello con le stecche rotte; alcune
pergamene sacre; un fascio di scarpe con le suole a forma
di mezzaluna. Uno dei gemelli lanci a Pronek un'occhiataccia
e lui cap di aver forzato il loro di armadietto.
Si spavent a morte e si mise a correre al contrario gi dalla
collina, sempre pi veloce, con la corda che gli bruciava
le mani, senza poter vedere dove stava andando: tutto quelo
che vedeva era l'enorme masso in cima alla collina che
il santo aveva spinto fin lass e poi abbandonato.
Pronek si mise ad ascoltare il respiro regolare di Rachel,
cercando di calmarsi, ma il cuore gli batteva forte, gli dolevano
i talloni e sentiva le piante dei piedi in tensione,
come se avesse appena smesso di correre.
Rachel, che cos' questo rumore?
Si chin sopra di lei. Aveva il viso calmo, le ciglia rilassate,
e mormor qualcosa che lui non fu in grado di afferrare;
per un attimo la odi, perch riusciva a dormire tranquilla,
cos lontana da lui, sognando sogni diversi dai suoi.
Rachel, che cos'?
Le tocc la spalla e lei rabbrivid, uggiol. Poi di colpo
apr gli occhi e lo guard terrorizzata dallo stupore, come incapace di riconoscerlo.
Rachel, sono io.
Lei lo scans e si tir su a sedere, col respiro d'un tratto affannato.
Rachel, che cos' questo rumore?
Ma di che cosa parli?
Senti!
Non c'era niente da sentire. Erano immobili e zitti, nel buio.
Dormi, Jozef.
No, ascolta.
Appena udibile, dalle parti del corridoio si sentiva grattare
e strascicare qualcosa. Pronek salt gi dal letto e in
punta di piedi usc dalla camera poi, all'improvviso, accese la luce nell'ingresso.
Ma che diavolo ti prende?
Rachel si infil la vestaglia e lo segu. Pronek avanzava
verso la cucina, col corpo teso e all'erta nel pigiama di flanella.
Sono le tre di notte, Dio santo.
Pronek accese la luce in cucina, poi, carponi, si mise a
strisciare deciso sul pavimento. Rachel rimase in piedi sulla porta, infreddolita e a piedi nudi.
Senti.
Oh Ges.
Pronek and sotto il tavolo nell'angolo, Rachel ne vedeva
soltanto le piante dei piedi. Topo! url Pronek
sbattendo la testa contro il tavolo. Qualcosa saett accanto
ai piedi gelati di Rachel e lei per un istante fece un saltello,come se stesse ballando. Il topo corse lungo le pareti
del soggiorno e and a nascondersi dietro il divano.
Pronek usc da sotto il tavolo accarezzandosi la testa e si alz in piedi.
 il topo, disse.
 dietro il divano.
Pronek and a grandi passi verso il divano e lo scost
dalla parete. Il topo, tremante, era rincantucciato in un angolo
mentre un tentacolo di luce gli minacciava il codino.
Dammi qualcosa, disse Pronek. Era un topo enorme,
a un piccolo passo evolutivo dal ratto, e aveva le guance
gonfie come se lo avessero sorpreso a mangiare e stesse ancora masticando.
Che cosa vuoi?
Qualcosa.
Rachel afferr un libro sullo scaffale: Ecco.
Pronek lo prese, diede un'occhiata al frontespizio e gir qualche pagina, era L'idiota.
Non questo.
Ma stai scherzando? Che differenza fa?
Questo no.
Rachel rimise il libro sullo scaffale e, con le mani dietro
la schiena, si mise a sceglierne un altro.
Preferisci narrativa o biografie? chiese irritata.
Il topo tent di muoversi, con il dorso contro la parete,
ma Pronek pest un piede per terra.
Ecco qua Morte a Venezia, disse.
Lo prese: era un tascabile spessotto che odorava di muffa
di biblioteca. Colp il topo una, due volte. La bestia
squittiva e si dibatteva, e Pronek continu a percuoterla finch non smise di muoversi e di emettere suoni.
Oh Dio, disse Rachel.
Penso  morto.
E adesso che facciamo?
Non lo so.
Aveva ancora in mano Morte a Venezia, e lo sguardo infuocato.
Per aver ucciso una creatura vivente si sentiva la
nausea, come se avesse ingoiato del sangue. Rachel arriv con una scopa e la paletta e gliele porse.
Perch io?
Va bene, scansati.
Con la scopa Rachel spinse il topo nella pattumiera. L'animale
ci rotol dentro ma a un tratto mosse il muso e flett
le zampe, come se si fosse svegliato da un lungo sonno.
Ges, ma  vivo, borbott.
Cazzo, disse Pronek rendendosi conto che se qualcuno
li avesse sentiti, avrebbe pensato che parlava come
un vero americano. Figlio di puttana, disse poi.
Prendi un secchio e riempilo d'acqua, disse Rachel.
Pronek trov nel bagno un secchio di metallo, tir fuori
le spugne e gli stracci che c'erano dentro e lo riemp a
met di acqua: osserv il diluvio uscire dal rubinetto e si
immagin in fondo al secchio con l'acqua che precipitava e gli cadeva addosso.
Con la scopa Rachel teneva schiacciato il topo sulla paletta.
Poi lo fece cadere dentro al secchio. Per un istante
l'animale galleggi sul dorso, con un ghigno d'orrore sul
muso appuntito, poi si gir e cominci a nuotare. L'acqua
era pulita, si vedeva il fondo. Il topo gratt con le zampe
sulle pareti, nel tentativo di uscire, ma era chiaramente impossibile.
Annegalo, disse Rachel.
Non ce la faccio.
Annegalo! Rachel con l'indice spinse gi la testa
del topo e quello affond ma subito torn a galla. Lo spinse
gi di nuovo, ma quando l'animale cerc di afferrarle il
dito, si tir indietro. Il topo si agitava sbattendo le zampe
e dimenando la coda. Quando raggiunse le pareti del
secchio si mise a grattare ossessivamente.
Forse possiamo lasciarlo li dentro, disse Pronek.
Non credo proprio. Non voglio sentire i suoi spasimi per tutta la notte.
Forse possiamo buttarlo fuori.
No, deve morire.
Non ho mai visto il topo cos.
Un topo cos.
Che cosa?
Un topo cos. Non il topo cos.
Perch devi sempre correggere? Si alz e si allontan
infuriato da Rachel e dal secchio.
Perch mi devi sempre correggere?
Che differenza? Tu mi capisci.
Che differenza fa.
Piantala! url.
Vedi di non urlare con me! grid Rachel.
Il topo nuotava in tondo. Pronek sent la rabbia montargli
dallo stomaco, sent qualcosa che gli premeva l'interno
delle tempie, una vampata di calore che gli arriv
fino agli occhi. Si piazz di fronte a Rachel che, aggressiva,
lo guardava con disgusto. In quel momento gli fu chiaro
che non aveva nessuna voglia di essere l, un pensiero
che gli si par davanti come una discesa da sci, e che non
c'era nessun altro posto in cui volesse essere. Sent il rumore
orrendo del topo che grattava sul secchio. Poi, con
un movimento del piede che a lui parve incredibilmente
lento ma che colse Rachel di sorpresa, diede un calcio al
secchio e lo mand a sbattere contro il muro, con l'acqua
che si rivers e schizz dappertutto, e le gocce che luccicavano
sparse in giro. Prov un intimo sollievo: mentre
il secchio si andava a schiantare contro il muro, la furia
del diluvio infranse la diga che aveva sullo stomaco e gli inond il corpo.
Che cazzo fai? Rachel si afferr i capelli e se li tir.
Correggi questo, url lui e lanci L'idiota attraverso
la stanza. Afferr il vaso delle biglie e lo svuot sul pavimento,
le palline ridacchiarono isteriche e rotolarono via
in mille direzioni diverse. Fracass un vaso da fiori vuoto
contro il muro. Tir gi con una manata le cornici da sopra
il televisore, che si infransero sul pavimento e i frammenti
di vetro si sparsero ovunque. Diede un calcio, come
a un pallone, all'orologio a forma di zucca che atterr
sul divano. Camminando sui frantumi arriv alla tazza con
scritto baciami, sono irlandese e la scaravent sul pavimento.
Lanci il ranocchio di latta in cucina, scivolando
sulle macerie, e tagliandosi le piante dei piedi. In cucina,
strapp dal muro la cartina del mondo e ci cammin sopra,
lasciandoci delle orme insanguinate.
Ma che fai? Io chiamo la polizia!
Afferr una melagrana e la lanci contro il muro, e il
frutto esplose come una testa, lasciando frammenti di cervello cremisi ovunque.
Chiama quella maledetta polizia, fammi sbattere fuori da questo cazzo di paese!
Prese le foto di Rachel alle pareti e le fracass. Tir gi
i libri dagli scaffali, li squart e lanci le pagine in alto, al
soffitto. Ma per tutto il tempo, dentro di lui, ci fu un angolino
tranquillo, da cui qualcun altro, quieto, lo osservava sfogarsi devastando tutto.
Ma che ti  preso? pianse Rachel. Io ti amo. Che cosa ti ho fatto?
Pronek tir il filo del telefono e il ricevitore abbandon
la base e and a cadere su una pila di libri. Diede una spinta
al televisore che cadde dal ripiano con un tonfo. Rachel
corse in camera da letto e Pronek la segu pronto a occuparsi
anche di quella. Prese a pugni la porta della stanza,
finch non gli sanguinarono le mani.
Rachel usc dalla stanza con la macchina fotografica e
continuando a scattare freneticamente disse: Che cosa
ti ho fatto? mentre Pronek vedeva aprirsi l'otturatore.
Vuoi farmi una foto? Vuoi farmi una foto?
Allora prese a strapparsi il pigiama di dosso, con i bottoni
che volavano via come proiettili. Si lev via anche la
canottiera, le mutande, e rest nudo, con la pelle lucida di
sudore. Poi avanz barcollando verso la macchina fotografica
con le mani protese in avanti.
Vuoi vedermi? Vuoi vedere il mio vero io?
Si percosse il petto coi pugni, come cercando di sfondarlo.
Ecco! Ecco! grid finch rimase senza voce.
Ed eccoci qui anche noi: Pronek  inginocchiato a terra,
tutto sanguinante; circondato dalle macerie. Ha le vertigini
a causa della violenta scossa di adrenalina. Poi chiude
gli occhi in attesa che Rachel smetta di fare le foto e gli
tocchi una guancia, come per redimerlo. Finch una mano
gli accarezza il viso con affetto, con delicatezza, facendogli
scivolare le dita sulle guance scavate. Lui annaspa
e piano piano, un singhiozzo alla volta, comincia a piangere.
Ignora per che la mano che gli sta accarezzando la
guancia  mia. Non sente che gli dico Ne piaci. Sve biti u
redu. Calmati, gli dico, andr tutto a posto. Cerchiamo solo di sistemare quel che hai distrutto. Cerchiamo solo di
ricordare com' che siamo arrivati a questo punto. Proviamo solo a ricordare.
...
.
...
7. Nowhere Man.
...
.
...
Kiev, settembre 1900, Shanghai, agosto 2000.
...
Nuvoloni neri enfi di un efferato carico di pioggia si
vedevano all'orizzonte. Il mare continuava a lambire la nave
rugginosa, la Pamyat, col suo miserabile carico di ufficiali
e soldati, ai quali null'altro era rimasto eccetto l'onore,
e dalle cui impeccabili uniformi si andava diffondendo
un debole sentore di ferrovia transiberiana. Le
mogli degli ufficiali, signore oltremodo raffinate,
semi soffocate dai singhiozzi, salutavano la leale servit schierata
lungo la battigia come il coro di una tragedia greca,
odiando i bolscevichi ancor pi delle loro sgualdrine. Un
giovane capitano si aggirava sulla nave implorando con sussiego
le signore di disfarsi del bagaglio in eccesso e queste
obbedivano, tanto ormai che differenza avrebbe fatto?
Cos si vedevano milioni di rubli di pellicce sobbalzare sull'acqua
lurida come ratti morti. Tra le valigie e i palt sul
punto di andare a fondo, c'era anche un cagnetto che abbaiava
stridulo e cercava di nuotare con le zampette, ma
perdeva via via le forze e alla fine annegava. E con lui si inabissarono i nostri cuori.
Quando la Pamyat moll gli ormeggi, nessuno a bordo
riusc a distogliere lo sguardo dall'incanto della costa, il rigoglio
delle foreste e i monti inarcati sotto le nubi: la nostra
terra russa, i seni di nostra madre. Piangevamo tutti,
uomini e donne, mentre i flutti si frangevano contro la nave,
come ondate di lacrime. Io ero in piedi a prua, col vento
del Pacifico che mi strappava via la pelle del viso [si tocca
la cicatrice], e Vladivostok alle spalle che veniva
inghiottita dalla foschia. Credetemi, riuscivo solo a pensare
di spararmi, di svuotarmi con un colpo la testa e il cuore,
all'inferno tutto quanto, per quel che vale la vita, sorella
cara, per quel che vale la vita lontano dalla Russia. Quando
d'un tratto sentii gli uomini cantare con voce profonda,
sonora, che proveniva dritta dal cuore russo, cantare
come nessun uomo aveva mai cantato prima: Non chiudere
gli occhi, Madre Russia, che non  giunto il momento
di dormire. Ci mi diede una gran forza. Decisi di non
uccidermi e ora eccomi qui a Shanghai, vivo e vegeto, nonostante
vengano giorni, e oggi  uno di quelli, in cui rimpiango
di non essermi fatto saltare le cervella sulla Pamyat,
col mio ultimo sguardo incollato alla Russia.
Questa  la storia che Evgenij Pick, il capitano Pick,
raccontava alle ex principesse ed ex baronesse ed ex niente
di niente russe che sbarcavano il loro magro lunario a
Shanghai come prostitute, danseuse e anche sarte. E le donne
lo ascoltavano, in deliquio, con gli occhi colmi di calde
lacrime russe, accarezzando il nuovo cagnetto trovato in
loco, e facendogli quasi male, con quelle mani avvizzite da
un lavoro cui non erano mai state abituate. Il cane allora
si liberava dalla stretta. E non facevano neanche caso alla
mano pronta che il capitano Pick infilava loro tra le
gambe, poi su, sempre pi su, senza tuttavia dare mai loro neanche un soldo.
Agli ex ufficiali russi ubriachi, che sopravvivevano a
Shanghai come guardie del corpo e ricattatori (o che non
sopravvivevano affatto), sempre disposti a disperdere la
nostalgia avvelenandosi con vodka da quattro soldi, raccontava
della sciabola che il padre, un colonnello cosacco,
gli aveva consegnato sul letto di morte. Su quella sciabola
il padre gli aveva fatto giurare che avrebbe difeso
l'onore della Madre Russia fino all'ultimo palpito del cuore.
E fu proprio con quella stessa sciabola (custodita adesso
al monte dei pegni, in attesa di giorni migliori) che a
Smolensk, nel 1919, aveva decapitato un bolscevico ebreo.
Talvolta si serviva di un'anguria per dimostrare come la
testa fosse volata via descrivendo un arco perfetto (come
un arcobaleno) e cadendo sul terreno con un tonfo che
ne aveva tradito l'interno cavo. Il pubblico apprezzava
sempre quello scherzo, e ordinava dell'altra vodka per il
capitano Pick. Poi il capitano tagliava l'anguria con il coltello
dal manico di legno di rosa e si ingozzavano tutti della
sua polpa cremisi, mangiando con le mani e scambiandosi
baci ogni volta che abbassavano il bicchiere di vodka.
Gli uomini, inebriati dai ricordi comuni e dall'alcol, restano
rapiti ad ascoltarlo raccontare di quando i tedeschi
lo avevano catturato nel 1914 e di come era fuggito: dalla
prigione era uscito semplicemente ordinando alle guardie
con voce ferma di aprire il cancello, e le guardie dovettero
aprire facendo il saluto militare, perch pur essendo
in gran numero e ben armate avevano un grande
timore di un vero russo. I tedeschi l'avevano catturato altre
dieci volte, e altre dieci volte lui era fuggito: percuotendosi
il petto con le mani urlava Pensavano che fossi il
diavolo in persona! e la folla sghignazzava d'orgoglio, felice
che il diavolo fosse russo, e fosse proprio uno di noi.
Dopodich Pick cominciava a cantare Non chiudere gli
occhi, Madre Russia, che non  giunto il momento di dormire,
e tutti si scioglievano in lacrime, cos come si erano
sciolti in lacrime quando erano partiti da Vladivostok.
Non di rado, una manica di patrioti russi portavano Pick
sulle spalle fino al bordello preferito o a una fumeria d'oppio,
dove mettevano insieme i denari per lenirgli, sebbene
solo temporaneamente, le ferite del suo cuore russo.
Dapprincipio alcuni degli uomini non riuscivano proprio
a mettere a fuoco il ricordo di Pick sulla Pamyat. N
gli ufficiali delle unit in cui lui diceva di aver servito avevano
memoria di aver servito insieme a lui. Taluni, addirittura,
rammentavano un uomo con la sua stessa faccia,
sebbene privo di quella cicatrice, che con un altro nome
lavorava per i Soviet ad Harbin e Shanghai. Dopo qualche
tempo, tuttavia, le sue storie, con tutti quei minuscoli,
plausibili dettagli, finirono per essere assorbite insieme
a un Mar cinese di vodka, e si sostituirono ai ricordi di un
tempo, cosicch gli uomini presero a generarne di nuovi,
nei quali campeggiavano in primo piano la fratellanza in
trincea col capitano, le sue ardite prodezze e le leggendarie
bevute, dalle quali alcuni non si ripresero pi. Alla fine,
Pick, il capitano Pick, divenne il pi caro fratello di
ogni russo a Shanghai.
La storia vera, bisogna dire,  un po' diversa. Evgenij
Pick nasce col nome Evgenij Michailovic Kojevnikoff
a Kiev, nel settembre del 1900, da un colonnello dell'esercito
cosacco e una donna ebrea stuprata che muore
dandolo alla luce. Il padre in qualche modo si prende cura
di quel figlio, pagando una zia non sposata e mattoide
per allevarlo finch papa, dopo aver dato tutti i suoi
soldi al gioco, finisce per uccidersi lasciando a Pick solo
un'imbarazzante quantit di debiti e una zia che sfogava
l'ira per non essere stata pagata battendolo con un manico
di scopa. Della sciabola non esiste la bench minima
traccia. Oltre all'angoscia indotta dall'uso della scopa
in seguito alla morte del padre, ben poco si ricorda
circa l'infanzia di Pick, cos come della sua adolescenza
o giovent. Dopo alcuni anni di cui non sappiamo nulla,
lo ritroviamo nel 1917 in servizio nell'esercito russo, finch
non viene catturato dai tedeschi, ma una sola volta.
Non sappiamo quando n se sia effettivamente fuggito,
ma nell'autunno del 1917  a San Pietroburgo, coinvolto
nella Rivoluzione. Pare che il fervore sovversivo, per
non parlare delle illimitate opportunit di furti e saccheggi,
lo eccitarono a tal punto da persuaderlo a diventare
rivoluzionario. I suoi incarichi diventano quelli di
un commissario politico, e il suo lavoro consiste nel fare
discorsi su una nutrita serie di ingiustizie, e quando solleva
il braccio per indicare genericamente i capitalisti sanguinari
e sanguisughe, gli astanti sono sempre pronti ad
armarsi e partire, per quanto distante e pericolosa la meta
possa essere.
Il suo lavoro di buon rivoluzionario gli consente di completare
gli studi a Mosca tra il 1919 e il 1922, all'Accademia
militare, e simultaneamente all'Accademia di arti
drammatiche e musicali. Dopo il diploma pare che abbia
lavorato come assistente all'attach militare presso le ambasciate
sovietiche in Turchia e Afghanistan: incarichi che
con la loro assoluta mancanza di avvenimenti gli sarebbero
diventati insopportabili, se non fosse stato per l'abbondante
disponibilit di oppio di prima qualit.
Nel 1925, via Vladivostok e Harbin, arriva con la ferrovia
transiberiana a Shanghai. Il suo incarico ufficiale 
di assistente alla missione militare sovietica di stanza in
citt, ovvero, spia, avendo come copertura il lavoro di
un uomo d'affari che vende spazi pubblicitari per i giornali
russi. In realt, servizio del Comintern, ha il compito
di costruire una rete di persone e di trovare dei contatti
che gli forniscano informazioni, non mettendo a parte i
suoi compagni su alcune di esse e anzi serbandole per il
giorno in cui fossero poi risultate utili.
Giorno che arriva nel 1927, quando, come afferma
Wasserstein, cambia casacca e fornisce all'intelligence inglese
a Shanghai tutta una serie di pertinenti informazioni
raccolte con cura e infarcite di fantastiche narrazioni
sulle cospirazioni del Comintern in Cina nonch, perch
limitarsi? nel mondo intero. Il tutto riportato in tono
ragionevole, misurato e tuttavia capace di incantare: gli
accenti sono al posto giusto e i particolari effimeri (personaggi
inutili, dettagli superflui, frequenti digressioni sulla
sua insulsa e miserevole persona) sparpagliati a effetto
per tutta la narrazione. Cosa che assicura la trasandatezza
necessaria a dare l'illusione di un'esistenza vera e incontrollabile,
e rispecchia l'inevitabile casualit della vita
terrena. I suoi corrispondenti, delle migliori famiglie e universalmente
istruiti presso le pi prestigiose universit inglesi
evidentemente superiori dal punto di vista intellettuale
a un russo espansivo ed errabondo, non ne hanno
mai abbastanza dei suoi racconti. Subito e appassionatamente
inviano la confessione di Pick al Foreign Office,
accompagnata da un biglietto dell'ambasciatore inglese Sir
William Senson che dice: sebbene [la fondatezza delle
informazioni di Pick] non possa essere garantita, appaiono
attendibili.
E anche, si direbbe, alquanto remunerative, giacch
con il generoso compenso inglese e i proventi degli affari
di poco conto ma proficui con i conoscenti, il capitano
Pick riesce ad aprire un suo teatro a Shanghai. La sala ha
un nome altisonante, Grand Opera dell'Estremo Oriente,
e Pick riassume nella sua persona la figura dell'impresario,
del direttore artistico, del cantante d'opera, del ballerino
e dell'attore protagonista. Si noti che il suo nome
d'arte, sempre presente sull'affascinante padiglione teatrale,
 Eugene Hovans.
 proprio sul palco del Grand Opera che Pick/Hovans
impersona il suo ruolo pi straordinario: il ruolo di Cicikov
nelle Anime morte di Gogol'. Nella versione di Hovans,
Cicikov diventa un Mos che conduce il popolo russo privo
di spirito e con l'anima morta verso la terra promessa.
Il culmine dello spettacolo era il discorso di Cicikov alla
troika, che portava ogni volta le donne a strapparsi via a
ciocche i capelli ben pettinati, e gli uomini a tirar fuori le
armi e a minacciare di spararsi, proprio l, al diavolo tutto
quanto, adesso basta con questo dolore. Ah voi cavalli,
cavalli... che cavalli! vociava Hovans, percuotendosi
il petto con un pugno quasi volesse sfondarlo per cavarsi il
cuore e mostrare al pubblico quanto era puro. Le vostre
criniere sono come turbini di vento! E le vostre vene non
sono tutte un formicolio? Nel discendere dall'alto avete
colto la nota di una canzone familiare; e d'un tratto, all'unisono,
sforzate il vostro bronzeo petto [si percuote il
petto] e con gli zoccoli che neanche sfiorano terra, vi
trasformate in giavellotti, in dardi che fendono l'aria, e avanti
vi precipitate seguendo una divina ispirazione... Russia,
dove ti conduce questo volo? Rispondimi! Singhiozzi,
capelli strappati, pistole caricate ecc. Ma una risposta
non c'.
Oltre a Cicikov, Hovans si trasforma in cigno, e per la
precisione nel cigno del Lago dei cigni;  un uomo condotto
alla follia suicida in una sola notte dallo zampettio insistente
di un topo che attraversa il pavimento della sua
mente;  Raskolnikov, il cui omicidio della signora anziana
non viene giustificato filosoficamente ma dal fatto che
lei  ebrea, un'interpretazione molto pi consona al suo
pubblico; e infine  l'Amleto russo. Gli spettacoli culminano
nel momento in cui Fortebraccio si china sul cadavere
di Amleto, con il pubblico (le cui ferite inferte dalla
fionda e le frecce di una sorte oltraggiosa non si sono
mai rimarginate n mai lo saranno) che canta forte Non
chiudere gli occhi, Madre Russia, che non  giunto il momento
di dormire.
Quando non trascina il pubblico a un orgasmo di nostalgia,
il capitano Pick foraggia la sua fama con i tesori
falciati nei ricchi e luridi campi della malavita di Shanghai.
Ricatta un giudice americano che, ha scoperto,  omosessuale,
e un giorno il cadavere viene rinvenuto sulla riva del
Whangpu con il retto tagliato. Nel 1929 il capitano Pick
viene condannato a nove mesi di prigione per aver venduto,
sotto il nome di Joseph Pronek, bond di paesi stranieri
inesistenti ad alcune mademoiselle francesi e avide
lady inglesi. Secondo Wasserstein diffonde pamphlet inutili
e libri trafugati per suo conto dai coolie al consolato
russo, graziosamente confezionati negli improbabili ricami
delle sue illazioni del loro cospiratorio valore. Ha una
rubrica su un quotidiano russo pubblicato a Shanghai, in
cui espone la debolezza dei pilastri della comunit, a meno
che costoro non gli passino un compenso cos congruo
da far s che il suo sguardo si posi sulla debolezza di un
qualche altro pilastro. Nel 1931, con il nome di Dr Montaigne,
si presenta come consulente militare al governo cinese
incassando milioni di dollari per armi che non esistono,
il che sar quel che alla fine gli impedir di fornirle.
I suoi clienti passano mesi a immaginare il loro futuro
potere, in attesa che le armi arrivino e riraccontandosi le
storie di Pick, finch lui non viene arrestato e condannato
a un anno di galera. In prigione stringe amicizia con alcuni
cinesi, membri leali della banda verde, che comodamente
si nascondono dalla legge in cella (mentre la banda
gentilmente li rifornisce di tutto, dall'oppio alle ragazze all'eroina
ai ragazzi) fino a quando i crimini dei loro conoscenti
e colleghi non cancellano i ricordi dei loro. Una volta
fuori di galera, Pick si mette a chiavare con una donna
georgiana, una tenutaria di un bordello situato proprio dietro
l'Astor House Hotel, e anche lui avvia un modesto circuito
di schiave bianche. Sia gli amici della sua signora russa
decaduta, sia i compagni della banda verde, risultano
molto utili in questa nuova avventura che tuttavia viene
poco saggiamente resa pubblica da un bigotto giornale russo
di Harbin.
Nessuno per si d troppa pena per quelle sacrosante
accuse (sebbene nel cuore di Pick resti una piccola ferita):
Shanghai  un luogo ben diverso dalla presuntuosa
Harbin, la gente fa qual che deve e pu fare per tirare a
campare dignitosamente. Inoltre, il capitano Pick  un uomo
apprezzato, l'anima di ogni festa cui partecipi e lui,
Dio lo conservi, partecipa a molte. Pick  il cuore della comunit
russa, sempre pronto a esprimere i sentimenti veri
e profondi del suo popolo. Un conoscente lo descrive come
un individuo estremamente emotivo, qualcuno di
grande fiducia. Ma, d'altro canto, afferma,  anche un
uomo capace di essere molto sospettoso... Ben presto
gli erano venute a noia moltissime persone che aveva conosciuto.
Per questo aveva molti nemici e nessun amico intimo...
Era solito dire: Il teatro e la musica sono i miei
migliori amici, il palcoscenico  tutta la mia vita. Un altro
conoscente afferma che aveva un aspetto mongolo...
neanche un capello, con un copricapo nero per nascondere
le cicatrici sul cranio... gran bevitore di vodka... solito
portarsi dietro un coltellino col manico di legno di rosa...
un tipo cordiale, simpatico.
Le cicatrici sul cranio non sono il risultato, come lui sostiene,
dell'olio bollente che i bolscevichi gli hanno versato
addosso durante le torture, n tantomeno di un vento
del Pacifico cos forte da strappargli via la pelle. Piuttosto,
sono il frutto dello stordimento indotto dall'oppio, che lo
fece rotolare gi dal divano e finire dentro al focolare.
Persino i rapporti generalmente molto seri dell'intelligence
americana fanno molta fatica a resistere al fascino
del capitano Pick e lo descrivono come istruito, un conoscitore
di varie lingue, un attore dotato, un seducente
narratore, ma una fonte un po' superficiale. E inoltre un
contrabbandiere di armi, un magnaccia, un agente segreto
e un competente assassino.
Sempre sensibile al mutare dei venti della storia, il capitano
Pick, fin dall'arrivo a Shanghai, si  lisciato i contatti
giapponesi con cura particolare, ma nel 1937, dopo l'invasione
giapponese della Cina, comincia a lavorare per l'intelligence
della marina giapponese a Shanghai. Mette insieme
una rete di una quarantina di agenti europei (senza
contare una folla di oppiomani signore russe) per spiare gli
altri europei di Shanghai negli insediamenti internazionalie nella concessione francese, convinti di essere protetti
dal potere giapponese. La sua rete  l'lite dei bassifondi
di Shanghai: il barone N. N. Tipolt, ricattatore, baro e
informatore della Gestapo; il conte Victor Plavcuk, svelto
di lama, che spesso intrattiene il personale dei bordelli
lanciando i coltelli alle prostitute novizie terrorizzate e infilzando
loro di tanto in tanto un orecchio, cos per ridere;
l'ammiraglio Marcus Templar, a quanto si dice membro
della casa reale greca, specialista nello scattare foto di
soppiatto per poi ricattare la gente; Bernie ed Ernie
McDunn, gemelli siamesi di Chicago, legati al bacino, disposti
a tutto per una dose di eroina; Alex Hemmon, ex membro
della banda rossa di Detroit, un killer costretto a uccidere
qualcuno ogni volta che  un po' alticcio (cosa che
gli succede piuttosto spesso) e che come secondo lavoro fa
il suonatore di trombone professionista in un'orchestra
che si esibisce regolarmente al Grand Opera dell'Estremo
Oriente.
Alla fine degli anni Trenta, sotto la protezione giapponese,
quella del capitano Pick  una sistemazione di tutto
conforto. Pick fornisce informazioni plausibili ai suoi datori
di lavoro, gestendo allo stesso tempo le sue imprese
criminali (che a Shanghai  un termine affettuoso) e dirigendo
amorevolmente il Grand Opera dell'Estremo Oriente.
Nel 1940 si reca in vacanza in Giappone e l conosce il
comandante Otani Inaho, l'ufficiale giapponese che in seguito
sar il responsabile dell'intelligence della marina a
Shanghai, diventando inoltre il principale protettore giapponese
di Pick. Il comandante Otani e il capitano Pick diventano
amici strettissimi, e spesso dichiarano pubblicamente
il profondo rispetto che nutrono l'uno per l'altro e
l'ammirazione per l'onore e il valore reciproco. Chiacchiere
maliziose sostengono poi che i due, oltre alla profondissima
convinzione nel valore della disciplina e del patriottismo,
condividessero di tanto in tanto anche un letto
sfatto. Nel 1941, una settimana circa dopo l'attacco a
Pearl Harbor, le truppe giapponesi marciano con tutto comodo
verso gli insediamenti internazionali senza incontrare
resistenza alcuna e in pratica mettono sotto assedio
la concessione francese guidata da un manipolo di lealisti
di Vichy confusi e poveri di spirito. Pick diventa la mano
sinistra del comandante Otani e, grazie alla sua cortese sollecitudine,
si trasferisce nella camera 741 del lussuosissimo
Cathay Hotel.
Gli anni trascorsi nella camera 741 del Cathay Hotel,
a sonnecchiare in grembo alla grande potenza, sono i migliori
nella vita di Pick: comodi, piacevoli, e con ben poco
lavoro da sbrigare. In un rapporto dell'intelligence americana
stilato nel dopoguerra (a cura di un certo capitano
Owen), e citato da Wasserstein, si trova la descrizione di
una giornata tipica di Pick: il capitano si sveglia prima dell'alba,
guarda il sole sorgere sopra la cortina umida sul fiume
Whangpu, dove solide navi giapponesi sono alla fonda
nella baia mentre le giunche scivolano timide fra l'una e l'altra;
ascolta alla radio le notizie da Mosca, Londra, Honolulu
(godendosi la Glen Miller Band, e canticchiando dietro
alla tromba di Glen); dalle sei alle sette  al telefono, a
ricevere e trasmettere informazioni top secret su Shanghai
ma comunicate spesso in forma di semplici, candidi pettegolezzi.
Quindi legge i giornali russi e fa colazione (due
uova, un covone di bacon, un fiume di caff), e talvolta,
infuriato dalle vili menzogne che legge, sputa sulle pagine
uno scaracchio di tuorlo. Poi si reca in ufficio all'intelligence
della marina dove sistema le sue carte o, in attesa
del pranzo, si masturba in compagnia della sua nuova acquisizione
nel campo delle ragazze. Sempre che non debba
andare al quartier generale della polizia giapponese per
sovrintendere all'interrogatorio di uno straniero, e aggiungere
di tanto in tanto un tocco russo, tipo fustigare il
prigioniero con un gatto a nove code finch la carne non
si stacca a brandelli. All'una pranza con una giovane donna
che ha poi stabilito di portarsi a letto. Dopo il dessert,
la conduce nella camera 741, la scopa appassionatamente
poi schiaccia un esaustivo sonnellino. Il personale dell'albergo
rischia di beccarsi una pallottola se osa entrare in
camera prima che il sonnellino si concluda, e cio alle tre
in punto. Fra le tre e le quattro telefona ai superiori giapponesi
per chiedere un gesto di clemenza per qualcuno dei
suoi conoscenti e, certe volte, un pugno di ferro nella gestione
degli ebrei in citt. Poi passa agli appuntamenti che
riguardano i suoi interessi musicali, teatrali o caritatevoli.
La domenica impersona un importante ruolo in un
dramma o in un concerto, cercando di risollevare lo spirito
russo in questi tempi terrificanti, e concludendo sempre
l'evento con Non chiudere gli occhi, Madre Russia. Dopo
lo spettacolo cena con gli amici o gli ammiratori, intrattenendoli
col racconto delle sue peregrinazioni, dei suoi
amori e delle sue sofferenze, portando invariabilmente il
suo pubblico ad avere i crampi dal gran ridere o a sciogliersi
in lacrime, e talvolta alle due cose contemporaneamente.
Dopodich va a farsi un paio di pipe d'oppio rilassanti
al bordello dove decide se unirsi o meno a un'intricata
orgia che di frequente prevede anche la presenza
di animali, bambini e nani.
Nella primavera del 1944 Pick, svegliato durante il pisolino
dal rumore di un topo che si agita, riemerge dai suoi
incubi con un fremito al cuore e una claustrofobica sensazione
di disagio, interpretandoli subito come presagi di
tempi durissimi. Lancia un urlo al personale dell'albergo,
rincantucciato per la paura, e si fionda, ancora in pigiama
nero, gi per Nanking Road, come l'apparizione del diavolo.
Prende d'assalto l'ufficio del comandante Otani, con
la richiesta, ancor prima di mettersi seduto, di essere mandato
da qualche altra parte, lontano da quel fetido buco
infernale. Il comandante Otani gli mette una mano sulla
spalla e gli accarezza una guancia; Pick allora si calma.
Nell'estate del 1944 il capitano Pick va nelle Filippine.
Arriva sotto il nome di Koji, seguito dal suo solito entourage,
con a mo' di supporto il campione di boxe e playboy
Mihalka; il fautore portoghese del mercato nero Francisco
Carneiro (manager di Mihalka); e un avvocato e chimico
italiano, il dottor Vincente, capace di preparare intrugli
per ogni genere di piacere. A Manila l'orchestra di Pick
conclude poco, se non niente. Contribuiscono ad acciuffare
e uccidere un contrabbandiere danese. Tendono una
trappola a padre Kirkpatrick, un prete irlandese sospettato
di passare cibo e medicine di frodo agli internati americani:
una fonte sostiene che sia lo stesso Pick a coordinare
la crocifissione di padre Kirkpatrick. Intercettano dispacci
dell'intelligence della marina americana che parlano
di attacchi imminenti in tutto il Pacifico. Informazione respinta
dai giapponesi, che la considerano pericolosa. Dopodich
gli uomini di Pick utilizzano le apparecchiature
radio solo per registrare la hit parade americana. Musica
che mettono su ai party, e per esse fanno follie sia l'annoiata
lite di Manila sia le prostitute stufe marce di avere
sempre la stessa clientela.
A parte i lavoretti e le feste, il capitano Pick e la sua
ghenga passano il tempo con un po' di racket, mettendo
in piedi un circolo di costosa prostituzione d'alto bordo e
bazzicando i locali notturni. Il preferito di Pick  il Gastronome,
perch nel juke box hanno il suo disco di Tea
for Two cantata in inglese ma nello stile di una ballata slava,
un'interpretazione resa ancor pi convincente dal suo
atroce accento russo. Mentre sul lato B c' Non chiudere
gli occhi, Madre Russia cantata come Dio comanda, ovvero
in modo strappalacrime.
Verso la fine dell'estate Pick si sente di nuovo a disagio,
cos, adducendo problemi di salute, fa ritorno a Shanghai
portandosi dietro tutti i fondi stanziati per l'operazione
Manila. E sulla nave per Shanghai, con i venti del Pacifico
che gli sferzano la faccia, che quel disagio si cristallizza
nella sensazione di un qualcosa che sta per finire, nel
doloroso, straziante presagio di una perdita futura.
Tutti sono ormai in grado di fiutare la fine, ed essa ha
l'odore della carne bruciata: Tokyo  stata rasa al suolo,
Hiroshima annichilita. Il 9 agosto, tra le bombe che fioccano,
Evgenij Pick cena per l'ultima volta col comandante
Otani, nella stanza 741 del Cathay. I due uomini mangiano
un uccello giallo preparato magnificamente, e lo accompagnano
con un superbo sake d'annata, conservato da
Otani proprio per un'occasione speciale. Dopo aver baciato
Otani su entrambe le guance, Pick va a prender parte
all'orgia di addio del ristorante Yar, organizzata da un
gruppo di ragazze note come l'harem di Mihalka (Mihalka
 ancora bloccato a Manila). Si lamenta Pick, ha ragione
di credere che i giapponesi abbiano intenzione di ucciderlo,
ma alle ragazze, nel loro oppiaceo torpore, non potrebbe
fregargliene di meno. Cos, quando il giorno dopo
scompare da Shanghai, nessuno eccetto Otani nota la sua
assenza.
Nell'autunno del 1945, osserva Wasserstein, le autorit
americane in Cina lo cercano inutilmente. Pick viene
visto nella bottega di un barbiere a Shanghai; viene visto
su un treno per Pechino mentre racconta ai suoi interessati
compagni di viaggio come ha tagliato la testa a un ufficiale
giapponese che cercava di stuprare una ragazza cinese,
dopodich gli era toccato passare un anno nascosto
nel doppiofondo del baule di un mago; viene visto pregare
nella chiesa ortodossa di Pechino; viene visto recitare
un monologo dell'Amleto e dire essere o non essere con
uno strano e indefinibile accento, di fronte a un pubblico
di missionari americani che non riconoscono la canzone
che canta alla fine.
Pick, in realt, prende una nave per il Giappone che a
un certo punto colpisce una mina. Tutti i passeggeri muoiono,
eccetto lui che viene miracolosamente ritrovato a galleggiare
privo di sensi ma ancora vivo, circondato da una
marea di cadaveri e brandelli di corpi. A Tokyo, Pick va
dritto al ministero della Marina, sulle stampelle, ha una
gamba amputata, e trova il comandante Otani che gli
trasferisce un milione di yen, sotto il nome di Koji, supplicandolo
di metter su un teatro russo a Tokyo e di non
trascurare il suo cospicuo talento tespiaco. Pick attende il
momento giusto per aprire il teatro (per il quale gi possiede
il nome: il Teatro del Nuovo Mondo) ma nell'attesa
spende tutto. E con il fine istinto di un veterano della sopravvivenza
percepisce che i segugi americani gli stanno
alle calcagna.
Quindi, nel febbraio del 1946, zoppicando vistosamente,
si reca al quartier generale dei servizi segreti americani
e si offre di raccontar loro la verit. Cos riferisce ai suoi
rapiti ascoltatori (un certo capitano Aaron e un certo maggiore
Maxwell) un ciclo di storie collegate tra loro, che partono
dall'inizio della sua vita e arrivano al giorno d'oggi:
racconta di come era fuggito ai tedeschi; delle informazioni
che aveva passato agli inglesi; di come aveva annientato
le operazioni dei servizi segreti giapponesi a Shanghai;
di sua madre che, essendo americana, adesso avrebbe
potuto vivere in America con il nuovo marito. Racconta
di esser stato lui la fonte della soffiata ai giapponesi sulla
rete spionistica di Sorge, essendoselo ricordato dai tempi
del Comintern. Si d una manata alla gamba orbata, esibendola
come il risultato delle torture dei giapponesi, e
spreme un paio di lacrime madreperlacee che gli rotolano
sulle guance infossate. Dice agli americani di essere andato
in Giappone col preciso scopo di raccontar loro tutto ci
di cui era a conoscenza, nella speranza di vedere quelle bestie
di giapponesi annientati dal dolore per la sconfitta.
Racconta loro tutto quel che sa circa ogni ufficiale giapponese
che abbia mai conosciuto. Racconta tutto quel che
sa su Otani, il disgustoso, oppiomane sodomita, e sulla passione
di Otani per la tortura dei prigionieri.
Gli ufficiali dei servizi segreti americani sono altamente
soddisfatti della qualit delle informazioni che Pick passa
loro. Per quanto impossibile a verificarsi, tutto sembra
molto sensato, cos in cambio di una futura collaborazione
lo perdonano e lo lasciano andare. Tornato a Shanghai
Pick tenta di ripristinare la rete spionistica per metterla
al servizio degli americani, ma invano: la citt ormai non
 pi la stessa di un tempo n potr mai ridiventarlo. Il
capitano Pick ingoia la sconfitta tirando gi un bicchiere
dopo l'altro di vodka; evita di pensare all'oscuro futuro,
limitandosi a pensare alla prossima dose di oppio. Prima
che nel 1949 l'Esercito popolare di liberazione entri a
Shanghai, Pick fugge. Nella primavera del 1950  in possesso
di un visto d'entrata per il Siam. Nell'estate del 1950
 in prigione a Taiwan dove, in cambio di favori sessuali
e sigarette, intrattiene i compagni di prigionia con storie
raccontate in uno zoppicante dialetto di Shanghai sui ruggenti
anni Trenta, e cantando, ancora una volta, le canzoni
un tempo popolari. Poi scompare.
Di Pick sono rimaste alcune fotografie. Una di queste 
una foto segnaletica: un uomo ormai quasi calvo, incoronato
dalle vestigia dei capelli grigi; la mascella duramente
squadrata; il naso triangolare; il pomo d'Adamo aguzzo; lo
sguardo ardente del maniaco. Un'altra foto  un'immagine
pubblicitaria che risale ai giorni del Grand Opera dell'Estremo
Oriente: Pick indossa, come se fosse un mago,
un cilindro e una cappa nera; ha un'elegante sciarpa bianca
gettata casualmente su una spalla; nella mano sinistra
inguantata tiene l'altro guanto; nella destra una sigaretta
con la cenere sul punto di cadere. Ha la faccia truccata pesantemente:
sopracciglia spesse disegnate a matita; capelli
lustri e impomatati; labbra coperte di rossetto. Ti guarda
un po' obliquamente, come se stesse per girarsi del tutto
verso di te per cominciare a ipnotizzarti. Tu vorresti distogliere
lo sguardo ma, semplicemente, non ci riesci.
Nell'estate del 2000 io e mia moglie andammo in luna
di miele a Shanghai, perch li si erano conosciuti i suoi
nonni (mentre i suoi genitori poco romanticamente si erano
conosciuti in un bar di Chicago chiamato Jimmy's). Dopo
aver messo via un po' dei soldi guadagnati insegnando,
ci eravamo presi un periodo di vacanza dall'Ort Institute.
Avevamo promesso agli studenti di mandare loro delle cartoline
e ci eravamo fatti insegnare da Marcus qualche frase
nel dialetto di Shanghai. Eravamo innamorati, e avevamo
passato le ore di volo leggendo e tenendoci per mano:
mia moglie leggeva L'idiota, io la Guerra segreta a Shanghai
di Wasserstein, baciandole ogni tanto il collo magro.
Scendemmo al Peace Hotel, che un tempo era il Cathay, e ci
trovammo bene: ci cambiavano gli asciugamani regolarmente,
il personale che parlava inglese ci chiedeva sempre
come stavamo, e noi, visto che sembrava che a loro interessasse,
glielo dicevamo. Ben presto, parlando della nostra
camera d'albergo, la 741, cominciammo a chiamarla casa.
Adoravamo Shanghai, e nonostante il caldo incredibile andavamo
a spasso ovunque, e quando tornavamo in camera
ci detergevamo l'un l'altra il sudore del corpo, poi facevamo
l'amore. Acquistammo della seta da poco prezzo, alcuni
souvenir, e manifesti di Mao che i nostri ironici amici
sinistrorsi sapevamo avrebbero apprezzato. Passeggiammo
lungo il Bund e visitammo i musei. Vagolammo per la citt
vecchia cinese, alimentati dall'idea che per una manciata
di dollari ci era dato di vedere la vera Cina. Nell'ex concessione
francese, nell'ex residenza di Sun Yat Sen, notammo
una sciabola appesa alla parete, una cartina della
Cina, e un dipinto su seta di un gatto (la guida diceva: Osservate
gli occhi del gatto: vi seguiranno ovunque nella
stanza). Frequentammo i ristoranti nella vecchia zona occidentale,
e anche un ristorante francese in una ex chiesa
ortodossa, dove la cupola ci opprimeva con tutto il peso
di un'ostile divinit slava. Un giorno facemmo una gita a
Suzhou, per vedere i meravigliosi giardini. Affittammo
delle bici scassate per spostarci dall'uno all'altro, e facemmo
una pausa solo quando cedemmo al desiderio sfrenato
di un Kentucky Fried Chicken.
E fu proprio a Suzhou, nel giardino dell'amministratore
Humble, mentre leggevo Wasserstein all'ombra dei
padiglioni, con le carpe che si tuffavano sulla placida superficie
delle acque, le foglie di loto che si estendevano a
perdita d'occhio e gli alberi lievemente curvi sull'acqua,
come sopra uno specchio, fu li che scoprii che soggiornavamo
proprio nella stanza di Pick, la camera 741 dell'ex
Cathay Hotel, e che quella sera li avremmo fatto ritorno.
C' bisogno che io dica che mi sentii travolto dal piacere,
ma anche da un lontano timore? Quella coincidenza, o
meglio convergenza, non poteva che tradire l'esistenza
onnisciente, onnipotente, di un'entit non necessariamente
benevola. Quando raccontai a mia moglie che cosa avevo
scoperto, lei mi strinse piano, come se fosse tutta colpa
mia e adesso mi stesse perdonando. Ricordo la prima
volta che mi abbracci, dopo che ero caduto dalle scale:
Stai bene? mi aveva chiesto, chiss perch in russo.
E mi disse una cosa che non sapevo. Cio che suo nonno,
un commerciante ebreo di Shanghai, era stato arrestato
dopo che i giapponesi avevano occupato gli insediamenti
internazionali, e forse era stato proprio Pick a torturarlo.
Il nonno di mia moglie non ne aveva mai parlato granch,
ma a quanto ne sapevano lo avevano legato con delle lenzuola
bagnate finch i vasi sanguigni non erano scoppiati
formando dei grossi lividi (una volta che lo andammo a trovare
in Florida glieli vidi, sul petto, a forma di continenti
sconosciuti). Poi, quando le lenzuola lentamente si erano
asciugate, ritirandosi quasi lo avevano stritolato, e il corpo
aveva perso ogni sensibilit ed era rimasta attiva solo
la parte del cervello che percepiva il dolore. Subito abbandonammo
la quiete dei giardini dell'amministratore
Humble, e prendemmo il treno per Shanghai, dove ci attendeva
una febbre devastante. Nonostante continuassimo
a tergerci il sudore, la traspirazione non voleva smettere.
Quella notte qualcuno cerc di entrare nella nostra stanza:
io mi destai dal sogno febbricitante e investii la porta
gridando Chi ? Chi ? ma nessuno rispose. Con il cuore
che mi percuoteva forte le pareti del petto, e le urla di
mia moglie che si calmavano, dopo che i nostri incubi si furono
fusi l'uno nell'altro, immaginai dietro la porta la faccia
truccata di Pick. Quando guardai fuori attraverso lo
spioncino, ovviamente non vidi nessuno, tutto quel che c'era
era il ronzio vacuo del corridoio. A mia moglie non raccontai
della mia visione, anche se credo sapesse a che cosa
stavo pensando. Dentro ai suoi occhi vidi il terrore sonnolento
che baluginava come il riflesso assurdo del segnale di uscita.
Noi per ovviamente sapevamo che doveva essere un
ospite ubriaco dell'hotel che cercava di aprire una porta,
quella sbagliata, come capita in tutti gli hotel del mondo.
La notte del 9 agosto, anniversario dell'ultima cena di
Pick, mi svegliai con mia moglie che mi stringeva la mano
(dormendo ci tenevamo sempre per mano). Sentii un
corpo cadere a terra con un tonfo leggero, poi spostarsi
nella camera: rumori che scorrevano e rifluivano ritmicamente,
con attenzione. Restammo ad ascoltare suoni che
arrivavano da ogni parte, talvolta simultaneamente. Percepimmo
ogni spostamento d'aria, ogni vibrazione dello
spazio intorno a noi, raggelati dal terrore e trattenendo il
respiro per sentire meglio. Non riuscivamo a dire niente,
ma ci aspettavamo che da un momento all'altro Pick ci
comparisse davanti, con la sua cappa da mago, e cominciasse
a cantare con voce di basso, colma di sanguinaria
nostalgia: Non chiudere gli occhi, Madre Russia, che non
 giunto il momento di dormire. Sentimmo la canzone di
Pick nel tramestio e nel trepestio della creatura che si nascondeva
nell'oscurit, nello zampettio delle zampette, nel
campo pallido e ovale della luce debole del fuoco, in mezzo
alla quale c'era un topo che si ferm per guardarci, facendo
un movimento incerto prima di scomparire. Sveglio,
io rimasi nell'oscurit, paralizzato, mordendomi la
nocca dell'indice, in attesa che il diavolo emergesse dal batuffolo
peloso pulsante di vita e mi venisse a prendere. E
cos fece. Adesso  dentro di me, e mi raspa contro le pareti
del petto, cercando di uscire, senza che io possa far nulla per fermarlo. Allora mi alzo.
...
.
...
FINE.


